Parashat Chukkat – Purità

Nella parasha’ di questa settimana affrontiamo la difficile mitzva’ della vacca rossa, l’animale le cui ceneri sarebbero servite per purificare coloro che si sarebbero trovati in un stato rituale di impurità per motivi diversi tra i quali il lutto per un parente prossimo. I nostri maestri, codificando le mitzvot in mishpatim, precetti la cui logica può essere comprese e chukkim, precetti dogmatici di difficile se non impossibile comprensione, indicano questa mitzva come il chok per eccellenza. Se quindi è difficile comprendere il precetto della vacca rossa nelle sua essenza, diviene ancora più difficile comprendere il meccanismo per il quale colui che purifica diventa impuro e colui che è purificato diventa ovviamente puro. Come è possibile che uno stesso rito renda puri ed impuri allo stesso tempo? Come è possibile che si trasmetta uno stato di impurità a chi non sta vivendo quella stessa realtà di lutto? Il passaggio tra le due diverse condizioni halachiche andrebbe cercato nel senso del rito e dell’impegno per la purificazione e quindi l’elevazione dell’altro. L’insegnamento del rito della vacca rossa trascende lo stesso rito e ci insegna che per educare, per trasmettere un messaggio, per far crescere la consapevolezza ebraica di un qualsiasi gruppo o una qualsiasi persona bisogna “rendersi impuri”, bisogna scendere ad un livello più basso per poter risalire insieme, bisogna andare incontro all’altro nel luogo impuro nel quale egli vive, comprendendo la sua realtà ed elevandola. Puro ed impuro non sono categorie morali, sono status tecnici che vanno affrontati nel loro tecnicismo perché ebraicamente non è mai esistita una connotazione etica rispetto a condizioni tecniche di ritualità ed in nome di questo bisogna saper trasmettere un messaggio di crescita e miglioramento educativo.

Un Bat-mitzva in Nigeria

Come ti vesti per il tuo Bat-mitzva in Nigeria? Non molto diversamente che in Israele: con un abito vaporoso rosa e una corona!

Gadi Bentley, uno dei nostri emissari per gli Ebrei Igbo in Nigeria (ne avevamo già scritto qui e qui), ci ha inviato le foto di questa giovane ragazza durante il suo Bat-mitzva, Tuvia Bat Pennyel, circondata da fratelli e genitori. Tuvia vive nella piccola cittadina di Ogidi.

Circa 3000 Igbo si identificano come Ebrei e praticano una moderna forma di ebraismo, con sinagoghe (26 nel paese), rotoli di Torah, casherut, indossano i Tefillin e il Tallit, e i maschi vengono circoncisi.

Gli Ebrei Igbo sono stati notati dagli occidentali circa 500 anni fa, quando dei missionari portoghesi arrivarono in Africa Occidentale. Inviarono alle loro sedi dei rapporti nei quali si parlava di africani che rispettavano lo Shabbat e le leggi della Casherut. Anche se i missionari iniziarono a convertire gran parte degli Igbo al cristianesimo, questi non dimenticarono delle loro origini e negli ultimi decenni hanno iniziato a ritornare alle proprie radici.

Questa riconnessione non riguarda solo le celebrazioni, smachot, come un bar-mitzva. Ogni mese i ragazzi della comunità si raccolgono per varie attività e per divertimento. Ecco alcune foto (quello alto non-Nigeriano è il nostro emissario Gadi).

L’idea è quella di incontrarsi in posti diversi ogni volta “per studiare Torah insieme e imparare gli uni dagli altri”, ci dice Gadi Bentley.

C’è sempre un quiz sul Legge Ebraica, Sionismo e lingua ebraica. Ci sono sempre tanti vincitori.

E ultimamente, come si vede dalle foto, c’è stato uno Shabbaton a Eboni.

Parashat Korach – Come giungere a Dio

Qual è stata la vera colpa di Korach? Perché fallisce il suo movimento popolare contro Moshè ed Aaron? In fondo Korach non aveva tutti i torti, almeno in teoria. Il suo movimento di protesta parte da un assunto: Moshe ed Aaron avevano concentrato troppi incarichi nelle loro mani ed questa organizzazione non rispecchiava più la nuova realtà politica e spirituale del popolo ebraico.

Una frase chiave della critica di Korach fu questa: “ Questo vi basti, perché l’intera assemblea, tutti loro, sono santi e l’Eterno è in mezzo a loro. Perché, dunque, vi dovete innalzare al di sopra della congregazione dell’Eterno?” (Numeri 16,3) In altre parole la critica di Korach era questa: “Dal momento che abbiamo ricevuto al Torà e quindi Dio si è manifestato realmente in mezzo al popolo, tutto il popolo è santo e quindi la stessa presenza di una organizzazione spirituale, di guide, di leggi non ha più senso: la santità intrinseca della legge ci rende tutti santi e quindi al di sopra delle legge stessa.”

Più volte lungo il corso della Storia ebraica il popolo ebraico si confronterà con questo tipo di critica, non ultimo nel mondo occidentale. L’uomo accetta con difficoltà l’idea di una legge, di un mondo spirituale regolato da leggi attraverso le quali relazionarsi con Dio, come se la spiritualità non abbia bisogno di ritmi, di precetti, di leggi con le quali esprimersi. Dai tempi di Korach, che in realtà inseguiva anche motivazioni personali, il mondo della fede e della spiritualità viene sdoganato da regole perché esse sembrano desuete o non consone per una libera espressione dell’anima. Allora come oggi sembra che solo l’anarchia, o l’assenza di leggi, sia la giusta strada per giungere a Dio, mentre invece proprio lo scorrere dei precetti, il ritmo di una vita regolata da passi comandati da Dio è la miglior maniera per esprimere la nostra religiosità, così come la nostra spiritualità e l’amore ed il timore che siamo chiamati a provare nei confronti di Dio.

