Un nuovo doposcuola ebraico – “Talmud Torà ” per i bambini del Cile

Shavei Israel è orgogliosa di annunciare che ancora una comunità ebraica in America Latina potrà offrire ai propri bambini una educazione ebraica e stimolare il loro interesse per la nostra tradizione, storia e valori. Un nuovo Talmud Torà tenuto dalla rabanit Esther Miriam Latapiat, il cui marito Rav Avraham Latapiat è nostro emissario in Cile, ha aperto le porte per i bambini della zona offrendo loro una vasta gamma di attività divertenti.

L’ultima festa che abbiamo celebrato è stata Chanukkà, i bambini hanno quindi potuto partecipare ad uno spettacolo di marionette legato al tema, seguire lezioni sul miracolo di Chanukkà e partecipare a laboratori dove hanno imparato a costruire i dreidel di materiale riciclato.

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Chanukkà – il commento di Rav Pinhas Punturello

Se apriamo le pagine del Talmud nei trattati di Shabbat e Sukkot (rispettivamente 23a e 46a) troviamo che rav Irmiah inserisce un nuovo concetto rispetto all’osservanza del precetto delle candele di Channuka: la benedizione per chi vede le candele accese.

Anche Rambam conferma questa halachà e scrive: “…e colui che vede le candele e non ha ancora benedetto, recita due benedizioni la prima sera, quella che Dio ha compiuto miracoli per i nostri padri e la benedizione per averci mantenuto in vita portato fino a questo momento, le altre sere colui che accende recita due benedizioni e colui che vede le candele accese solo una…” ( Hilchot Meghillà veChannuka 3, 4.)

Rav Ovadya Yosef nel suo Yalkut Yosef mette in ordine questa halachà e ci spiega che colui che vede le candele accese può dire la berachà sui miracoli solo se esistono queste tre condizioni: che egli non abbia ancora acceso le sue candele, che sa che non le accenderà quella stessa sera e che sa che in casa sua nessuno accenderà per lui, né suo padre o sua madre se vive con i propri genitori, né sua moglie o marito se è sposato.

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Parashà Mishpatim – Il sentimento trascendentale che dà la Legge alla nostra vita

“E queste sono le leggi che porrai dinanzi a loro. Se acquisterai uno schiavo ebreo, lavorerà per sei anni ed al settimo lo lascerai libero…” Esodo, 21 1-2.

L’essenza legislativa della Torà si ritrova in questa parashà: non perché contenga il maggior numero di comandamenti (ne abbiamo qui 53, poi ve ne saranno 63 nella parashà di Emor e 74 in Ki Teze) bensì perché il suo stesso nome, Mishpatim, definisce la sua caratteristica fondamentale. Mishpatim significa leggi. Dato che la maggior parte della gente considera l’ebraismo come un insieme sistematico di leggi, è ragionevole affermare che la sezione della Torà dedicata ai “mishpatim” ce ne fornisca la definizione ed i significati basilari.

Dopo la teofania del Sinai che abbiamo letto nella parashà precedente, la Torà ci insegna adesso che il Dio della Rivelazione è allo stesso tempo il Dio che comanda, che ordina e che l’unicità dell’Ebraismo poggia su questa legislazione totalizzante – olistica si direbbe oggi – che abbraccia tutti gli aspetti della vita, sia per quanto riguarda la persona che la comunità.

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Parashà Noach – Il reale soggetto dell’elevazione

In questa parashà gli abitanti della terra provano ad avvicinarsi a Dio costruendo una grande torre materiale. Ignorando l’impossibilità di poter superare la distanza fisica tra la creatura ed il Creatore, fanno ricorso all’altezza materiale per potersi avvicinare a Dio: “Costruiamo una città e una torre la cui sommità giunga al cielo e saremo famosi perché non saremo dispersi sopra la faccia della terra.” L’ingenuità della proposta diventa palese nell’ironica reazione del Creatore: “Scendiamo e confondiamo le lingue perché non possano più intendersi in questo modo.” Dio sembra sorridere di fronte alla pretesa umana di arrivare in cielo attraverso una scala materiale.

Questo episodio si è ripetuto in maniera costante nel corso della storia. Una infinità di uomini, con modalità le più diverse, ha cercato una gloria trascendente dal materiale, attraverso il potere terreno. Abbiamo cercato senza alcun limite la soddisfazione personale esercitando il potere su altri uomini, ricorrendo a immagini e a discorsi di apoteosi, trionfalistici ed escatologici. E tristemente, ciò accade anche ai nostri giorni.

L’obbiettivo che si pongono i costruttori della Torre di Babele sembrava essere totalmente positivo: essi volevano essere uniti, non disperdersi, avvicinarsi al Creatore, raggiungere allo stesso tempo una elevazione spirituale, collettiva ed individuale. Nonostante l’obbiettivo avesse un carattere solo apparentemente positivo, esso fu attuato sulla terra per decisione dello stesso Creatore. Secondo quanto espresso da molti esegeti biblici, il paradosso consiste nel fatto che una torre, un edificio materiale, tende ad essere motivo di separazione e di situazioni conflittuali tra le persone, anziché essere motivo di unificazione attorno ad un progetto spirituale.

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Tikkun Olam

Nel Talmud questa espressione indica semplicemente l’intento di evitare situazioni confuse e problematiche: per esempio in Ghittin 32a si dice che se un ghet (documento di divorzio) arriva in mano alla donna non è più possibile annullarlo; “Anticamente [il marito] avrebbe potuto fare un bet din [tribunale rabbinico] in un altro luogo e annullarlo, ma stabilì Rabban Gamliel il vecchio che questo non fosse valido in nome del tikkun olam”; in questo caso “riparare il mondo” significa evitare ambiguità sullo status di una donna, pericolosissime nel caso si unisse ad altri uomini senza essere davvero divorziata.

L’espressione assume poi un significato ben più ampio nella mistica. Fuori da quest’ambito, però, di Tikkun Olam non si parla molto spesso; è vero che l’espressione si ritrova nella liturgia quotidiana nell’Alenu, testo che si recita più volte al giorno, ma niente in confronto all’insistenza con cui si menzionano altri temi, per esempio l’uscita dall’Egitto. Per molti secoli di fatto nel mondo ebraico non si parlava di Tikkun Olam. Il tema è emerso solo pochi decenni fa, e inizialmente in ambito non ortodosso, probabilmente (come spesso spiegato da Rav Birnbaum) per compensare il peso minore attribuito alla pratica delle mitzvot. Negli ultimi anni, però, sta acquistando crescente importanza anche nel mondo ortodosso.

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La preghiera personale

Così come esiste una preghiera ‘nazionale’, focalizzata sulle esigenze della nostra gente, tutti noi abbiamo dei problemi e delle questioni puramente private ​​per le quali pregare e chiedere aiuto al Creatore.

Nel Talmud i Saggi ci insegnano che possiamo e dobbiamo aggiungere le nostre richieste specifiche alla preghiera dell’Amidah. A seconda del motivo per ciascuna delle nostre richieste, daremo una sfumatura un po ‘più personale.
Così, nella benedizione della Salute possiamo aggiungere una richiesta per un parente malato, ecc. Ciascuna delle nostre petizioni troverà il frame di destra, e quando non siamo in grado di impostarlo in modo corretto, allora alla benedizione finale delle richieste che possono essere incluse si aggiungerà qualsiasi altra cosa che vogliamo richiedere.

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Potremmo imparare da re Davide che, nei Salmi ha scritto e identificato la sua situazione personale con il capitolo della storia nazionale che si stava svolgendo. Quindi la domanda rimane personale, ma è soggiogata alla capacità nazionale. Io, come parte del popolo di Israele, voglio che la mia gente sia in buona salute, ed è quindi indispensabile che anche ogni particolare individuo debba recuperare la salute perduta. In questo modo è possibile convertire il problema nazionale in qualcosa di molto più personale, si riesce molto meglio a impegnarsi sulle orme della storia. Non è più un problema astratto e diventa un problema personale: è essenziale che per la Salute del Popolo anche un singolo individuo  sia guarito.

Tutto il giorno a pregare?

Tutto questo non significa che si crea una connessione di sistema col Creatore che copre ogni momento della nostra vita. I Saggi dicono nel Talmud che “l’uomo spera di pregare tutto il giorno’; Speriamo di essere in grado di mantenere il contatto con il Creatore in ogni ora del giorno, e si spera di essere in grado di ottenere l’aiuto concreto che si  può davvero trovare.

Sempre e ovunque sono i luoghi adatti per stabilire un contatto con il Creatore. Ogni argomento è appropriato, la salute fisica o spirituale di una persona cara, piccoli problemi con i vicini o parenti, studio e problemi di apprendimento, difficoltà finanziarie, ecc.

Così otteniamo un contatto continuo con il Creatore, che dovrebbe essere la più alta aspirazione di chiunque, come vediamo nella storia di Yosef. La Torah descrive la vita dello schiavo nella casa di Potifar, che esclama: ‘Vedo che il Signore è con te e tutto quello che fai, Dio ti ha dato per avere successo’ (Genesi 39: 3). Questo può essere inteso come una reazione di Putifar alle azioni di Yosef, che continuamente ha chiesto aiuto divino per tutto quello che ha fatto, e ha ringraziato il Creatore per ogni piccolo successo che ha avuto.

Il significato delle preghiere

di Rav Nissan Ben Avraham

La Preghiera: l’ultimo rifugio

Gli Anusim, quegli ebrei che hanno dovuto nascondere la propria identità nel corso della storia, avendo sofferto persecuzioni e minacce da parte dei governi e degli abitanti dei paesi in cui hanno vissuto, spesso non avevano altro modo per praticare l’Ebraismo che attraverso la preghiera.

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Non potevano eseguire il precetto della circoncisione, in quanto avrebbero potuto essere scoperti, né potevano tenere correttamente il sabato e sono stati costretti a dissacrarlo, per evitare sospetti che li avrebbero messi a rischio di morte. Lo stesso per quanto riguarda il resto delle feste. Né potevano mantenere gli standard di kashrut, la dieta ebraica, come se il non mangiare carne di maiale potesse essere un segno che distingueva le leggi ‘antiquate’ degli ebrei.

Per tanti di loro tutto ciò che rimaneva erano le preghiere.

Ringraziando Dio, non abbiamo questo tipo di problemi e siamo in grado di soddisfare tutti i comandamenti senza paura, ma ancora, non siamo sempre pienamente consapevoli del significato delle preghiere che recitiamo, anche quando leggiamo nella nostra lingua.

In ebraico o in un’altra lingua?

È vero, nell’ebraismo vi è una chiara preferenza per le preghiere recitate in ebraico. L’ebraico è la lingua della profezia. La profezia non è solo quando il profeta ha un messaggio per chiunque o qualsiasi nazione, ma qualsiasi contatto diretto e consapevole tra il Creatore e l’uomo. Si presume che quando preghiamo dovremmo avere una conversazione con il Creatore, cioè, dobbiamo raggiungere un livello vicino alla profezia. E dal momento che l’ebraico è la lingua con cui questo collegamento viene compiuto con il Creatore, è importante abituarsi a pregare in questa lingua.

Naturalmente, in un primo momento, non resta che imparare il significato di ciò che diciamo, poiché una preghiera recitata come un pappagallo è inutile. Pertanto, è importante avere familiarità con le preghiere in una lingua comprensibile. Ma più tardi, avendo già una conoscenza di ciò che diciamo, è importante proseguire in ebraico.

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Tu B’Shvat – Potenzialità e impegno

di Rav Pinhas Punturello

La Mishnà Rosh HaShanà, 1,1 ci informa che Bet Shammai fissa il capodanno degli alberi il primo di Shevat, mentre Bet Hillel il 15 di Shevat, giorno nel quale è stato poi stabilito il capodanno degli alberi, il Rosh HaShanà Lailanot.

Come mai esiste questa differenza nella scelta della data tra le due scuole e come mai l’halachà è stata fissata secondo l’opinione di Bet Hillel?

Il grande maestro italiano del 1500, Rav Ovadya di Bertinoro, commentando questo passo della Mishnà insegna che questa data, il capodanno degli alberi, serviva da spartiacque per il calcolo dei frutti maturati che andavano inseriti nel calcolo della decima per un anno o il successivo. In questo commento, però, non troviamo nessuna spiegazione rispetto alla diversità di opinione tra le due scuole ed i due maestri.

