La paura del cambiamento -Parashat Vayeshev

Rav Eliahu Birnbaum

Tutti i personaggi centrali di Bereshit sognano: Avraham, Itzhak, Yaakov e persino Yosef affrontano la vita con un piede nella realtà temporanea e l’altro nel mondo dei sogni, del desiderio, della ricerca spirituale e dell’utopia.

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In questa parashà Yosef si incontra con i suoi fratelli e tale incontro mette in crisi il rapporto tra una realtà tradizionalista e un sogno radicale. I fratelli avevano buone ragioni per odiare Yosef: era ostinatamente il preferito del loro padre, come lui era un sognatore e ne aveva adottato il linguaggio e il modo di pensare; la sua ricerca spirituale era loro estranea.

Tra tutti i conflitti che, a questo punto della sua vita, Yaakov ha già dovuto affrontare, questo è il primo che capita all’interno della sua famiglia. Yaakov ama Yosef più degli altri suoi figli, perché Yosef è il figlio di Rachel, il suo primo e più grande amore e perché egli a sua volta è un sognatore. Nel donargli una tunica a strisce, simbolo di un sentimento ancor prima che di ricchezza, Yaakov rende manifesta la sua preferenza per Yosef e per questo gli altri suoi figli cominciano ad odiarlo fino al punto di non essere più capaci di parlare con lui in modo pacifico.

Ciò che dà fastidio ai fratelli di Yosef non è il valore economico della camicia. Secondo quanto ci spiega il Talmud questa era costata 2 selaim, un prezzo molto basso. Ciò che dà fastidio ai fratelli di Yosef è il valore affettivo dell’oggetto: per creare distanza e rancore tra fratelli non abbiamo bisogno di grandi regali, di auto e di tecnologia, basta una piccola differenza nell’amore che si dimostra: una differenza che spesso non richiede, né tantomeno può, essere spiegata. Considerando il fatto che una tunica possa aver avuto una simile influenza sul destino di Israele, il Talmud conclude che non vi debbano essere differenze né materiali, né affettive nei confronti dei figli, poiché il danno procurato è molto maggiore rispetto al beneficio.

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Un nuovo emissario per il centro Zion Torah in India

Di Brian Blum

 

Tamar Tzur è una ginecologa israeliana. Voleva aggiungere alle sue specializzazioni gli interventi con laparoscopia. Poiché il sistema educativo israeliano non prevede questi insegnamenti presso le accademie di medicina, allor Tamar ha cominciato a fare ricerche su internet per trovare un buon corso in qualche parte del mondo. A quel punto suo marito le ha suggerito qualcosa di molto sorprendente.

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Tamar, Noam e Yishai Tzur, prima della partenza per l’India

 

“Cosa ne dici dell’India?” le ha detto. Tamar era scettica. Non faceva parte di quella categoria di israeliani che dopo il servizio militare sono partiti zaino in spalla per l’Asia. Non era mai stata in India.

Ma l’India interessava Yishai per un’altra ragione. Nei precedenti due anni aveva conosciuto Samuel e Anne Devasahayam, capi del centro Zion Torah, nella città di Erode, nella provincia di Tamil Nadu. Nel 2001, Samuel aveva capito che l’ebraismo era la vera strada verso Dio. Dopo dieci anni, oggi è a capo di una comunità che conta 1500 Indiani osservanti della Torah. Gli uomini portano le kippot e sono circoncisi, le mezuzot adornano ogni stipite delle porte, e la comunità osserva lo Shabbat, tutte le feste ebraiche e le regole della kasherut.

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Kislev, un mese con un messaggio

Siamo da poco entrati nel mese di Kislev. Alla fine di questo mese ci sarà la festa di Hanukkà. Il mese di Kislev è il terzo mese dell’anno secondo la numerazione dei mesi rabbinica, che inizia con il 1 di Tishrei (Rosh-haShanà). Ma Kislev è anche il nono mese dell’anno, secondo la numerazione della Torah, che inizia a contare i mesi da Nissan.

