Parashà Shelach Lechà – Uno sguardo femminile

Il suggerimento per la parashà di questa settimana non nasce autonomo nella mia mente: è stata la riflessione femminile di mia moglie, מב”ת, che me lo ha suggerito, perché a volte, sguardo maschile e sguardo femminile possono essere molto distanti.

Noi non ci stupiamo del fatto che tutte le persone coinvolte nella tragica spedizione voluta da Moshè e raccontata nella parashà di Shelach Lechà sono uomini.

Uomini i capi tribù, uomini gli attori principali dei dialoghi, uomini sono le spie che tornano e che raccontano di una terra sì bella e rigogliosa, ma impossibile da conquistare e che “mangia i suoi abitanti”, e maschili sono le prime lacrime di disperazione nonostante la promessa ed il sostegno divino.

Questo mondo maschile farà pagare al popolo ebraico la propria sfiducia con quaranta anni di cammino punitivo nel deserto.

Nella Haftarà che accompagna la parashà compare invece una donna: è Rachab che accoglie e nasconde le spie inviate da Giosuè per cogliere i punti deboli di Gerico e che è sicura che Dio accompagnerà Israele nella sua conquista.

Sorge spontanea la domanda: se in un mondo più attento al femminile la spedizione di Moshè fosse stata guidata da donne? Avremmo avuto lo stesso risultato? Avremmo avuto una stessa descrizione di Israele, piena di timori, angosce e terrori infondati? Avremmo pianto le stesse inutili lacrime?

La storia non si fa con i se, ma possiamo cogliere una risposta citando un altro passo della Torà.

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Parashà Beaalotecha – A volte dal lamento nasce il problema

Questa parashà ci mostra il popolo di Israele che esperimenta diverse frustrazioni, a causa delle quali protesta e si lamenta davanti a Dio. In un uno di questi casi il popolo vive un senso di “vuoto” senza che vi sia alcun motivo particolare. E’ la percezione di tale vuoto che provoca un lamento che è fine a se stesso. La Torà ci racconta, in questo caso, che Dio reagisce incendiando parte dell’accampamento. L’altro caso è ben differente. Il popolo vive una necessità concreta e reclama: “Chi ci darà carne per mangiare?…Ci manca il pesce…”. Non è che Il popolo abbia fame, perché con la manna riesce a gustare tutti i sapori che desidera, ma si sente stufo di mangiare sempre la stessa cosa. Di fronte alla lamentela per una mancanza concreta, indipendentemente dalla sua validità, Dio soddisfa la richiesta del popolo e gli invia carne da mangiare.

Questi due casi sono una porta che si apre, attraverso cui comprendiamo le circostanze nelle quali è valido reclamare. La Torà non si oppone all’uomo che si lamenta, che critica e reclama, purché abbia una ragione specifica e concreta per farlo. In varie occasioni il popolo di Israele si è lamentato davanti a Dio ed Egli ha accettato le sue lamentale. La Torà ci fa notare che anche Abramo si lamentò di fronte al Creatore, così come, più volte, si lamentò lo stesso Moshé.

La situazione acquisisce una diversa valenza e diviene problematica quando ci si lamenta a vuoto, senza un motivo apparente, quando ci si lamenta e si piange senza un perché. A volte ci si lamenta idealizzando le situazioni, alienandosi dalla realtà. Non si è coscienti di ciò che accade effettivamente intorno a sé, si chiudono gli occhi e, con essi, si chiude anche la possibilità di comprendere le ragioni della propria lamentela. In questo modo, l’ambiente negativo, lontano da essere causa di tristezza e di lamentela, risulta essere la sua conseguenza.

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Come hanno celebrato Shavuot in Russia e in Portogallo

La scorsa settimana, il mondo ebraico ha celebrato la festa di Shavuot, che segna il dono della Torà sul Monte Sinai 3300 anni fa.

La comunità Ebraica Subbotnik di Visoky in Russia, non è attiva da così tante migliaia di anni – la comunità venne formata quando dei contadini in Russia meridionale abbracciarono le pratiche ebraiche  e si convertirono all’ebraismo circa 200 anni fa, sotto il regime zarista – ma sono stati tuttavia scrupolosi nel celebrare la festa.

Questo potrebbe essere dovuto al fatto che Shavuot porta con sé un secondo significato – nei tempi biblici, segnava il tempo delle primizie. E gli ebrei Subbotnik sono prevalentemente degli agricoltori.

