Parashà Ki Tezè – Ebraicità e moralità

Si apre la nostra parashà settimanale con queste parole: “ Quando andrai alla guerra contro i tuoi nemici e l’Eterno, il tuo Dio, te li avrà dati nelle mani e tu avrai fatto de’ prigionieri, se vedrai tra i prigionieri un donna bella d’aspetto, e le porrai affezione e vorrai prendertela per moglie, la porterai in casa tua; ella si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà il vestito che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua, e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; poi entrerai da lei, e tu sarai suo marito, ed ella tua moglie.” Deuteronomio 21, 10-14.

Questa strana cerimonia e questo strano percorso di ingresso della prigioniera nella casa ebraica dove dovrà vivere è stato fortemente sottolineato dai nostri maestri come un antidoto alla facile violenza, al possesso immorale delle prigioniere ed in definitiva una forma di controllo dell’istinto del soldato, cioè della persona in senso lato, in ogni situazione ed in ogni contesto. Da più di tremila anni la Torà segna con profonda convinzione la necessità di una vita che abbia standard morali ed etici sempre elevati in ogni momento ed in ogni contesto, insegnando al popolo ebraico ed al mondo intero che non esistono eccezioni o contesti diversi dove applicare moralità distinte.

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