Parashà Shelach Lechà – Uno sguardo femminile

Il suggerimento per la parashà di questa settimana non nasce autonomo nella mia mente: è stata la riflessione femminile di mia moglie, מב”ת, che me lo ha suggerito, perché a volte, sguardo maschile e sguardo femminile possono essere molto distanti.

Noi non ci stupiamo del fatto che tutte le persone coinvolte nella tragica spedizione voluta da Moshè e raccontata nella parashà di Shelach Lechà sono uomini.

Uomini i capi tribù, uomini gli attori principali dei dialoghi, uomini sono le spie che tornano e che raccontano di una terra sì bella e rigogliosa, ma impossibile da conquistare e che “mangia i suoi abitanti”, e maschili sono le prime lacrime di disperazione nonostante la promessa ed il sostegno divino.

Questo mondo maschile farà pagare al popolo ebraico la propria sfiducia con quaranta anni di cammino punitivo nel deserto.

Nella Haftarà che accompagna la parashà compare invece una donna: è Rachab che accoglie e nasconde le spie inviate da Giosuè per cogliere i punti deboli di Gerico e che è sicura che Dio accompagnerà Israele nella sua conquista.

Sorge spontanea la domanda: se in un mondo più attento al femminile la spedizione di Moshè fosse stata guidata da donne? Avremmo avuto lo stesso risultato? Avremmo avuto una stessa descrizione di Israele, piena di timori, angosce e terrori infondati? Avremmo pianto le stesse inutili lacrime?

La storia non si fa con i se, ma possiamo cogliere una risposta citando un altro passo della Torà.

Continue reading “Parashà Shelach Lechà – Uno sguardo femminile”

Parashà Beaalotecha – A volte dal lamento nasce il problema

Questa parashà ci mostra il popolo di Israele che esperimenta diverse frustrazioni, a causa delle quali protesta e si lamenta davanti a Dio. In un uno di questi casi il popolo vive un senso di “vuoto” senza che vi sia alcun motivo particolare. E’ la percezione di tale vuoto che provoca un lamento che è fine a se stesso. La Torà ci racconta, in questo caso, che Dio reagisce incendiando parte dell’accampamento. L’altro caso è ben differente. Il popolo vive una necessità concreta e reclama: “Chi ci darà carne per mangiare?…Ci manca il pesce…”. Non è che Il popolo abbia fame, perché con la manna riesce a gustare tutti i sapori che desidera, ma si sente stufo di mangiare sempre la stessa cosa. Di fronte alla lamentela per una mancanza concreta, indipendentemente dalla sua validità, Dio soddisfa la richiesta del popolo e gli invia carne da mangiare.

Questi due casi sono una porta che si apre, attraverso cui comprendiamo le circostanze nelle quali è valido reclamare. La Torà non si oppone all’uomo che si lamenta, che critica e reclama, purché abbia una ragione specifica e concreta per farlo. In varie occasioni il popolo di Israele si è lamentato davanti a Dio ed Egli ha accettato le sue lamentale. La Torà ci fa notare che anche Abramo si lamentò di fronte al Creatore, così come, più volte, si lamentò lo stesso Moshé.

La situazione acquisisce una diversa valenza e diviene problematica quando ci si lamenta a vuoto, senza un motivo apparente, quando ci si lamenta e si piange senza un perché. A volte ci si lamenta idealizzando le situazioni, alienandosi dalla realtà. Non si è coscienti di ciò che accade effettivamente intorno a sé, si chiudono gli occhi e, con essi, si chiude anche la possibilità di comprendere le ragioni della propria lamentela. In questo modo, l’ambiente negativo, lontano da essere causa di tristezza e di lamentela, risulta essere la sua conseguenza.

Continue reading “Parashà Beaalotecha – A volte dal lamento nasce il problema”

Come hanno celebrato Shavuot in Russia e in Portogallo

La scorsa settimana, il mondo ebraico ha celebrato la festa di Shavuot, che segna il dono della Torà sul Monte Sinai 3300 anni fa.

La comunità Ebraica Subbotnik di Visoky in Russia, non è attiva da così tante migliaia di anni – la comunità venne formata quando dei contadini in Russia meridionale abbracciarono le pratiche ebraiche  e si convertirono all’ebraismo circa 200 anni fa, sotto il regime zarista – ma sono stati tuttavia scrupolosi nel celebrare la festa.

Questo potrebbe essere dovuto al fatto che Shavuot porta con sé un secondo significato – nei tempi biblici, segnava il tempo delle primizie. E gli ebrei Subbotnik sono prevalentemente degli agricoltori.

Vi sono circa 15mila ebrei Subbotnik che vivono in Russia meridionale e in Siberia. Abbiamo scritto di loro qui, qui e qui.

Abbiamo alcune foto della comunità durante le celebrazioni di Shavuot quest’anno. Venticinque Ebrei Subbotnik hanno partecipato. Queste sono state scattate nella nuova sinagoga di Visoky, che fu completata due anni fa con i fondi di Shavei Israel.

Intanto in Portogallo il nostro emissario Rav Elisha Salas ci ha inviato delle foto delle celebrazioni di Shavuot a Belmonte.