La Sukkà di Palermo

Sukkot sarà anche finito, ma vogliamo condividere queste bellissime foto con voi.

Passare da una sukkà all’altra è una delle nostre attività preferite, sia nella realtà che in maniera virtuale, è anche una tradizione quella di visitare le “capanne” costruite dagli amici portando gioia e allegria (e far risuonare un “lehaim” porta sempre buona energia!).

E quindi noi di Shavei Israel, dopo avervi fatto vedere le capanne dei Bnei Menashe in India, vi portiamo virtualmente a Palermo per vedere come hanno celebrato i nostri fratelli siciliani.

 

La sukkà di Palermo è stata costruita in cima ad un palazzo, sulla terrazza, e il cielo era molto vicino…

Foto: i Bnei Menashe condividono la loro festa di Sukkot in India

La scorsa settimana vi abbiamo mostrato le foto delle capanne di Sukkot in costruzione e ora ecco le costruzioni completate, in India.

L’anno prossimo a Gerusalemme!

e ancora qualcuna…

 

 

Medici israeliani visitano la città di Erode in India

Il Zion Torah Center ha accolto Zvi e Rachel Simon quest’anno per le feste di Sukkot.

Zvi è un oncologo presso l’ospedale Tel Hashomer di Tel Aviv. Sua moglie è una psichiatra. Sono stati ospitati a Erode, dove hanno incontrato la comunità, mangiato nella sukkà e fatto scuotere il lulav.

Ecco alcune foto dalla sukkà:

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Prepararsi per Sukkot in India

La festa ebraica di Sukkot è già iniziata, e le comunità di Shavei Israel si sono preparate in tutto il mondo per le celebrazioni. Sono state infatti costruite le capanne come ricordo degli accampamenti nel deserto degli Israeliti in fuga dall’Egitto. In generale, gli ebrei mangiano, dormono e festeggiano in queste capanne per i 7 giorni di Sukkot.

 

Qui vi presentiamo alcune foto del processo di costruzione delle capanne, e iniziamo con i Bnei Menashe dell’India. Le foto sono state inviate dal Manipur dalla nostra corrispondente Meital Singson.

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Riepilogo delle Feste: Yom Kippur e Sukkot in Italia, Portogallo e San Salvador

Come sono state le vostre feste? Per i Bnei Anousim che hanno celebrato in Italia, Portogallo e America Latina, le feste ebraiche sono state un periodo di riflessione, ispirazione, gioia e riscoperta.

Il periodo delle Sante Feste è finito (e le piogge per le quali abbiamo pregato hanno già cominciato a scrosciare qui in Israele!), ma non abbiamo resistito e vogliamo condividere con voi le ultime foto delle settimane precedenti.

I preparativi a Belmonte, in Portogallo, sono stati particolarmente gioiosi, con l’arrivo di due cori – incluso uno stupendo coro di bambini – che ha intrattenuto i residenti.

Ecco alcune foto…

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Una guida per le Feste del mese di Tishrei (in spagnolo)

Shavei Israel è felice di presentare una guida speciale per le Feste in spagnolo, pensata appositamente per i Bnei Anousim – i discendenti degli Ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo durante l’Inquisizione.

La guida include due articoli speciali per ogni festa (Rosh HaShana, Yom Kippur e Sukkot), assieme alle regole di ogni festa e pratiche e tradizioni tipiche del periodo.

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Per Rosh HaShanà abbiamo una splendida spiegazione di come fare il “seder” tradizionale, per iniziare un anno pieno di benedizioni.

La sezione di Yom Kippur ha le tipiche confessioni dei peccati “vidui”, dettagliati e spiegati.

Per Sukkot si spiega il “seder ushpizin”, con il quale invitiamo i nostri patriarchi ad entrare nella Sukkà, uno diverso per ogni giornata.

Tutti i materiali sono in spagnolo e con la pronuncia fonetica. Il download è gratuito. Speriamo che porti gioia in molte case!

Shana Tovà a tutti, che possiamo essere iscritti tutti nel libro della vita, salute e longevità.

Per scaricare la guida clicca qui.

Il messaggio ebraico dell’inverno

di Rav Yitzhak Rapoport

Ci troviamo adesso nel periodo invernale, un periodo di “riposo” dai chaghim (feste). L’anno secondo la Torah inizia in primavera, assieme alla festa di Pesach e finisce in autunno con Sukkot e Sheminì Atzeret. Abbiamo ovviamente Hanukkah e Purim, le feste istituite dai Rabbini, però si sente in un certo modo una forma di vuoto durante l’inverno.

Vorrei quindi spiegare il messaggio di questo vuoto invernale riguardo alle feste.