Vi sono circa 15mila ebrei Subbotnik che vivono in Russia meridionale e in Siberia. Abbiamo scritto di loro qui, qui e qui.

Abbiamo alcune foto della comunità durante le celebrazioni di Shavuot quest’anno. Venticinque Ebrei Subbotnik hanno partecipato. Queste sono state scattate nella nuova sinagoga di Visoky, che fu completata due anni fa con i fondi di Shavei Israel.

Intanto in Portogallo il nostro emissario Rav Elisha Salas ci ha inviato delle foto delle celebrazioni di Shavuot a Belmonte.

 

 

Parashà Naso – L’equilibrio tra spiritualità e materia

Indubbiamente il centro, o meglio il centro della nostra attenzione su questa parashà, è occupato dalla benedizione sacerdotale, che la Torà comanda ad Aaron ed ai suoi discendenti e  che si esprime con queste parole: “Queste sono le parole con le quali benedirete il popolo di Israele: Il Signore ti benedica e ti custodisca! Il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia. Il Signore posi su di te il suo sguardo e ti dia pace.” (Num. 6, 22-26) Di fatto queste parole di benedizione, che da allora in poi sono entrate nel servizio quotidiano sinagogale così come domestico, sono forse la fonte più antica di una liturgia giunta fino a noi.

Proprio perché si tratta di una fonte così antica è davvero importante notare come la Torà ci insegni con forza che non è il sacerdote ad aver il potere di donare bene o il suo contrario, ma solo Dio è fonte di ogni benedizione. Lontano dalla Torà è il mondo della magia, degli sciamani, degli stregoni mentre è interessante notare che la benedizione sacerdotale è divisa in tre parti e si riferisce a tre tipi diversi di emanazione di bontà da parte di Dio verso il suo popolo.

La prima parte della benedizione si rivolge e si riferisce ai beni materiali, la seconda parte si rivolge al mondo intellettuale ed agli sforzi dell’uomo in tal senso, la terza parte riguarda il nostro equilibrio spirituale, la nostra serenità.

La presenza dei beni materiali non è considerato un danno spirituale, ma va inserito in una custodia, in un senso di giustizia e di validità etica, segue poi l’idea che al benessere materiale corrisponda una capacità di comprensione e gestione del mondo e di noi stessi, non è un caso che “ti conceda grazia” in ebraico è una espressione legata al chinuch, alla educazione, alla formazione, allo sforzo ed all’impegno intellettuale. Chiude il cerchio di questa triplice benedizione l’idea di un equilibrio, di un senso di pace, che nasce proprio da un incontro sano tra una materialità eticamente giusta, un impegno intellettuale onesto e la proiezione verso una spiritualità che, proprio perché equilibrata, porta alla pace ed ottiene la pace da Dio.

Parashà Bamidbar – La necessità di riconoscersi in noi stessi

Con questa parashà inizia la lettura del libro di Bamidbar (nel deserto) il quarto libro della Torà. Ad una prima lettura questo libro può dare un’impressione di grande semplicità, sembra noioso, a immagine del deserto che è al centro del suo racconto. I riferimenti immediati che ci vengono alla mente pensando al deserto si relazionano con la tranquillità, la solitudine, la lentezza e la vita senza alcuna sorpresa.

Paradossalmente è in questo deserto che nascono l’ordine interno e la tradizione del popolo di Israele. Allo stesso modo in cui un corpo malato o senza difese viene isolato per farlo guarire, il popolo di Israele viene separato dalla cultura mesopotamica, egizia e cananea e viene allontanato dalla società, dalle filosofie estranee, dalla influenze che avrebbero potuto condizionarlo. Il deserto funziona come un “laboratorio” nel quale il popolo di Israele si sviluppa in quanto tale.

Il deserto è il luogo dove il popolo impara a rispettare ed a mantenere una struttura, una organizzazione. Ogni tribù prende il proprio posto, la propria bandiera ed il proprio stemma, ognuna di esse conosce e rispetta la funzione e la responsabilità che le è stata attribuita. Senza dubbio, riferendosi ad un periodo di sviluppo, di sistematizzazione di una tradizione e di una identità nazionale, il libro Bamidbar è, per eccellenza, la cronaca dei conflitti, delle crisi permanenti e dei dilemmi che il popolo ebraico ha dovuto affrontare.

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