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Vorrei per prima spiegare come mai la Torah conta Nisan come il primo mese dell’anno, mentre i Rabbini hanno creato una numerazione che inizia da Tishrei (Rosh ha-Shanà).

La volontà di HaShem, come vediamo nella Torah, è che il Suo popolo, il popolo di Israele, sia il punto più centrale della Torah. Per questo la Torah conta l’inizio dell’anno dal mese in cui il popolo d’Israele è uscito dall’Egitto. Invece i nostri Rabbini hanno voluto diversamente. Loro volevano che noi percepissimo HaShem come il “punto” più centrale della Torah, e non noi stessi! Per questo i Rabbini hanno deciso che il giorno in cui HaShem ha aperto il creato, cioè il primo giorno del mese Tishrei (Rosh ha-Shanà), deve essere il primo giorno dell’anno. Per questo il mese di Kislev è il terzo mese secondo la numerazione rabbinica e il nono secondo la numerazione data dalla Torah.

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La città di Lodz in Polonia, riceve un nuovo rotolo di Torah, il primo dalla II Guerra Mondiale

JTA

La comunità ebraica della città polacca di Lodz ha ricevuto il suo primo nuovo rotolo di Torah dalla II Guerra Mondiale, ha detto il rabbino.

Gli emissari di Shavei Israel Rav Yehoshua Ellis, Dawid Szychowski e il Rabbino Capo della Polonia Michael Schudrich, con il nuovo rotolo di Torah a Lodz
Gli emissari di Shavei Israel Rav Yehoshua Ellis, Dawid Szychowski e il Rabbino Capo della Polonia Michael Schudrich, con il nuovo rotolo di Torah a Lodz

Il rotolo, donato alla comunità dai filantropi ebrei inglesi Hilton e Louise Nathanson, è stato presentato lunedì durante una cerimonia speciale nella sinagoga della città, come ha raccontato il rabbino della Comunità Ebraica di Lodz, Szymcha Keller.

“E’ una stupenda culminazione dei 210 anni di esistenza della comunità locale e del 20 anniversario del suo ritorno alla sede anteguerra”, ha detto Keller della donazione fatta dai Nathanson.

I donatori hanno scelto Lodz dopo avere celebrato il bar mitzvah del loro figlio lì, poiché le loro famiglie provengono da Lodz e Radom (come ha riportato l’agenzia PAP).

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Non sempre la via più breve è quella migliore

Di Rav Yitzhak Rapoport

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La Torah ci dice che quando i nostri antenati hanno sconfitto i Midianiti è sorto il problema del bottino. In questo bottino vi erano molte stoviglie di ferro. Queste stoviglie erano ovviamente non-kasher. La Torah ci insegna che la kasherizzazione delle stoviglie , che possono passare nel fuoco senza essere danneggiate, si deve eseguire proprio con il fuoco. Quindi tutte le stoviglie non-kasher dei Midianiti passarono per il fuoco e divennero kasher. Ma questo ancora non bastava. Infatti, dopo avere kasherizzato le stoviglie, si dovevano bagnare con un’acqua ritualmente sacralizzata tramite le ceneri di una vacca rossa, per essere ritualmente pure (vedi libro Bemidbar, capitolo 19). Ma esiste un modo più rapido per far diventare le stoviglie ritualmente pure. Perché non hanno usato il metodo più veloce? Prima presenterò questo metodo più breve e poi risponderò alla domanda.

