Cosa è la solidarietà ebraica? – Parashà Mattot-Massè

A questo punto del racconto biblico ci ritroviamo con una crisi che riguarda non già il passato bensì il presente ed il futuro del popolo di Israele.

La Transgiordania è già stata conquistata. Il popolo di Israele si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella terra promessa e conquistarla. In questo preciso momento due tra le tribù chiedono a Moshé di non passare il Giordano: preferiscono stabilirsi nel luogo in cui si trovano e chiedono che venga già loro assegnata una porzione nella terra di Israele.

“Se abbiamo grazia ai tuoi occhi, ti chiediamo che sia data questa terra ai tuoi servi in eredità e non ci sia fatto passare il Giordano.” Con grande delicatezza e amabilità presentano la loro richiesta, che tuttavia implica la loro separazione del resto del popolo. Alieni dalla santità della terra di Israele, sembrano concepire la terra unicamente come un fattore economico: “Questa terra è giusta per gli armenti ed i tuoi servi hanno armenti.” Questo è il loro argomento.

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La mostra “Figli di Abramo e Sara” risalta gli Ebrei Africani

Tutti gli Ebrei sono considerati figli dell’Abramo e della Sara biblici. Una nuova mostra a Beit Hatufsot, il Museo del Popolo Ebraico a Tel Aviv, mette in luce alcune incredibili diversità di questi figli.

Intitolata “I figli di Abramo e Sara”, la mostra è divisa in due parti. La prima è un video di Nira Pereg che parla del culto alla Grotta dei Patriarchi a Hebron.

La seconda, sezione più ampia, consiste in fotografie eseguite dal fotografo Jono David sulle Comunità Ebraiche dell’Africa.

Le foto di David mostrano i membri e i leader delle comunità, sinagoghe improvvisate, cimiteri e monumenti, particolari manufatti di Judaica, le feste ebraiche e le celebrazioni locali.

David ha dedicato 4 anni al progetto, durante i quali è stato 8 volte in 30 paesi dell’Africa. Ha visitato le comunità del Ghana, dell’Uganda, del Kenya, del Camerun e del Zimbabwe, tra le altre.

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Per governare bisogna comprendere e guidare ognuno dei governati – Parashat Pinchas

La successione a Moshé nella leadership di Israele è il tema centrale di questa parashà. Moshé sa che sta per morire e chiede a Dio la scelta di un successore che guidi il popolo quando egli non ci sarà più. “E rispose Moshé all’Eterno: Designa o Eterno, Dio degli spiriti di ogni carne, un uomo che diriga la congregazione, un uomo che possa portarla, accompagnarla e condurla, perché il popolo di Israele non resti come un gregge senza pastore.”

Moshé non si preoccupa per se stesso ma per il popolo, gli dà angoscia la possibilità che esso si ritrovi senza un leader che lo possa guidare. Moshé conosce il popolo, lo ha guidato per quaranta anni. Adesso prega Dio di scegliere, in vita, colui che gli succederà in questa missione tanto difficile. Moshé vuole partecipare alla scelta del nuovo leader, vuole assicurarsi che si tratti di qualcuno che sia adatto alle necessità del popolo, vorrebbe poterlo istruire e prepararlo, affinché l’immane sforzo compiuto in tutti questi anni non sia stato vano e non se ne perdano i risultati a causa di qualcuno non idoneo a proseguire il cammino intrapreso.

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Parashat Chukkat – Purità

Nella parasha’ di questa settimana affrontiamo la difficile mitzva’ della vacca rossa, l’animale le cui ceneri sarebbero servite per purificare coloro che si sarebbero trovati in un stato rituale di impurità per motivi diversi tra i quali il lutto per un parente prossimo. I nostri maestri, codificando le mitzvot in mishpatim, precetti la cui logica può essere comprese e chukkim, precetti dogmatici di difficile se non impossibile comprensione, indicano questa mitzva come il chok per eccellenza. Se quindi è difficile comprendere il precetto della vacca rossa nelle sua essenza, diviene ancora più difficile comprendere il meccanismo per il quale colui che purifica diventa impuro e colui che è purificato diventa ovviamente puro. Come è possibile che uno stesso rito renda puri ed impuri allo stesso tempo? Come è possibile che si trasmetta uno stato di impurità a chi non sta vivendo quella stessa realtà di lutto? Il passaggio tra le due diverse condizioni halachiche andrebbe cercato nel senso del rito e dell’impegno per la purificazione e quindi l’elevazione dell’altro. L’insegnamento del rito della vacca rossa trascende lo stesso rito e ci insegna che per educare, per trasmettere un messaggio, per far crescere la consapevolezza ebraica di un qualsiasi gruppo o una qualsiasi persona bisogna “rendersi impuri”, bisogna scendere ad un livello più basso per poter risalire insieme, bisogna andare incontro all’altro nel luogo impuro nel quale egli vive, comprendendo la sua realtà ed elevandola. Puro ed impuro non sono categorie morali, sono status tecnici che vanno affrontati nel loro tecnicismo perché ebraicamente non è mai esistita una connotazione etica rispetto a condizioni tecniche di ritualità ed in nome di questo bisogna saper trasmettere un messaggio di crescita e miglioramento educativo.

Un Bat-mitzva in Nigeria

Come ti vesti per il tuo Bat-mitzva in Nigeria? Non molto diversamente che in Israele: con un abito vaporoso rosa e una corona!

Gadi Bentley, uno dei nostri emissari per gli Ebrei Igbo in Nigeria (ne avevamo già scritto qui e qui), ci ha inviato le foto di questa giovane ragazza durante il suo Bat-mitzva, Tuvia Bat Pennyel, circondata da fratelli e genitori. Tuvia vive nella piccola cittadina di Ogidi.

Circa 3000 Igbo si identificano come Ebrei e praticano una moderna forma di ebraismo, con sinagoghe (26 nel paese), rotoli di Torah, casherut, indossano i Tefillin e il Tallit, e i maschi vengono circoncisi.

Gli Ebrei Igbo sono stati notati dagli occidentali circa 500 anni fa, quando dei missionari portoghesi arrivarono in Africa Occidentale. Inviarono alle loro sedi dei rapporti nei quali si parlava di africani che rispettavano lo Shabbat e le leggi della Casherut. Anche se i missionari iniziarono a convertire gran parte degli Igbo al cristianesimo, questi non dimenticarono delle loro origini e negli ultimi decenni hanno iniziato a ritornare alle proprie radici.

Questa riconnessione non riguarda solo le celebrazioni, smachot, come un bar-mitzva. Ogni mese i ragazzi della comunità si raccolgono per varie attività e per divertimento. Ecco alcune foto (quello alto non-Nigeriano è il nostro emissario Gadi).

L’idea è quella di incontrarsi in posti diversi ogni volta “per studiare Torah insieme e imparare gli uni dagli altri”, ci dice Gadi Bentley.

C’è sempre un quiz sul Legge Ebraica, Sionismo e lingua ebraica. Ci sono sempre tanti vincitori.

E ultimamente, come si vede dalle foto, c’è stato uno Shabbaton a Eboni.

Parashat Korach – Come giungere a Dio

Qual è stata la vera colpa di Korach? Perché fallisce il suo movimento popolare contro Moshè ed Aaron? In fondo Korach non aveva tutti i torti, almeno in teoria. Il suo movimento di protesta parte da un assunto: Moshe ed Aaron avevano concentrato troppi incarichi nelle loro mani ed questa organizzazione non rispecchiava più la nuova realtà politica e spirituale del popolo ebraico.

Una frase chiave della critica di Korach fu questa: “ Questo vi basti, perché l’intera assemblea, tutti loro, sono santi e l’Eterno è in mezzo a loro. Perché, dunque, vi dovete innalzare al di sopra della congregazione dell’Eterno?” (Numeri 16,3) In altre parole la critica di Korach era questa: “Dal momento che abbiamo ricevuto al Torà e quindi Dio si è manifestato realmente in mezzo al popolo, tutto il popolo è santo e quindi la stessa presenza di una organizzazione spirituale, di guide, di leggi non ha più senso: la santità intrinseca della legge ci rende tutti santi e quindi al di sopra delle legge stessa.”

Più volte lungo il corso della Storia ebraica il popolo ebraico si confronterà con questo tipo di critica, non ultimo nel mondo occidentale. L’uomo accetta con difficoltà l’idea di una legge, di un mondo spirituale regolato da leggi attraverso le quali relazionarsi con Dio, come se la spiritualità non abbia bisogno di ritmi, di precetti, di leggi con le quali esprimersi. Dai tempi di Korach, che in realtà inseguiva anche motivazioni personali, il mondo della fede e della spiritualità viene sdoganato da regole perché esse sembrano desuete o non consone per una libera espressione dell’anima. Allora come oggi sembra che solo l’anarchia, o l’assenza di leggi, sia la giusta strada per giungere a Dio, mentre invece proprio lo scorrere dei precetti, il ritmo di una vita regolata da passi comandati da Dio è la miglior maniera per esprimere la nostra religiosità, così come la nostra spiritualità e l’amore ed il timore che siamo chiamati a provare nei confronti di Dio.

Parashà Shelach Lechà – Uno sguardo femminile

Il suggerimento per la parashà di questa settimana non nasce autonomo nella mia mente: è stata la riflessione femminile di mia moglie, מב”ת, che me lo ha suggerito, perché a volte, sguardo maschile e sguardo femminile possono essere molto distanti.

Noi non ci stupiamo del fatto che tutte le persone coinvolte nella tragica spedizione voluta da Moshè e raccontata nella parashà di Shelach Lechà sono uomini.

Uomini i capi tribù, uomini gli attori principali dei dialoghi, uomini sono le spie che tornano e che raccontano di una terra sì bella e rigogliosa, ma impossibile da conquistare e che “mangia i suoi abitanti”, e maschili sono le prime lacrime di disperazione nonostante la promessa ed il sostegno divino.

Questo mondo maschile farà pagare al popolo ebraico la propria sfiducia con quaranta anni di cammino punitivo nel deserto.

Nella Haftarà che accompagna la parashà compare invece una donna: è Rachab che accoglie e nasconde le spie inviate da Giosuè per cogliere i punti deboli di Gerico e che è sicura che Dio accompagnerà Israele nella sua conquista.

Sorge spontanea la domanda: se in un mondo più attento al femminile la spedizione di Moshè fosse stata guidata da donne? Avremmo avuto lo stesso risultato? Avremmo avuto una stessa descrizione di Israele, piena di timori, angosce e terrori infondati? Avremmo pianto le stesse inutili lacrime?

La storia non si fa con i se, ma possiamo cogliere una risposta citando un altro passo della Torà.

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