La prospettiva – Parashà Eikev

di Rav Avi Baumol

In che modo ci hanno disciplinato i nostri genitori? O meglio, all’epoca – come bambini – come percepivamo le punizioni e le sgridate? Non credo usassimo termini come: disciplinare, psicologia genitoriale, sindrome, patologia, e così via.

Quando eravamo bambini la vita non era mai giusta. Non credevamo di essere trattati in maniera giusta. Subito paragonavamo la nostra situazione a quella dei nostri fratelli, che nella nostra testa venivano trattati meglio. Ogni punizione ci sembrava troppo severa, e non conoscendo l’introspezione non eravamo pronti ad analizzare i nostri comportamenti.

E poi siamo diventati genitori.

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Tikkun Olam

Nel Talmud questa espressione indica semplicemente l’intento di evitare situazioni confuse e problematiche: per esempio in Ghittin 32a si dice che se un ghet (documento di divorzio) arriva in mano alla donna non è più possibile annullarlo; “Anticamente [il marito] avrebbe potuto fare un bet din [tribunale rabbinico] in un altro luogo e annullarlo, ma stabilì Rabban Gamliel il vecchio che questo non fosse valido in nome del tikkun olam”; in questo caso “riparare il mondo” significa evitare ambiguità sullo status di una donna, pericolosissime nel caso si unisse ad altri uomini senza essere davvero divorziata.

L’espressione assume poi un significato ben più ampio nella mistica. Fuori da quest’ambito, però, di Tikkun Olam non si parla molto spesso; è vero che l’espressione si ritrova nella liturgia quotidiana nell’Alenu, testo che si recita più volte al giorno, ma niente in confronto all’insistenza con cui si menzionano altri temi, per esempio l’uscita dall’Egitto. Per molti secoli di fatto nel mondo ebraico non si parlava di Tikkun Olam. Il tema è emerso solo pochi decenni fa, e inizialmente in ambito non ortodosso, probabilmente (come spesso spiegato da Rav Birnbaum) per compensare il peso minore attribuito alla pratica delle mitzvot. Negli ultimi anni, però, sta acquistando crescente importanza anche nel mondo ortodosso.

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Parashà Devarim – Lo Shabbat della Visione

Moshe si trova davanti al popolo, che ha guidato durante gli ultimi 40 anni e del quale si è preso sempre cura. Adesso, prima di attraversare il Giordano, l’unica cosa che ci tramanda è un rimprovero. Per 40 anni Moshe ha curato tutte le necessità del suo popolo, così tante volte ci ha difeso dalla collera di Dio! E ora, alla fine della sua vita, non ci può nemmeno incoraggiare un po’? Anche l’Haftarà di questa settimana continua con questo tono e leggiamo i rimproveri di Isaia. Cosa abbiamo fatto per meritare tutto ciò?

Siamo adesso in un periodo di lutto, che precede il giorno di Tisha beAv, che ricorda la distruzione dei due Tempi. Questo è lo Shabbat Hazon, lo Shabbat della Visione. Rav Itzhak di Berdyczow ci insegna, che se qualcuno lo merita, riceverà proprio in questo giorno la visione del Terzo Tempio.

La distruzione del Tempio è una perdita che ci tocca ancora. La piangiamo tutti i giorni e chiediamo la ricostruzione in tutte le nostre preghiere. Ma per quanto sia tragica questa distruzione, il nostro popolo non si è mai arreso, e non ha mai smesso di adempiere al suo compito di mostrare la luce Divina al mondo.

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Cosa è la solidarietà ebraica? – Parashà Mattot-Massè

A questo punto del racconto biblico ci ritroviamo con una crisi che riguarda non già il passato bensì il presente ed il futuro del popolo di Israele.

La Transgiordania è già stata conquistata. Il popolo di Israele si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella terra promessa e conquistarla. In questo preciso momento due tra le tribù chiedono a Moshé di non passare il Giordano: preferiscono stabilirsi nel luogo in cui si trovano e chiedono che venga già loro assegnata una porzione nella terra di Israele.

“Se abbiamo grazia ai tuoi occhi, ti chiediamo che sia data questa terra ai tuoi servi in eredità e non ci sia fatto passare il Giordano.” Con grande delicatezza e amabilità presentano la loro richiesta, che tuttavia implica la loro separazione del resto del popolo. Alieni dalla santità della terra di Israele, sembrano concepire la terra unicamente come un fattore economico: “Questa terra è giusta per gli armenti ed i tuoi servi hanno armenti.” Questo è il loro argomento.

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La mostra “Figli di Abramo e Sara” risalta gli Ebrei Africani

Tutti gli Ebrei sono considerati figli dell’Abramo e della Sara biblici. Una nuova mostra a Beit Hatufsot, il Museo del Popolo Ebraico a Tel Aviv, mette in luce alcune incredibili diversità di questi figli.

Intitolata “I figli di Abramo e Sara”, la mostra è divisa in due parti. La prima è un video di Nira Pereg che parla del culto alla Grotta dei Patriarchi a Hebron.

La seconda, sezione più ampia, consiste in fotografie eseguite dal fotografo Jono David sulle Comunità Ebraiche dell’Africa.

Le foto di David mostrano i membri e i leader delle comunità, sinagoghe improvvisate, cimiteri e monumenti, particolari manufatti di Judaica, le feste ebraiche e le celebrazioni locali.

David ha dedicato 4 anni al progetto, durante i quali è stato 8 volte in 30 paesi dell’Africa. Ha visitato le comunità del Ghana, dell’Uganda, del Kenya, del Camerun e del Zimbabwe, tra le altre.

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Per governare bisogna comprendere e guidare ognuno dei governati – Parashat Pinchas

La successione a Moshé nella leadership di Israele è il tema centrale di questa parashà. Moshé sa che sta per morire e chiede a Dio la scelta di un successore che guidi il popolo quando egli non ci sarà più. “E rispose Moshé all’Eterno: Designa o Eterno, Dio degli spiriti di ogni carne, un uomo che diriga la congregazione, un uomo che possa portarla, accompagnarla e condurla, perché il popolo di Israele non resti come un gregge senza pastore.”

Moshé non si preoccupa per se stesso ma per il popolo, gli dà angoscia la possibilità che esso si ritrovi senza un leader che lo possa guidare. Moshé conosce il popolo, lo ha guidato per quaranta anni. Adesso prega Dio di scegliere, in vita, colui che gli succederà in questa missione tanto difficile. Moshé vuole partecipare alla scelta del nuovo leader, vuole assicurarsi che si tratti di qualcuno che sia adatto alle necessità del popolo, vorrebbe poterlo istruire e prepararlo, affinché l’immane sforzo compiuto in tutti questi anni non sia stato vano e non se ne perdano i risultati a causa di qualcuno non idoneo a proseguire il cammino intrapreso.

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Parashat Chukkat – Purità

Nella parasha’ di questa settimana affrontiamo la difficile mitzva’ della vacca rossa, l’animale le cui ceneri sarebbero servite per purificare coloro che si sarebbero trovati in un stato rituale di impurità per motivi diversi tra i quali il lutto per un parente prossimo. I nostri maestri, codificando le mitzvot in mishpatim, precetti la cui logica può essere comprese e chukkim, precetti dogmatici di difficile se non impossibile comprensione, indicano questa mitzva come il chok per eccellenza. Se quindi è difficile comprendere il precetto della vacca rossa nelle sua essenza, diviene ancora più difficile comprendere il meccanismo per il quale colui che purifica diventa impuro e colui che è purificato diventa ovviamente puro. Come è possibile che uno stesso rito renda puri ed impuri allo stesso tempo? Come è possibile che si trasmetta uno stato di impurità a chi non sta vivendo quella stessa realtà di lutto? Il passaggio tra le due diverse condizioni halachiche andrebbe cercato nel senso del rito e dell’impegno per la purificazione e quindi l’elevazione dell’altro. L’insegnamento del rito della vacca rossa trascende lo stesso rito e ci insegna che per educare, per trasmettere un messaggio, per far crescere la consapevolezza ebraica di un qualsiasi gruppo o una qualsiasi persona bisogna “rendersi impuri”, bisogna scendere ad un livello più basso per poter risalire insieme, bisogna andare incontro all’altro nel luogo impuro nel quale egli vive, comprendendo la sua realtà ed elevandola. Puro ed impuro non sono categorie morali, sono status tecnici che vanno affrontati nel loro tecnicismo perché ebraicamente non è mai esistita una connotazione etica rispetto a condizioni tecniche di ritualità ed in nome di questo bisogna saper trasmettere un messaggio di crescita e miglioramento educativo.