Il Talmud, nel trattato Shabbat foglio 15b, ci parla di un fatto avvenuto alla corte della regina Shlomtzion (circa I sec. p.e.V.) Shlomtzion offrì un banchetto in onore del figlio. Durante questo banchetto, tragicamente, un ospite morì. Per questo tutte le stoviglie usate quella sera divennero ritualmente impure. Invece di aspettare una settimana per poterle purificare ritualmente, Shlomtzion ordinò di fare un bel buco in ogni stoviglia. Il buco nella stoviglia fa sì che quell’oggetto non sia più una stoviglia. Una stoviglia con un buco è solo un pezzo di ferro e quindi non ha più nessun status rituale. Allora si può riparare il buco et voilà! – da un pezzo di ferro si ricava un oggetto nuovo e quindi una stoviglia ritualmente pura! Perché allora i nostri antenati durante il loro cammino nel deserto non hanno usato questo stesso metodo? Continue reading “Non sempre la via più breve è quella migliore”

Barechu et HaShem hamevorach

Torah_Reading_Sephardic_custom-300x225Chiunque sia stato in sinagoga e abbia ottenuto l’aliyah alla Torah (andare a Sefer) o abbia visto gli altri fare quest’aliyah, ha potuto notare che chi lo fa comincia la berachà con le parole “Barechu et HaShem hamevorach”, cioè “Benedite Hashem, il quale è benedetto”. Ma un uomo può benedire il Dio Infinito? Un uomo è capace di benedire HaShem, che si trova fuori dal tempo e dallo spazio? Com’è possibile?

Cercando nel Tanach (la Bibbia ebraica), troveremo che la parola Barechu (benedite), appare raramente, solo 16 volte in tutto il Tanach. E’ importante notare come la parola Barechu sia più spesso scritta senza la congiunzione “et”, e non come nella berachà sopra citata, nella quale diciamo Barechu et HaShem. Per esempio Dvorah e Barack cantano un inno a HaShem e dicono due volte Barechu HaShem (Giudici, capitolo V). Barechu et Hashem appare nei Salmi, capitolo 135, dove troviamo 4 volte questo accostamento. Qual è quindi la differenza tra Barechu HaShem versus Barechu et HaShem?

Per avere una risposta, dobbiamo quindi capire il senso profondo della parola Barechu, “benedite”. A questo scopo ci aiuteremo con la più antica fonte scritta della Torah Orale, cioè il Targum Jonathan. Continue reading “Barechu et HaShem hamevorach”

Parashà Scemoth – Cosa ci insegna a Mosè il roveto ardente?

Rav Boaz Pashfile_0_original

La nostra Parashà settimanale ci parla di come HaShem sia apparso a Mosè sotto l’aspetto di roveto ardente.

“Un inviato del Signore gli apparve attraverso una fiamma di fuoco di mezzo ad un rovereto e osservando si avvide che il rovereto ardeva per il fuoco ma non si consumava” (Scemoth 3:2)
HaShem nomina Mosè, finora un semplice pastore di greggi, a capo del Popolo di Israele. Mosè discute con l’Altissimo, non vuole accettare una simile missione, poiché ai suoi occhi non crede di essere degno di una tale posizione.

<E Mosè disse al Signore: “Ma chi sono io che abbia l’ardire di andare dal Faraone e che possa far uscire i figli d’Israele dall’Egitto?”> (Scemoth 3:11)

E successivamente:
<Mosè rispose: “Forse non avranno fede in me e non ascolteranno la mia voce…” >(4:1) Continue reading “Parashà Scemoth – Cosa ci insegna a Mosè il roveto ardente?”

“Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev

Rav Avi Baumol 

I fratelli di Giuseppe, figli di Giacobbe, hanno commesso uno dei delitti peggiori, quasi un peccato mortale, e poi tra le urla e le sofferenze del fratello, si sono seduti a mangiare.

La Torah non ci parla di quando le persone si mettessero a mangiare. Tutti noi pensiamo che mangiare sia qualcosa di ovvio, pensiamo che una volta si mangiava come ora. Dunque, esclusa qualche occasione speciale, nella quale si ricorda di Abramo che spezza il pane in occasione della nascita del figlio; o di Giacobbe e Labano che finalizzano la pace tra loro… – non dovremmo avere racconti su una questione terrena come il mangiare. Ma qui l’occasione è particolare, i fratelli cambiano il corso della storia ebraica, consumano il pasto, spezzano il pane spezzando al contempo il cuore del padre. Continue reading ““Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev”