Parashà Bamidbar – La necessità di riconoscersi in noi stessi

Con questa parashà inizia la lettura del libro di Bamidbar (nel deserto) il quarto libro della Torà. Ad una prima lettura questo libro può dare un’impressione di grande semplicità, sembra noioso, a immagine del deserto che è al centro del suo racconto. I riferimenti immediati che ci vengono alla mente pensando al deserto si relazionano con la tranquillità, la solitudine, la lentezza e la vita senza alcuna sorpresa.

Paradossalmente è in questo deserto che nascono l’ordine interno e la tradizione del popolo di Israele. Allo stesso modo in cui un corpo malato o senza difese viene isolato per farlo guarire, il popolo di Israele viene separato dalla cultura mesopotamica, egizia e cananea e viene allontanato dalla società, dalle filosofie estranee, dalla influenze che avrebbero potuto condizionarlo. Il deserto funziona come un “laboratorio” nel quale il popolo di Israele si sviluppa in quanto tale.

Il deserto è il luogo dove il popolo impara a rispettare ed a mantenere una struttura, una organizzazione. Ogni tribù prende il proprio posto, la propria bandiera ed il proprio stemma, ognuna di esse conosce e rispetta la funzione e la responsabilità che le è stata attribuita. Senza dubbio, riferendosi ad un periodo di sviluppo, di sistematizzazione di una tradizione e di una identità nazionale, il libro Bamidbar è, per eccellenza, la cronaca dei conflitti, delle crisi permanenti e dei dilemmi che il popolo ebraico ha dovuto affrontare.

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Parashà Behar-Bechukkotai – La gravità dell’inganno e della frode

“Non ingannerai il tuo prossimo” questo è il comandamento di questa parashà che immediatamente aggiunge, attestando la provenienza della noma: “Io sono Dio.”

Nella Torà il concetto dell’inganno ha un significato molto ampio: per la morale ebraica l’”inganno”, in tutte le sue forme, che sia volontario o meno, che sia legalmente giustificabile o anche solo una deformazione della realtà, significa defraudare un’altra persona. Per la Torà ingannare il prossimo significa approfittare dell’ignoranza di qualcuno su un determinato tema, per esercitare una illecita influenza materiale, spirituale o morale.

Il Talmud cita a titolo di esempio una persona che, a un certo punto della sua vita, si avvia su una cattiva strada, ma dopo se ne pente e torna su quella buona: è considerato “inganno nei confronti del prossimo” anche il solo ricordare ad altri il suo comportamento precedente. Nei confronti di un convertito è proibito menzionare qualcosa che si riferisca in modo offensivo alla sua precedente condizione di gentile. Allo stesso modo è proibito attribuire le disgrazie di colui che siede in lutto al suo comportamento personale, facendo aumentare l’intensità delle sue sofferenze.

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Contare l’Omer – Parashà Emor

La mitzvà di contare l’Omer occupa un posto non secondario nella parashà di Emor ed al di là della mitzvà tecnica dell’agitazione dell’Omer, il senso del conteggio e dei giorni da contare porta con sé moltissimi significati.

Rambam, Maimonide, scrive nelle Guida dei Perplessi, 3, 43: “E Shavuot è il giorno del Dono della Torà. E per rendere più grande questo giorno, si contano i giorni dal primo Moed che lo procede, come colui che aspetta il fedele amato e conta i giorni ed anche le ore: questa è la motivazione del conteggio dell’Omer dal giorno della nostra uscita dall’Egitto fino al Dono della Torà, che era di fatto l’intenzione primigenia e lo scopo dell’uscita dall’Egitto come è detto “ E vi porterò a me” ( Esodo, 19, 4).

Per Rambam il conteggio è legato al giorno finale tra tutti i giorni dell’Omer, cioè Shavuot, e la mitzvà del conteggio prende il suo senso dall’attesa per il giorno in cui celebriamo il dono della Torà.

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Parashat Kedoshim – La santità della comunità

“ Siate Santi, perché Io, il Signore vostro Dio, sono santo.” Levitico 19,2.

E’ interessante, in questo versetto, il cambio tra un comandamento al plurale, “Siate santi, (kedoshim)” e la contestualizzazione, al singolare, di questo stesso comandamento: “Perché Io il Signore vostro Dio, sono santo,(kadosh).”

Nella sua completezza il versetto recita: “Il Signore disse ancora a Mosè: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”

Alla santità unica, inimitabile ed irripetibile di Dio corrisponde un comandamento collettivo che richiama la santità della comunità, di tutta la comunità dei figli di Israele e ci invita ad ulteriori riflessioni.

Prima di ogni cosa dobbiamo sottolineare che il termine kadosh, in ebraico, non significa propriamente “santo” bensì “consacrato per” e “separato da”. Comprendiamo con facilità che nella sua essenza solo Dio può essere realmente separato dal reale in quanto Egli stesso è il Reale e consacrato, ovvero intrinsecamente santo.

Per l’umanità, nel loro essere singoli e soli, la tensione verso la completa sacralità divina resta una sfida inimitabile ed irripetibile.

L’uomo nella propria ricerca spirituale, quando ha provato ad imitare la tensione santa di Dio ha scelto di separarsi dalla società per consacrarsi ad un vita di preghiera, ascetica, monastica e questo è accaduto ed accade sia in Oriente che in Occidente.

E’ questo il senso del comandamento contenuto in Levitico 19, 2?

Leggendo con più attenzione ci rendiamo conto che l’ebraismo non chiede all’uomo la separazione dalla società e dalla vita comunitaria per poter giungere ad una piena sacralità e tensione di santità.

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Parashat Acharei Mot – La forza di ricominciare

di Rav Yehoshua Ellis

La morte dei figli di Aronne, evento che dà il nome alla nostra Parashà di questa settimana, è avvenuta nella Parashà Sheminì, due Parashot fa, allora perché la Parashà di questa settimana porta il titolo “dopo la morte dei figli di Aharon”? Il testo che unisce la Parashà Sheminì alla nostra Parashà non ha nessuna narrazione, si può quindi dedurre che le indicazioni date da Dio a Mosè queste settimana, siano state date subito dopo la morte dei figli di Aronne. Nel Talmud Babilonese, Masechet Pesachim, leggiamo del dibattito tra i Rabbini e Rav Shimon Ben Gamliel, su quanto prima di Pesach si debba cominciare a studiare le regole della festa. Rav Shimon sosteneva che si dovesse cominciare due settimane prima della festa, il resto dei rabbini – un mese prima. Indipendentemente da chi avesse ragione, vediamo che lo studio delle regole e procedure legate alla festa, si iniziano non prima di un mese prima.

Nadav e Avihu (figli di Aronne) morirono durante la santificazione del Mishkan, il primo giorno del mese di Nissan. Yom Kippur, descritto nella Parashà di questa settimana, cade il 9 del mese di Tishrei. Tra queste due date vi è un mezzo anno di differenza. Significa quindi che l’indicazione data in questa Parashà è stata espressa come minimo 5 mesi dopo la morte dei figli di Aronne, allora perché viene ricordata proprio ora?

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