Parashat Vaerà – Respiro corto

di Rav Pinhas Punturello

I motivi per i quali le parole di libertà proclamate da Moshè non sono ascoltate dai benè Israele sono definiti in Esodo 6, 9 come “duro lavoro e respiro corto”: “E disse Moshè così ai benè Israel, ma essi non lo ascoltarono a causa del duro lavoro (avodà kashà) ed il respiro corto (kotzer ruach).”

Nelle note in ladino dell’edizione del Chumash di Pisa del 1771 così è commentato il senso del kotzer ruach: “Cortidad de espirito”.

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Ramban interviene immediatamente con il suo commento e ci assicura che i benè Israel non mancavano di fede, ma non riuscivano ad ascoltare le parole di Moshè e la speranza di libertà perché erano schiacciati dal peso della loro realtà di schiavitù, vivevano nella paura, con il respiro corto di quello che sarebbe potuto loro accadere in schiavitù: erano schiavi nella realtà, ma anche schiavi della loro percezione della realtà. In altre parole avevano perso la capacità di guardare oltre la loro disperazione.

Or HaChaim, Rabbi Chaim ben Attar, coglie il senso di questa disperazione reale ed identitaria e lo porta ad un livello diverso. I benè Israel avevano un respiro identitario corto perché avevano perso il loro legame con la Torà, con la fonte della nostra storia e della nostra identità spirituale e quotidiana. La Torà amplia il cuore dell’uomo afferma l’Or HaChaim ed i benè Israel avendo perso il proprio legame quotidiano con la Torà, avevano perso la capacità di avere un cuore ampio oltre gli stretti confini della schiavitù.

Sforno aggiunge che i benè Israel non riuscivano a porre il loro cuore nella giusta prospettiva per osservare la realtà dei fatti.

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Parashat Vaichi -La parashà dei nonni e dei nipoti

di Rav Pinchas Punturello

Una delle cerimonie domestiche del venerdì sera, per l’inizio di Shabbat,  è la benedizione che i genitori impartiscono ai figli prima o dopo il kiddush, a secondo degli usi.

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Le parole con le quali i figli sono benedetti sono prese in prestito dal Libro della Genesi 48,20 per i figli maschi, mentre per le ragazze richiamano i valori delle nostre madri, Sarah, Rivka, Rachel e Leah e per tutti la benedizione si conclude con le parole della triplice birkat cohanim, invocazione sacerdotale, che ritroviamo in Numeri 6, 24-26 e che affermano: “Il Signore ti benedica e ti protegga, il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia, il Signore rivolga il Suo volto su di te e ti conceda pace.” La benedizione sacerdotale non ha bisogno di commenti, contiene in sé ogni possibile aspirazione di un genitore verso i propri figli e per questo, questa stessa benedizione, accompagna quotidianamente e per le feste il rito pubblico delle preghiere.