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E’ il Talmud, sempre Rosh HaShana 14a, che ci suggerisce una strada interpretativa: per Shammai e chi lo interpreta il primo di Shevat è già caduta tutta la pioggia della stagione invernale, sebbene l’inverno non sia ancora terminato, per Hillel, sebbene la maggior parte delle piogge siano cadute, resta potenzialmente in essere l’inverno che potrebbe portare ulteriori piogge. Cominciamo a vedere, nell’orizzonte della distanza tra il primo di Shevat ed il 15, tra Bet Shammai e Bet Hillel, una strada interpretativa che si sviluppa tra atto e potenza, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

Nel trattato di Shabbat 21b, quando le due scuole si trovano a discutere di Channukkà, Shammai stabilisce che la channukkià vada accesa in ordine decrescente, cominciando da otto candele e scendendo fino ad una per l’ultimo giorno della festa, mentre Hillel segue l’ordine crescente da una ad otto, che è poi l’ordine stabilito dalla halachà. Shammai interpreta l’accensione in ordine decrescente ponendo la sua attenzione sui giorni già cominciati e sul fatto che il senso della festa è già compiuto nello stesso momento in cui la festa inizia, Hillel invece pone la propria attenzione sui giorni di Channukkà che arriveranno e sul fatto che “si cresce in santità e non si decresce”. Anche in questo caso Shammai sottolinea l’importanza dell’atto, della determinazione di ciò che è già compiuto, mentre Hillel pone il proprio orizzonte interpretativo sul senso di ciò che è ancora in divenire, che può ancora essere.

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Numeri e Halachà

di Rav Yitzhak Rapoport

Un vecchio proverbio dice: “Mi inganni una volta – la colpa è tua. Mi inganni due volte – la colpa è mia”. Questo detto è in antitesi a : “non c’è due senza tre”. E qui sorge la domanda, se la correttezza nelle sanzioni legislative dovrebbe esserci dopo due o tre volte dal fatto imputato?

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Nel Talmud, Rav Yehuda HaNassi dice, che dopo due. Invece Rav Gamliel sostiene che dopo tre. Nelle questioni economiche l’Halachà da ragione a Rav Gamliel, che solo dopo 3 volte si può dare delle sanzioni legislative. Invece nelle questioni dove appare il pericolo di vita, i Rabbini sono stati più restrittivi e hanno messo in atto le teorie di Rav Yehuda HaNassi, cioè che bastano solo 2 azioni.

Ecco degli esempi:

Una donna partorisce un figlio, che muore a causa della circoncisione. Ne partorisce un secondo e anche questi muore per lo stesso motivo. Quando nasce il terzo figlio, allora l’Halachà impedisce di circonciderlo fino a quando non crescerà, perché esiste il sospetto che i suoi figli siano troppo deboli per sopravvivere alla circoncisione. Si deve però aggiungere che questa Halachà venne scritta ben prima della medicina moderna, e oggi solo i medici prendono certe decisioni.

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Comportamenti sbagliati o peccati

di Rav Yitzhak Rapoport

Come ho detto nell’ultimo articolo, la mancanza dei Chaghim nel periodo invernale, unita alle giornate più corte e al tempo freddo, fanno in modo che le persone abbiano più tempo per l’introspezione.

Vorrei quindi dedicare quest’articolo al ragionamento sulla spiritualità dell’uomo in relazione ad un racconto del Talmud.

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“Una volta un angelo incontrò Rav Katina. E gli disse:”Katina, Katina, ma che fai, porti un cappotto con gli angoli tondi? Che ne sarà della mitzvà degli tzitzit?” Al che Rav Katina chiese:”Ma perchè? Voi punite chi evita i precetti?” L’angelo rispose:” Sì, nei periodi di ira”. (Trattato Menachot, foglio 4a).

Si deve innanzitutto spiegare che esiste una mitzvà nella Torah, che impone agli uomini di indossare i tzitzit (frange) ai quattro angoli dei loro vestiti. Per eseguire questa mitzvà, si deve indossare un abito con quattro angoli. L’angelo della storia vede che Rav Katina porta abiti con gli angoli stondati, e così non può eseguire la mitzvà. Questo non è in senso stretto un peccato, poichè la mitzvà è di avere i tzitzit sull’abito, se l’abito ha quattro angoli. Però l’angelo spiega che nei periodi di ira, come per esempio durante le guerre, il periodo prima di Tisha beAv ecc., l’uomo viene punito anche perché evita delle occasioni per aderire alle mitzvot.

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