Yom Hatzmaut – I primi 70 anni di Israele

In quanto appartenente alla comunit? degli italkim, italiani di Israele, ho scoperto un nuovo senso di identit? nazionale italiana in ?Diaspora?? con la partecipazione ai festeggiamenti per il 2 giugno, la Festa della Repubblica. Se in Italia il 2 giugno? era oggettivamente un giorno di festa o un week end da organizzare in funzione dell?eventuale ?ponte? che il 2 giugno poteva portare con s?, in Israle? il 2 giugno ? diventato un appuntamento con una parte di me, un momento di condivisione sociale ed un giorno? di orgoglio per l?incontro tra la Storia italiana, l?identit? degli ebrei italiani e le relazioni tra Italia ed Israele.

Con questi sentimenti e queste sensazioni? mi pongo la domanda sul senso dei festeggiamenti di Yom HaAtzmaut in Diaspora. ?Non che mi stia chiedendo se abbia o non abbia un senso per l?ebreo della Diaspora il gioire per l?esistenza dello Stato di Israele, ma mi chiedo a livello pi? profondo, quale possa essere il suo senso. Che senso ha, quindi, ?la partecipazione degli ebrei della Diaspora alla ricorrenza di Yom Ha Hatzmaut, giorno della fondazione dello Stato di Israele? Non si rischia che il canto dell?Ha Tikv? nelle sinagoghe di Roma, Londra o New York qualcuno possa ascoltarlo come espressione di uno spirito nazionalista che lega la Diaspora ad Israele in maniera ?preoccupante? per molti ebrei Diasporici?

In un mondo pericolosamente alla ricerca di fedelt? assolute, il legame della Diaspora con Israele potrebbe apparire come una facile arma da puntare contro ogni comunit? ebraica al di fuori dei confini dello Stato Ebraico. Ci sono buone ragioni per confutare questo tipo di idea. L?uomo occidentale, categoria nella quale l?ebreo della Diaspora vive da qualche migliaio di anni, ? abituato a dividere i tempi ?laici? dai tempi ?religiosi? del proprio essere: mai distinzione fu pi? lontana dalla tradizione ebraica. Nell?Ebraismo non c??, infatti, una visione dualistica della realt?, dove il ??? (chol, laico) ed il ??? (kodesh, sacro) vivono separati l?uno dall?altro, anzi possiamo affermare che il primo pu? essere considerato una preparazione al secondo poich? lo contiene in forma potenziale e da esso trae forza e senso per la sua stessa esistenza: esempio di questo legame ? lo Shabbat e la relazione tra tempo del riposo, della rigenerazione spirituale ed il tempo del lavoro quotidiano.

Questa distanza culturale tra il mondo ebraico e la cultura occidentale diventa palese durante Yom Ha Hatzmaut, giorno che non ? quindi solo una mera festa nazionale (o peggio ancora nazionalista!) ma che ha per l?intero popolo ebraico valori pi? complessi: Rav Y. L. Hacohen Maimon, quando David Ben Gurion fin? di leggere la Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele, si alz? in piedi e recit? la benedizione ?Sche-echeianu?, la stessa berach? che ? recitata nel kiddush delle feste e che viene recitata per gli avvenimenti nuovi poich? esprime un ringraziamento a D-o per averci fatto vivere e partecipare ad avvenimenti di gioia, privata e collettiva. In quel momento la berach? di Rav Y.L. Hacohen Maimon espresse anche un altro stato d?animo ebraico: la gioia per la sopravvivenza ebraica nella Diaspora e la ?miracolosa? fondazione di quello che per millenni era stato il sogno di centinaia di generazioni di ebrei.

Comprendiamo, quindi, che la gioia per la propria sopravvivenza e la sopravvivenza del proprio popolo non ha caratteristiche ?laiche? o ?religiose? e la partecipazione degli ebrei della Diaspora ai festeggiamenti per Yom Ha Hatzmaut ? dovuta ad un momento di sintesi tra una gioia spirituale per la costituzione di uno stato che ? ? l?inizio della fioritura della nostra Redenzione? e la consapevolezza che c?? un punto di incontro nel destino del popolo ebraico e che il Sionismo ? stato sul piano storico una delle espressioni politiche di questo destino comune.

Yom Ha Hatzmaut, preceduto dal lutto di Yom Hazikkar?n, giorno del ricordo dei caduti in difesa di Israele, diventa un punto di legame importante tra il ?tempo delle lacrime? ed il ?tempo della gioia? di cui si parla nel libro del Kohelet ( Ecclesiaste) e che ? un tempo di vita per l?intero popolo ebraico, in Israele come in Diaspora: rifiutare questo tempo comune significherebbe rifiutare una identit? collettiva ebraica, cosa che oggi, dopo i tristi avvenimenti del Novecento che hanno visto tutti gli ebrei in pericolo di vita, non ha senso n? sul piano storico, n? su quello morale.

Disse il Rabbi Israel di Ritzin: ?Verr? il giorno in cui tutti i popoli incominceranno a odiare gli ebrei, li odieranno con un una tale passione e una tale violenza che le vittime, senza possibilit? di scelta, andranno a stabilirsi in Eretz Israel. E guai a noi e guai a loro, perch? questo sar? l?inizio della liberazione?. Un inizio che oggi compie 70 anni e che non si basa sull?odio degli altri, ma ? il prodotto di una coscienza nazionale che mai deve diventare nazionalista.

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