Ma cosa dicono e chi ha pronunciato le parole contenute in Genesi 48,20? “Che tu possa essere come Efraim e come Manasse.” E’ questa non la benedizione di un padre, bensì quella di un nonno, Yaakov, per i nipoti, i figli di Giuseppe, il figlio di Yaakov che era stato venduto come schiavo dai suoi fratelli, vivendo gran parte della sua vita in Egitto lontano dalla famiglia ebraica, sia lui che i suoi figli, Efraim e Manasse. Yaakov prima di morire e di impartire ad ognuno dei suoi figli una benedizione specifica e particolare, chiede a Yosef, il figlio prediletto ed il primo figlio della sua amata moglie Rachel, di presentarsi a lui con i suoi figli, i nipoti che lui non ha potuto educare secondo i valori di suo padre Isacco e di suo nonno Abramo. E’ significativo che alla vista di questi due ragazzi presumibilmente “egiziani” Yaakov chiede a Yosef: “ Questi chi sono?” (Genesi 48,8) Come a dire chi sono questi due ragazzi? A che cultura appartengono? Come li hai cresciuti? Risponde Yosef: “ Sono i miei figli che Dio mi ha dato qui”. E Rashi facendo un bel volo pindarico interpreta la frase di Yosef come se egli stesse dicendo: “Sono i figli che Dio mi ha dato con questa” che è il senso letterale del versetto in ebraico, dove “con questa” viene interpretato da Rashi come: “Con questa ketubbà, con questo documento matrimoniale” Come a dire che i suoi figli, seppur in Egitto e seppur in un contesto non ebraico, erano nati da una unione che ebraicamente esprimeva dei valori. Yaakov vuole però rinforzare questi valori e decide di inserire i suoi nipoti all’interno del proprio clan patriarcale, non come nipoti, ma come figli: “Questi tuoi due figli che ti sono nati nella terra d’Egitto prima che io venissi sono miei.” Così dice il patriarca a Yosef, esprimendo, da nonno, la preoccupazione che questi nipoti cresciuti lontani da lui sentano un legame meno forte con il loro retaggio ebraico, con il monoteismo, con il messaggio spirituale ereditato dai Padri. Questa di Vaichi è una parashà che parla di nonni e nipoti. Di nonni e nipoti ebrei nello specifico. Di nonni ebrei che si impegnano in prima persona per avere nipoti ebrei, non soltanto nominalmente, come sembra suggerire l’intervento di Yosef che mostra “documenti”, ma realmente, con una benedizione, con un gesto educativo, con il senso di una trasmissione millenaria. È significativo che a sentire questa esigenza sia il patriarca Yaakov, colui che ha avuto tutti figli che hanno continuato la strada paterna della fede monoteistica ed ebraica. Il patriarca che con il cambio di nome da Yaakov in Israel darà il nome al nostro popolo ed alla nostra terra, lui che ebbe non solo tutti i figli, ma anche i nipoti ebrei, segnando per sempre quello troveremo scritto nel Qohelet, nell’Ecclasiaste: “Il filo a tre capi non si spezza mai.” (Ecclesiastes 4,1) Dove, ovviamente, i fili sono le nostre generazioni, i nostri valori trasmessi per tre volte, da nonno a nipote, unica specie vivente, la nostra, dove i nonni possono e devono comunicare con i nipoti.

Parashat Vaigash – Le quattro tappe della vita umana.

di Rav Eliahu Birnbaum

Questa parashà contiene uno dei passaggi più significativi della Torà da cui possiamo imparare quale debba essere il comportamento dell’ebreo in esilio.

Yosef era giunto in Egitto come schiavo e, dopo sofferenze ed ingiustizie, arriva a conquistare la posizione più potente in quella nazione: da schiavo umiliato diventa un principe, un uomo temuto e rispettato da tutti. E’ la prima realizzazione che troviamo nella nostra tradizione, del sogno che ogni emigrante nasconde in sé, allorché comincia ad integrarsi in una nuova società.

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Fino alla fine della parashà precedente, Yosef era sempre stato descritto come un sognatore; ora diventa un amministratore efficiente, freddo e calcolatore. Solo ora, quando Yosef si rivede con i suoi fratelli, possiamo percepire la profondità delle sue emozioni, che in qualche modo ci rimandano al Yosef che abbiamo già conosciuto.

I fratelli di Yosef giungono in Egitto cercando provviste. L’atteggiamento di Yosef nei loro confronti è distante, severo, in alcuni momenti, vendicativo. Per cominciare li accusa di spionaggio e pretende come prova della loro innocenza la presenza di Biniamin, il suo fratello minore, l’unico figlio della sua stessa madre, Rachel. Uno dei suoi fratelli è rimasto in Egitto come ostaggio mentre gli altri sono ritornati da Canaan con Biniamin. All’arrivo di questi Yosef fa nascondere tra i suoi effetti personali una coppa del palazzo; in seguito la scopre, lo accusa di furto, tradimento, ingratitudine e ordina di incarcerarlo. Durante tutti questi avvenimenti vediamo un Yosef distante dalla sua famiglia, estraneo, indifferente, che in certo qual modo, cerca vendetta per le amarezze del passato. Il vincolo familiare gli sembra irrilevante, come se il legame di sangue, la vicinanza fisica vissuta durante l’infanzia, non fossero una ragione sufficiente per una profonda solidarietà e fraternità nel presente.

