Parashat Vayakhel – I due volti della vita umana

di Rav Eliahu Birnbaum

Questa parashà comincia con un riassunto delle regole relative alla costruzione del Mishkan, il santuario ebraico nel deserto. Sorprende che la prima mitzvà che viene menzionata sia niente meno che quella dell’attenzione allo Shabbat, la proibizione del lavoro nel giorno settimanale di riposo.

Rainbow-Nature-Desert-HD

Il Mishkan aveva lo scopo di essere un centro spirituale, doveva essere lo spazio sacro che accompagnava Israele ovunque il popolo si trovasse. Lo Shabbat, d’altro canto, era il lasso di tempo destinato settimanalmente al sacro.

La Torà pone varie eccezioni alle proibizioni sabbatiche: lo Shabbat può essere profanato in ogni caso per salvare una vita umana e le sue regole sono posticipate per esempio di fronte alla sacralità superiore dello Yom Kippur. Potrebbe essere logico credere che, per accelerare la costruzione del santuario sarebbe stato anche permessa la profanazione dello Shabbat, considerando che Shabbat e Mishkan condividono una identica missione: elevare l’uomo a Dio. La Torà insegna invece ci dice che il Mishkan non deve essere costruito di Shabbat e che una mitzvà non annulla un’altra, che una missione sacra non giustifica mezzi profani. In definitiva, in questa parashà ci viene insegnato che il fine non giustifica i mezzi e che il bene può trasformarsi in male quando i mezzi per raggiungerlo non sono giusti, onesti, coerenti con tutto il corpo morale e normativo ai quali la vita si deve attenere.

Continue reading “Parashat Vayakhel – I due volti della vita umana”

Parashat Ki Tissa – Responsabilità

di Rav Pinhas Punturello

Il tempo del ritardo di Moshè che è stato fonte di panico per gli antichi ebrei in attesa del loro maestro ai piedi del monte Sinai, è stato di sole sei ore secondo l’interpretazione dei maestri del Midrash.

In sole sei ore il popolo cade in preda al panico e perde se stesso e la missione per la quale era stato liberato.

Huacachina-Desert-Oasis

Nel piccolo vuoto temporaneo che si era creato il popolo ha un disperato bisogno di un capo, la psicologia della massa ha una necessità assoluta di una guida anche se fittizia ed inutile come quella del vitello d’oro.

Di fronte alla paura dell’assunzione delle proprie responsabilità ci sono persone e gruppi umani che preferiscono la delega ad altri piuttosto che l’azione in nome proprio, poco importa se il delegato sia un fantoccio creato con le nostre mani come una statua forgiata con il nostro oro.

In maniera veloce ed impressionante il popolo in preda all’angoscia, per altro inutile, si rivolge ad Aaron e chiede una nuova guida incurante del fatto che la loro nuova guida potrebbe essere lo stesso Aaron, fratello di Moshè e futuro Cohen Gadol, Sommo Sacerdote. Una sostituzione naturale oltre che autorevole e di grande valore.

Continue reading “Parashat Ki Tissa – Responsabilità”

Parashat Tetsavé – Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo?

di Rav Eliahu Birnbaum

Non è irrilevante, in un’epoca nella quale non abbiamo il Bet HaMikdash, studiare i particolari della Torà circa la costruzione ed il funzionamento del santuario. Il concetto ebraico riguardante il santuario è inevitabilmente legato alla concezione ebraica del “luogo”: il luogo nel quale si offre ciò che si possiede, uno spazio sacro nel quale ci si consacra per quello che si è. Al di là della distanza storica e, conseguentemente, psicologica che ci separa dal Mishkan e dalle regole relative alle offerte ed ai sacrifici, è necessario studiare il Mishkan, il santuario che i nostri antenati hanno costruito nel deserto, perché quelle pagine della torà contengono una infinità di insegnamenti che conservano intatto il loro valore fino ai nostri giorni.

TabernacleComplete1a

Il Mishkan non era solo il centro della convergenza delle offerte rituali, bensì il fondamento della memoria del popolo. Un centro spirituale il cui scopo e la cui missione erano quelli di mantenere viva nel popolo di Israele la coscienza dei suoi legami e degli obblighi acquisiti ai piedi del monte Sinai. Il Mishkan era un santuario che il popolo portava con sé ovunque si recasse. Non è Dio a richiederlo ma sono gli uomini, perché sono stati loro a costruirlo quale strumento di comunicazione tra ciò che è puramente spirituale e l’esistenza quotidiana, umana, temporale.

Il Mishkan è una concessione di Dio alla natura dell’uomo: Colui che ci ha redenti ha concesso alle nostre debolezze un elemento che ci ricordi i nostri obblighi trascendentali.

Il Mishkan include, a sua volta, quasi tutti gli elementi che ritroviamo nello spazio chiuso di una casa: un tavolo, un arca o armadio, un lavabo, un candelabro…; tutto, al di fuori degli spazi e degli elementi nei quali risposare, è comune sia all’arredo di una casa qualunque che alla “Casa” di Dio. Questa similitudine ci insegna che ogni casa, ogni abitazione, deve e può – nella concezione ebraica –   tendere ad imitare un santuario. Il “baal habait”, il padrone di casa deve fare in modo che la sua casa abbia lo stesso grado di purezza, di spiritualità, di propensione alla giustizia, etc. del Mishkan. All’inverso l’equiparazione fisica tra il santuario e la comune dimora ci insegna che l’uomo può e deve sentirsi nel Mishkan come se fosse a casa propria.

Continue reading “Parashat Tetsavé – Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo?”

Parashat Bo – Perché è importante la relazione tra le generazioni?

di Rav Eliahu Birnbaum

La Torà nella sua completezza, con tutte le mitzvot, leggi pratiche e teoriche, fu donata al popolo di Israele solo nel momento in cui esso arrivò ai piedi del Monte Sinai, ma quattro mitzvot furono imposte precedentemente. Il primo precetto fu quello del “pru urbù”, siate fertili e moltiplicatevi, comandato da Dio stesso ad Adamo ed Eva, in seguito venne il “brit milà”, il patto stabilito tra Dio e Abramo per tutte le generazioni successive, attraverso la circoncisione, poi il “guid hanashe” (la proibizione di mangiare il nervo del muscolo posteriore degli animali) ed in questa nostra parasha, per ultimo, il popolo di Israele riceve l’ordine di compiere il “korban pesach”, ovvero il sacrificio di un agnello, prima di rompere il laccio della schiavitù ed il legame con l’Egitto.

_71435662_m3750096-family-spl

A ciascun membro del popolo di Israele è dato questo precetto che comporta una autentica sfida: l’agnello, animale sacro per gli egiziani, doveva essere preso, custodito per tre giorni in casa di ogni ebreo e sacrificato davanti allo sguardo degli egiziani. Alla fine, il rituale prevedeva anche l’obbligo di consumare tutta la carne dell’agnello e per questo era necessaria la partecipazione di varie famiglie ebraiche ad ogni sacrificio.

A partire dal korban pesach nasce la simbologia della mensa ebraica come elemento di coesione religiosa e culturale. La famiglia ebraica si siede intorno alla tavola e il nutrimento che lo spirito riceve non è minore di quello che riceve il corpo con il cibo che viene ingerito.

Continue reading “Parashat Bo – Perché è importante la relazione tra le generazioni?”

Comportamenti sbagliati o peccati

di Rav Yitzhak Rapoport

Come ho detto nell’ultimo articolo, la mancanza dei Chaghim nel periodo invernale, unita alle giornate più corte e al tempo freddo, fanno in modo che le persone abbiano più tempo per l’introspezione.

Vorrei quindi dedicare quest’articolo al ragionamento sulla spiritualità dell’uomo in relazione ad un racconto del Talmud.

221374327_92686efb8c

“Una volta un angelo incontrò Rav Katina. E gli disse:”Katina, Katina, ma che fai, porti un cappotto con gli angoli tondi? Che ne sarà della mitzvà degli tzitzit?” Al che Rav Katina chiese:”Ma perchè? Voi punite chi evita i precetti?” L’angelo rispose:” Sì, nei periodi di ira”. (Trattato Menachot, foglio 4a).

Si deve innanzitutto spiegare che esiste una mitzvà nella Torah, che impone agli uomini di indossare i tzitzit (frange) ai quattro angoli dei loro vestiti. Per eseguire questa mitzvà, si deve indossare un abito con quattro angoli. L’angelo della storia vede che Rav Katina porta abiti con gli angoli stondati, e così non può eseguire la mitzvà. Questo non è in senso stretto un peccato, poichè la mitzvà è di avere i tzitzit sull’abito, se l’abito ha quattro angoli. Però l’angelo spiega che nei periodi di ira, come per esempio durante le guerre, il periodo prima di Tisha beAv ecc., l’uomo viene punito anche perché evita delle occasioni per aderire alle mitzvot.

Continue reading “Comportamenti sbagliati o peccati”

Parashat Vaerà – Respiro corto

di Rav Pinhas Punturello

I motivi per i quali le parole di libertà proclamate da Moshè non sono ascoltate dai benè Israele sono definiti in Esodo 6, 9 come “duro lavoro e respiro corto”: “E disse Moshè così ai benè Israel, ma essi non lo ascoltarono a causa del duro lavoro (avodà kashà) ed il respiro corto (kotzer ruach).”

Nelle note in ladino dell’edizione del Chumash di Pisa del 1771 così è commentato il senso del kotzer ruach: “Cortidad de espirito”.

happy kid in the field

Ramban interviene immediatamente con il suo commento e ci assicura che i benè Israel non mancavano di fede, ma non riuscivano ad ascoltare le parole di Moshè e la speranza di libertà perché erano schiacciati dal peso della loro realtà di schiavitù, vivevano nella paura, con il respiro corto di quello che sarebbe potuto loro accadere in schiavitù: erano schiavi nella realtà, ma anche schiavi della loro percezione della realtà. In altre parole avevano perso la capacità di guardare oltre la loro disperazione.

Or HaChaim, Rabbi Chaim ben Attar, coglie il senso di questa disperazione reale ed identitaria e lo porta ad un livello diverso. I benè Israel avevano un respiro identitario corto perché avevano perso il loro legame con la Torà, con la fonte della nostra storia e della nostra identità spirituale e quotidiana. La Torà amplia il cuore dell’uomo afferma l’Or HaChaim ed i benè Israel avendo perso il proprio legame quotidiano con la Torà, avevano perso la capacità di avere un cuore ampio oltre gli stretti confini della schiavitù.

Sforno aggiunge che i benè Israel non riuscivano a porre il loro cuore nella giusta prospettiva per osservare la realtà dei fatti.

Continue reading “Parashat Vaerà – Respiro corto”

Parashat Vaichi -La parashà dei nonni e dei nipoti

di Rav Pinchas Punturello

Una delle cerimonie domestiche del venerdì sera, per l’inizio di Shabbat,  è la benedizione che i genitori impartiscono ai figli prima o dopo il kiddush, a secondo degli usi.

VAIECHI

Le parole con le quali i figli sono benedetti sono prese in prestito dal Libro della Genesi 48,20 per i figli maschi, mentre per le ragazze richiamano i valori delle nostre madri, Sarah, Rivka, Rachel e Leah e per tutti la benedizione si conclude con le parole della triplice birkat cohanim, invocazione sacerdotale, che ritroviamo in Numeri 6, 24-26 e che affermano: “Il Signore ti benedica e ti protegga, il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia, il Signore rivolga il Suo volto su di te e ti conceda pace.” La benedizione sacerdotale non ha bisogno di commenti, contiene in sé ogni possibile aspirazione di un genitore verso i propri figli e per questo, questa stessa benedizione, accompagna quotidianamente e per le feste il rito pubblico delle preghiere.

Ma cosa dicono e chi ha pronunciato le parole contenute in Genesi 48,20? “Che tu possa essere come Efraim e come Manasse.” E’ questa non la benedizione di un padre, bensì quella di un nonno, Yaakov, per i nipoti, i figli di Giuseppe, il figlio di Yaakov che era stato venduto come schiavo dai suoi fratelli, vivendo gran parte della sua vita in Egitto lontano dalla famiglia ebraica, sia lui che i suoi figli, Efraim e Manasse. Yaakov prima di morire e di impartire ad ognuno dei suoi figli una benedizione specifica e particolare, chiede a Yosef, il figlio prediletto ed il primo figlio della sua amata moglie Rachel, di presentarsi a lui con i suoi figli, i nipoti che lui non ha potuto educare secondo i valori di suo padre Isacco e di suo nonno Abramo. E’ significativo che alla vista di questi due ragazzi presumibilmente “egiziani” Yaakov chiede a Yosef: “ Questi chi sono?” (Genesi 48,8) Come a dire chi sono questi due ragazzi? A che cultura appartengono? Come li hai cresciuti? Risponde Yosef: “ Sono i miei figli che Dio mi ha dato qui”. E Rashi facendo un bel volo pindarico interpreta la frase di Yosef come se egli stesse dicendo: “Sono i figli che Dio mi ha dato con questa” che è il senso letterale del versetto in ebraico, dove “con questa” viene interpretato da Rashi come: “Con questa ketubbà, con questo documento matrimoniale” Come a dire che i suoi figli, seppur in Egitto e seppur in un contesto non ebraico, erano nati da una unione che ebraicamente esprimeva dei valori. Yaakov vuole però rinforzare questi valori e decide di inserire i suoi nipoti all’interno del proprio clan patriarcale, non come nipoti, ma come figli: “Questi tuoi due figli che ti sono nati nella terra d’Egitto prima che io venissi sono miei.” Così dice il patriarca a Yosef, esprimendo, da nonno, la preoccupazione che questi nipoti cresciuti lontani da lui sentano un legame meno forte con il loro retaggio ebraico, con il monoteismo, con il messaggio spirituale ereditato dai Padri. Questa di Vaichi è una parashà che parla di nonni e nipoti. Di nonni e nipoti ebrei nello specifico. Di nonni ebrei che si impegnano in prima persona per avere nipoti ebrei, non soltanto nominalmente, come sembra suggerire l’intervento di Yosef che mostra “documenti”, ma realmente, con una benedizione, con un gesto educativo, con il senso di una trasmissione millenaria. È significativo che a sentire questa esigenza sia il patriarca Yaakov, colui che ha avuto tutti figli che hanno continuato la strada paterna della fede monoteistica ed ebraica. Il patriarca che con il cambio di nome da Yaakov in Israel darà il nome al nostro popolo ed alla nostra terra, lui che ebbe non solo tutti i figli, ma anche i nipoti ebrei, segnando per sempre quello troveremo scritto nel Qohelet, nell’Ecclasiaste: “Il filo a tre capi non si spezza mai.” (Ecclesiastes 4,1) Dove, ovviamente, i fili sono le nostre generazioni, i nostri valori trasmessi per tre volte, da nonno a nipote, unica specie vivente, la nostra, dove i nonni possono e devono comunicare con i nipoti.