Come già detto in precedenti articoli, la parola “festa” non esiste in ebraico. I “chaghim” non sono “feste” come le si intendono in occidente. Il termine non è connesso ad un concetto di santità o di qualcosa di eccezionale. La parola ebraica “chag” significa “ruota” e si riferisce al carattere di unità e solidarietà nel quale la festa dovrebbe essere celebrata quel giorno, che porta così un significato unico nella storia del nostro popolo. A Pesach HaShem ci ha liberati dalla schiavitù in Egitto. A Shavuot abbiamo ricevuto la Torà sul Monte Sinai e abbiamo portato, ogni anno, un cesto pieno di frutti al Tempio di Gerusalemme. Per Sukkot ci ricordiamo della fede e fiducia dei nostri antenati per HaShem, che sono usciti nel deserto e hanno vissuto in capanne (Sukkot) per ordine di HaShem. Uno degli scopi di ogni chag, è quello di unire il popolo ebraico attorno alla nostra storia comune. Per questo motivo, la Torah usa il termine “chag”, cioè ruota, che in realtà non ha molto a che fare con la parola “festa”.

Il “chag” viene nella Torà chiamato anche “reghel”, che significa pellegrinaggio a Gerusalemme. L’unità di un popolo si raggiunge al meglio nel luogo che è il più importante per la storia di quella nazione. Il Monte del Tempio a Gerusalemme, dove oggi si trova la moschea, è il luogo più importante per la storia del nostro popolo. Sul Monte del Tempio, Abramo e Isacco hanno avuto la loro prova di fede: quando HaShem ha detto ad Abraham, che deve donare in offerta suo figlio Yitzhak sull’altare. Il Monte del Tempio a Gerusalemme è anche il luogo dove il nostro avo Yaakov ha avuto il suo sogno della scala, che unisce la terra al cielo. Yaakov successivamente ottiene il nome Israel da HaShem. Israel, che è il primo e più vero nome del Popolo Ebraico, cioè “figli di Israele”.

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Una Capanna per sapere.

La Festività di Sukkot rompe con una espressione di originalità il rischio di una identità, quella ebraica, che troppo spesso viene fatta combaciare con il mantra del ricordo.

In Levitico 23, 44, parashat Emor, è scritto: “Abitere in sukkot ( capanne) per sette giorni…affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare in sukkot i figli di Israele…”. Chiaramente il Soggetto parlante in questo caso è l’Onnipotente, ma perché usa l’espressione “sapere” e non “ricordare”, come per le altre festività come per esempio Pesach?

Proviamo ad analizzare una discussione talmudica rispetto alla Sukkà. “Una sukkà più alta di venti amot è da ritenersi invalida, per quale motivo? Insegna Rava perché è scritto “affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare i figli di Israele in sukkot”. Fino ad un’altezza massima di venti amot una persona sa di vivere in una sukkà, sopra le venti amot, nessuno si accorge di vivere in una sukkà, perché l’occhio non ci pone attenzione.” ( Sukkà 2a)

Il “sapere” del versetto della Torà diventa nella discussione talmudica consapevolezza: una sukkà eccessivamente grande non permette all’uomo che dimora al suo interno di avvertire il senso della mitzvà, la sua pregnanza educativa, la sua importanza. In altre parole: una sukkà eccessivamente grande non educa perché non avvolge l’uomo con la sua struttura, diventa una maestosa assenza di consapevolezza, pur nella validità del “ricordo” della festa. Ma il ricordo non basta. Se noi avessimo seguito la logica degli eventi storici avremmo dovuto festeggiare Sukkot a ridosso di Pesach, ricordando le prime tappe del nostro peregrinare nel Deserto. In quel caso però il ricordo avrebbe avuto un legame logico con il clima perché è normale in una cultura agricola uscire verso la campagna con l’inizio dell’estate e proteggersi dal sole con capanni ombrati. Sukkot non vuole offrirci il mero ricordo di ciò che fecero i nostri padri e non ci propone un modello museale come elemento identitario. Non si tratta di conservare con cura le foto di famiglia, dobbiamo comprendere per sapere cosa e chi siamo e sopra ogni cosa per capire come portare avanti il messaggio del nostro passato, sia esso una foto di inizio secolo o una Sukkà di tremila anni fa.

Usciamo dalle nostre comode case in un momento climatico di confine, tra estate ed autunno, di contrasti tra caldo e fresco, tra sole e nuvole che si sperino portino una pioggia  di benedizione alla fine della Festa di Shemini Atzeret. Usciamo verso i confini dell’interno e dell’esterno, verso i limiti di una capanna che è aperta agli altri ma ha anche dei confini, usciamo portando con noi elementi del nostro interno vivere, del nostro interno sentire. Questa è la sfida di Sukkot: sapere tutto questo, saperlo ereditare dal passato, saperlo portare avanti nel futuro.