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I veri miracoli di Chanukkah

Di Rav Avi Baumol

 

Che cos’è un miracolo di Hanukkah?

La maggior parte di noi dirà che ha a che fare con l’olio, e che non si è consumato in otto giorni. Questi ci veniva insegnato quando eravamo bambini e così lo comprendiamo da adulti, e quindi percepiamo Hanukkah come un “festival delle luci”. Tutta la giornata gira attorno alla Menorah e l’accensione delle candele è qualche cosa di festivo. Ma suona un po’ superficiale, vero? Una festa solo per accendere candele e mangiare frittelle varie? Ci deve essere qualcosa di più, qualcosa che i nostri Saggi hanno voluto farci capire.

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Leggete attentamente la preghiera “Al ha-Nissim” (Per i miracoli), che si aggiunge all’Amidah e alla Birkat haMazon (benedizione dopo il pasto), durante i giorni di Hanukkah. Non vi si parla di nessun olio. Si parla invece di una lotta politica…Però bisogna ammettere che il Talmud si concentra sul miracolo legato all’olio. Nel Trattato Bavli Shabbat 21b si parla del miracolo di una brocca d’olio, bastato miracolosamente ad avere luce per otto giorni. Per questo i Rabbini hanno stabilito questo giorno come giorno festivo.

Perché allora questa festa ha una costruzione duplice? Perché non si può parlare solo di una cosa? Di che argomento si parla? Di olio, del Tempio, di una nuova benedizione e purificazione? O si parla di vittoria, lotta, miracolo militare, ritorno al potere? Ognuno di questi argomenti ha la sua fonte e si focalizza su qualcos’altro. Allora questa vera Hanukkah potrebbe farsi vedere e parlarci?

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La paura del cambiamento -Parashat Vayeshev

Rav Eliahu Birnbaum

Tutti i personaggi centrali di Bereshit sognano: Avraham, Itzhak, Yaakov e persino Yosef affrontano la vita con un piede nella realtà temporanea e l’altro nel mondo dei sogni, del desiderio, della ricerca spirituale e dell’utopia.

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In questa parashà Yosef si incontra con i suoi fratelli e tale incontro mette in crisi il rapporto tra una realtà tradizionalista e un sogno radicale. I fratelli avevano buone ragioni per odiare Yosef: era ostinatamente il preferito del loro padre, come lui era un sognatore e ne aveva adottato il linguaggio e il modo di pensare; la sua ricerca spirituale era loro estranea.

Tra tutti i conflitti che, a questo punto della sua vita, Yaakov ha già dovuto affrontare, questo è il primo che capita all’interno della sua famiglia. Yaakov ama Yosef più degli altri suoi figli, perché Yosef è il figlio di Rachel, il suo primo e più grande amore e perché egli a sua volta è un sognatore. Nel donargli una tunica a strisce, simbolo di un sentimento ancor prima che di ricchezza, Yaakov rende manifesta la sua preferenza per Yosef e per questo gli altri suoi figli cominciano ad odiarlo fino al punto di non essere più capaci di parlare con lui in modo pacifico.

Ciò che dà fastidio ai fratelli di Yosef non è il valore economico della camicia. Secondo quanto ci spiega il Talmud questa era costata 2 selaim, un prezzo molto basso. Ciò che dà fastidio ai fratelli di Yosef è il valore affettivo dell’oggetto: per creare distanza e rancore tra fratelli non abbiamo bisogno di grandi regali, di auto e di tecnologia, basta una piccola differenza nell’amore che si dimostra: una differenza che spesso non richiede, né tantomeno può, essere spiegata. Considerando il fatto che una tunica possa aver avuto una simile influenza sul destino di Israele, il Talmud conclude che non vi debbano essere differenze né materiali, né affettive nei confronti dei figli, poiché il danno procurato è molto maggiore rispetto al beneficio.

