Come hanno celebrato Shavuot in Russia e in Portogallo

La scorsa settimana, il mondo ebraico ha celebrato la festa di Shavuot, che segna il dono della Torà sul Monte Sinai 3300 anni fa.

La comunità Ebraica Subbotnik di Visoky in Russia, non è attiva da così tante migliaia di anni – la comunità venne formata quando dei contadini in Russia meridionale abbracciarono le pratiche ebraiche  e si convertirono all’ebraismo circa 200 anni fa, sotto il regime zarista – ma sono stati tuttavia scrupolosi nel celebrare la festa.

Questo potrebbe essere dovuto al fatto che Shavuot porta con sé un secondo significato – nei tempi biblici, segnava il tempo delle primizie. E gli ebrei Subbotnik sono prevalentemente degli agricoltori.

Vi sono circa 15mila ebrei Subbotnik che vivono in Russia meridionale e in Siberia. Abbiamo scritto di loro qui, qui e qui.

Abbiamo alcune foto della comunità durante le celebrazioni di Shavuot quest’anno. Venticinque Ebrei Subbotnik hanno partecipato. Queste sono state scattate nella nuova sinagoga di Visoky, che fu completata due anni fa con i fondi di Shavei Israel.

Intanto in Portogallo il nostro emissario Rav Elisha Salas ci ha inviato delle foto delle celebrazioni di Shavuot a Belmonte.

 

 

Parashà Naso – L’equilibrio tra spiritualità e materia

Indubbiamente il centro, o meglio il centro della nostra attenzione su questa parashà, è occupato dalla benedizione sacerdotale, che la Torà comanda ad Aaron ed ai suoi discendenti e  che si esprime con queste parole: “Queste sono le parole con le quali benedirete il popolo di Israele: Il Signore ti benedica e ti custodisca! Il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia. Il Signore posi su di te il suo sguardo e ti dia pace.” (Num. 6, 22-26) Di fatto queste parole di benedizione, che da allora in poi sono entrate nel servizio quotidiano sinagogale così come domestico, sono forse la fonte più antica di una liturgia giunta fino a noi.

Proprio perché si tratta di una fonte così antica è davvero importante notare come la Torà ci insegni con forza che non è il sacerdote ad aver il potere di donare bene o il suo contrario, ma solo Dio è fonte di ogni benedizione. Lontano dalla Torà è il mondo della magia, degli sciamani, degli stregoni mentre è interessante notare che la benedizione sacerdotale è divisa in tre parti e si riferisce a tre tipi diversi di emanazione di bontà da parte di Dio verso il suo popolo.

La prima parte della benedizione si rivolge e si riferisce ai beni materiali, la seconda parte si rivolge al mondo intellettuale ed agli sforzi dell’uomo in tal senso, la terza parte riguarda il nostro equilibrio spirituale, la nostra serenità.

La presenza dei beni materiali non è considerato un danno spirituale, ma va inserito in una custodia, in un senso di giustizia e di validità etica, segue poi l’idea che al benessere materiale corrisponda una capacità di comprensione e gestione del mondo e di noi stessi, non è un caso che “ti conceda grazia” in ebraico è una espressione legata al chinuch, alla educazione, alla formazione, allo sforzo ed all’impegno intellettuale. Chiude il cerchio di questa triplice benedizione l’idea di un equilibrio, di un senso di pace, che nasce proprio da un incontro sano tra una materialità eticamente giusta, un impegno intellettuale onesto e la proiezione verso una spiritualità che, proprio perché equilibrata, porta alla pace ed ottiene la pace da Dio.

Parashà Bamidbar – La necessità di riconoscersi in noi stessi

Con questa parashà inizia la lettura del libro di Bamidbar (nel deserto) il quarto libro della Torà. Ad una prima lettura questo libro può dare un’impressione di grande semplicità, sembra noioso, a immagine del deserto che è al centro del suo racconto. I riferimenti immediati che ci vengono alla mente pensando al deserto si relazionano con la tranquillità, la solitudine, la lentezza e la vita senza alcuna sorpresa.

Paradossalmente è in questo deserto che nascono l’ordine interno e la tradizione del popolo di Israele. Allo stesso modo in cui un corpo malato o senza difese viene isolato per farlo guarire, il popolo di Israele viene separato dalla cultura mesopotamica, egizia e cananea e viene allontanato dalla società, dalle filosofie estranee, dalla influenze che avrebbero potuto condizionarlo. Il deserto funziona come un “laboratorio” nel quale il popolo di Israele si sviluppa in quanto tale.

Il deserto è il luogo dove il popolo impara a rispettare ed a mantenere una struttura, una organizzazione. Ogni tribù prende il proprio posto, la propria bandiera ed il proprio stemma, ognuna di esse conosce e rispetta la funzione e la responsabilità che le è stata attribuita. Senza dubbio, riferendosi ad un periodo di sviluppo, di sistematizzazione di una tradizione e di una identità nazionale, il libro Bamidbar è, per eccellenza, la cronaca dei conflitti, delle crisi permanenti e dei dilemmi che il popolo ebraico ha dovuto affrontare.

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Parashà Behar-Bechukkotai – La gravità dell’inganno e della frode

“Non ingannerai il tuo prossimo” questo è il comandamento di questa parashà che immediatamente aggiunge, attestando la provenienza della noma: “Io sono Dio.”

Nella Torà il concetto dell’inganno ha un significato molto ampio: per la morale ebraica l’”inganno”, in tutte le sue forme, che sia volontario o meno, che sia legalmente giustificabile o anche solo una deformazione della realtà, significa defraudare un’altra persona. Per la Torà ingannare il prossimo significa approfittare dell’ignoranza di qualcuno su un determinato tema, per esercitare una illecita influenza materiale, spirituale o morale.

Il Talmud cita a titolo di esempio una persona che, a un certo punto della sua vita, si avvia su una cattiva strada, ma dopo se ne pente e torna su quella buona: è considerato “inganno nei confronti del prossimo” anche il solo ricordare ad altri il suo comportamento precedente. Nei confronti di un convertito è proibito menzionare qualcosa che si riferisca in modo offensivo alla sua precedente condizione di gentile. Allo stesso modo è proibito attribuire le disgrazie di colui che siede in lutto al suo comportamento personale, facendo aumentare l’intensità delle sue sofferenze.

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Contare l’Omer – Parashà Emor

La mitzvà di contare l’Omer occupa un posto non secondario nella parashà di Emor ed al di là della mitzvà tecnica dell’agitazione dell’Omer, il senso del conteggio e dei giorni da contare porta con sé moltissimi significati.

Rambam, Maimonide, scrive nelle Guida dei Perplessi, 3, 43: “E Shavuot è il giorno del Dono della Torà. E per rendere più grande questo giorno, si contano i giorni dal primo Moed che lo procede, come colui che aspetta il fedele amato e conta i giorni ed anche le ore: questa è la motivazione del conteggio dell’Omer dal giorno della nostra uscita dall’Egitto fino al Dono della Torà, che era di fatto l’intenzione primigenia e lo scopo dell’uscita dall’Egitto come è detto “ E vi porterò a me” ( Esodo, 19, 4).

Per Rambam il conteggio è legato al giorno finale tra tutti i giorni dell’Omer, cioè Shavuot, e la mitzvà del conteggio prende il suo senso dall’attesa per il giorno in cui celebriamo il dono della Torà.

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