Parashat Vaigash – Le quattro tappe della vita umana.

di Rav Eliahu Birnbaum

Questa parashà contiene uno dei passaggi più significativi della Torà da cui possiamo imparare quale debba essere il comportamento dell’ebreo in esilio.

Yosef era giunto in Egitto come schiavo e, dopo sofferenze ed ingiustizie, arriva a conquistare la posizione più potente in quella nazione: da schiavo umiliato diventa un principe, un uomo temuto e rispettato da tutti. E’ la prima realizzazione che troviamo nella nostra tradizione, del sogno che ogni emigrante nasconde in sé, allorché comincia ad integrarsi in una nuova società.

Joseph-bro

 

Fino alla fine della parashà precedente, Yosef era sempre stato descritto come un sognatore; ora diventa un amministratore efficiente, freddo e calcolatore. Solo ora, quando Yosef si rivede con i suoi fratelli, possiamo percepire la profondità delle sue emozioni, che in qualche modo ci rimandano al Yosef che abbiamo già conosciuto.

I fratelli di Yosef giungono in Egitto cercando provviste. L’atteggiamento di Yosef nei loro confronti è distante, severo, in alcuni momenti, vendicativo. Per cominciare li accusa di spionaggio e pretende come prova della loro innocenza la presenza di Biniamin, il suo fratello minore, l’unico figlio della sua stessa madre, Rachel. Uno dei suoi fratelli è rimasto in Egitto come ostaggio mentre gli altri sono ritornati da Canaan con Biniamin. All’arrivo di questi Yosef fa nascondere tra i suoi effetti personali una coppa del palazzo; in seguito la scopre, lo accusa di furto, tradimento, ingratitudine e ordina di incarcerarlo. Durante tutti questi avvenimenti vediamo un Yosef distante dalla sua famiglia, estraneo, indifferente, che in certo qual modo, cerca vendetta per le amarezze del passato. Il vincolo familiare gli sembra irrilevante, come se il legame di sangue, la vicinanza fisica vissuta durante l’infanzia, non fossero una ragione sufficiente per una profonda solidarietà e fraternità nel presente.

Continue reading “Parashat Vaigash – Le quattro tappe della vita umana.”

I veri miracoli di Chanukkah

Di Rav Avi Baumol

 

Che cos’è un miracolo di Hanukkah?

La maggior parte di noi dirà che ha a che fare con l’olio, e che non si è consumato in otto giorni. Questi ci veniva insegnato quando eravamo bambini e così lo comprendiamo da adulti, e quindi percepiamo Hanukkah come un “festival delle luci”. Tutta la giornata gira attorno alla Menorah e l’accensione delle candele è qualche cosa di festivo. Ma suona un po’ superficiale, vero? Una festa solo per accendere candele e mangiare frittelle varie? Ci deve essere qualcosa di più, qualcosa che i nostri Saggi hanno voluto farci capire.

imgp8129

 

Leggete attentamente la preghiera “Al ha-Nissim” (Per i miracoli), che si aggiunge all’Amidah e alla Birkat haMazon (benedizione dopo il pasto), durante i giorni di Hanukkah. Non vi si parla di nessun olio. Si parla invece di una lotta politica…Però bisogna ammettere che il Talmud si concentra sul miracolo legato all’olio. Nel Trattato Bavli Shabbat 21b si parla del miracolo di una brocca d’olio, bastato miracolosamente ad avere luce per otto giorni. Per questo i Rabbini hanno stabilito questo giorno come giorno festivo.

Perché allora questa festa ha una costruzione duplice? Perché non si può parlare solo di una cosa? Di che argomento si parla? Di olio, del Tempio, di una nuova benedizione e purificazione? O si parla di vittoria, lotta, miracolo militare, ritorno al potere? Ognuno di questi argomenti ha la sua fonte e si focalizza su qualcos’altro. Allora questa vera Hanukkah potrebbe farsi vedere e parlarci?

Continue reading “I veri miracoli di Chanukkah”