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Un nuovo emissario per il centro Zion Torah in India

Di Brian Blum

 

Tamar Tzur è una ginecologa israeliana. Voleva aggiungere alle sue specializzazioni gli interventi con laparoscopia. Poiché il sistema educativo israeliano non prevede questi insegnamenti presso le accademie di medicina, allor Tamar ha cominciato a fare ricerche su internet per trovare un buon corso in qualche parte del mondo. A quel punto suo marito le ha suggerito qualcosa di molto sorprendente.

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Tamar, Noam e Yishai Tzur, prima della partenza per l’India

 

“Cosa ne dici dell’India?” le ha detto. Tamar era scettica. Non faceva parte di quella categoria di israeliani che dopo il servizio militare sono partiti zaino in spalla per l’Asia. Non era mai stata in India.

Ma l’India interessava Yishai per un’altra ragione. Nei precedenti due anni aveva conosciuto Samuel e Anne Devasahayam, capi del centro Zion Torah, nella città di Erode, nella provincia di Tamil Nadu. Nel 2001, Samuel aveva capito che l’ebraismo era la vera strada verso Dio. Dopo dieci anni, oggi è a capo di una comunità che conta 1500 Indiani osservanti della Torah. Gli uomini portano le kippot e sono circoncisi, le mezuzot adornano ogni stipite delle porte, e la comunità osserva lo Shabbat, tutte le feste ebraiche e le regole della kasherut.

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Kislev, un mese con un messaggio

Siamo da poco entrati nel mese di Kislev. Alla fine di questo mese ci sarà la festa di Hanukkà. Il mese di Kislev è il terzo mese dell’anno secondo la numerazione dei mesi rabbinica, che inizia con il 1 di Tishrei (Rosh-haShanà). Ma Kislev è anche il nono mese dell’anno, secondo la numerazione della Torah, che inizia a contare i mesi da Nissan.

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Vorrei per prima spiegare come mai la Torah conta Nisan come il primo mese dell’anno, mentre i Rabbini hanno creato una numerazione che inizia da Tishrei (Rosh ha-Shanà).

La volontà di HaShem, come vediamo nella Torah, è che il Suo popolo, il popolo di Israele, sia il punto più centrale della Torah. Per questo la Torah conta l’inizio dell’anno dal mese in cui il popolo d’Israele è uscito dall’Egitto. Invece i nostri Rabbini hanno voluto diversamente. Loro volevano che noi percepissimo HaShem come il “punto” più centrale della Torah, e non noi stessi! Per questo i Rabbini hanno deciso che il giorno in cui HaShem ha aperto il creato, cioè il primo giorno del mese Tishrei (Rosh ha-Shanà), deve essere il primo giorno dell’anno. Per questo il mese di Kislev è il terzo mese secondo la numerazione rabbinica e il nono secondo la numerazione data dalla Torah.

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La città di Lodz in Polonia, riceve un nuovo rotolo di Torah, il primo dalla II Guerra Mondiale

JTA

La comunità ebraica della città polacca di Lodz ha ricevuto il suo primo nuovo rotolo di Torah dalla II Guerra Mondiale, ha detto il rabbino.

Gli emissari di Shavei Israel Rav Yehoshua Ellis, Dawid Szychowski e il Rabbino Capo della Polonia Michael Schudrich, con il nuovo rotolo di Torah a Lodz
Gli emissari di Shavei Israel Rav Yehoshua Ellis, Dawid Szychowski e il Rabbino Capo della Polonia Michael Schudrich, con il nuovo rotolo di Torah a Lodz

Il rotolo, donato alla comunità dai filantropi ebrei inglesi Hilton e Louise Nathanson, è stato presentato lunedì durante una cerimonia speciale nella sinagoga della città, come ha raccontato il rabbino della Comunità Ebraica di Lodz, Szymcha Keller.

“E’ una stupenda culminazione dei 210 anni di esistenza della comunità locale e del 20 anniversario del suo ritorno alla sede anteguerra”, ha detto Keller della donazione fatta dai Nathanson.

I donatori hanno scelto Lodz dopo avere celebrato il bar mitzvah del loro figlio lì, poiché le loro famiglie provengono da Lodz e Radom (come ha riportato l’agenzia PAP).

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Non sempre la via più breve è quella migliore

Di Rav Yitzhak Rapoport

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La Torah ci dice che quando i nostri antenati hanno sconfitto i Midianiti è sorto il problema del bottino. In questo bottino vi erano molte stoviglie di ferro. Queste stoviglie erano ovviamente non-kasher. La Torah ci insegna che la kasherizzazione delle stoviglie , che possono passare nel fuoco senza essere danneggiate, si deve eseguire proprio con il fuoco. Quindi tutte le stoviglie non-kasher dei Midianiti passarono per il fuoco e divennero kasher. Ma questo ancora non bastava. Infatti, dopo avere kasherizzato le stoviglie, si dovevano bagnare con un’acqua ritualmente sacralizzata tramite le ceneri di una vacca rossa, per essere ritualmente pure (vedi libro Bemidbar, capitolo 19). Ma esiste un modo più rapido per far diventare le stoviglie ritualmente pure. Perché non hanno usato il metodo più veloce? Prima presenterò questo metodo più breve e poi risponderò alla domanda.

Il Talmud, nel trattato Shabbat foglio 15b, ci parla di un fatto avvenuto alla corte della regina Shlomtzion (circa I sec. p.e.V.) Shlomtzion offrì un banchetto in onore del figlio. Durante questo banchetto, tragicamente, un ospite morì. Per questo tutte le stoviglie usate quella sera divennero ritualmente impure. Invece di aspettare una settimana per poterle purificare ritualmente, Shlomtzion ordinò di fare un bel buco in ogni stoviglia. Il buco nella stoviglia fa sì che quell’oggetto non sia più una stoviglia. Una stoviglia con un buco è solo un pezzo di ferro e quindi non ha più nessun status rituale. Allora si può riparare il buco et voilà! – da un pezzo di ferro si ricava un oggetto nuovo e quindi una stoviglia ritualmente pura! Perché allora i nostri antenati durante il loro cammino nel deserto non hanno usato questo stesso metodo? Continue reading “Non sempre la via più breve è quella migliore”

Barechu et HaShem hamevorach

Torah_Reading_Sephardic_custom-300x225Chiunque sia stato in sinagoga e abbia ottenuto l’aliyah alla Torah (andare a Sefer) o abbia visto gli altri fare quest’aliyah, ha potuto notare che chi lo fa comincia la berachà con le parole “Barechu et HaShem hamevorach”, cioè “Benedite Hashem, il quale è benedetto”. Ma un uomo può benedire il Dio Infinito? Un uomo è capace di benedire HaShem, che si trova fuori dal tempo e dallo spazio? Com’è possibile?

Cercando nel Tanach (la Bibbia ebraica), troveremo che la parola Barechu (benedite), appare raramente, solo 16 volte in tutto il Tanach. E’ importante notare come la parola Barechu sia più spesso scritta senza la congiunzione “et”, e non come nella berachà sopra citata, nella quale diciamo Barechu et HaShem. Per esempio Dvorah e Barack cantano un inno a HaShem e dicono due volte Barechu HaShem (Giudici, capitolo V). Barechu et Hashem appare nei Salmi, capitolo 135, dove troviamo 4 volte questo accostamento. Qual è quindi la differenza tra Barechu HaShem versus Barechu et HaShem?

Per avere una risposta, dobbiamo quindi capire il senso profondo della parola Barechu, “benedite”. A questo scopo ci aiuteremo con la più antica fonte scritta della Torah Orale, cioè il Targum Jonathan. Continue reading “Barechu et HaShem hamevorach”