Parashà Vayikra – Il significato dei sacrifici

Dobbiamo ammettere che è davvero complicato per noi moderni comprendere il significato profondo dei sacrifici, elemento centrale del libro del Levitico. Levitico 1, 5-6: “Poi immolerà il capo di grosso bestiame davanti al Signore, e i sacerdoti, figli di Aronne, offriranno il sangue e lo spargeranno intorno all’altare, che è all’ingresso della tenda del convegno. Scorticherà la vittima e la taglierà a pezzi…” Animali tagliati, scorticati, fatti a pezzi…un mondo come il nostro dove la sensibilità verso il mondo animale è davvero profonda il sacrificio rituale resta qualcosa di incomprensibile. Forse la domanda che dovremmo porci è se il nostro mondo è davvero profondamente sensibile nei confronti del mondo animale.

Commentando questo passaggio della Torà Rav Kook scrive in in Igrot haReiyà IV, 24 che per poter comprendere il ritorno dei sacrifici nel nostro mondo dobbiamo, in un certo senso, liberarci da un certo peso della cultura europea. I sacrifici, agli occhi di Rav Kook, non sono un rito primitivo, bensì contengono un messaggio di santità che non può essere compreso se non attraverso la rivelazione divina rispetto allo stesso messaggio messianico che si rivelerà nella sua completezza con la Redenzione finale del popolo ebraico e del mondo intero. In altre parole l’intera cornice degli aspetti pratici dei sacrifici si rivelerà solo con la volontà divina che ci svelerà il senso profondo del rituale. Continue reading “Parashà Vayikra – Il significato dei sacrifici”

Parashà Vayakhel Pekudei – Una unione mistica con Dio

“E i capi dei popolo portarono pietre d’onice e pietre da incastonare per l’efod e per il pettorale,
aromi e olio per il candelabro, per l’olio dell’unzione e per il profumo fragrante, il ketoret hasamim” (Esodo 35, 27-28).
E’ sempre stato difficile comprendere fino in fondo l’offerta dell’incenso che bruciava nel Mishkan ed in seguito nel Mikdash, nel Tempio di Gerusalemme.
Il ketoret bruciava quotidianamente ed una volta l’anno bruciava all’interno del Kodesh haKodashim, il luogo più sacro del Tempio.
Si trattava di un rituale che esprimeva un’intima connessione con l’Eterno, una devekuth, una unione mistica con Dio stesso.
Dobbiamo notare che la parola ebraica katar, che vuol dire bruciare, in aramaico ha il senso di “attaccarsi, legarsi”.
Il senso di questo legame richiama un’unione con Dio che va al di là di un rito come il sacrificio o l’offerta sull’altare.
Affermano, infatti i nostri saggi: “ Tutte le offerte venivano portate a causa dei peccati o degli obblighi, ma il ketoret era offerto solo per gioia.” (Tanchuma Tetzaveh, 15)
Il ketoret era un’insieme di profumi e fragranze, il suo fumo profumato che saliva verso l’alto simboleggiava una perfetta connessione tra cielo e terra, tra spirito e materia.

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Parashà Balak – Il vero senso di un sacrificio

Perché Bilam, il mago che il re di Midian Balak assolda per maledire Israele senza riuscirci, offre sacrifici a Dio? (Numeri 23,4)

Come mai nel suo tentativo di ingraziarsi il volere divino e volgerlo contro il popolo ebraico Bilam sceglie anche la strada dell’offerta sacrificale?

Il Maharal di Praga fa notare (Netivot Haolam, Netivot Haavodà) che nel momento in cui si offre un sacrificio a Dio questo gesto sta a significare la consapevolezza che da Dio tutto dipende ed a Lui tutto appartiene. Colui che offre un sacrificio dichiara con questa offerta che Dio è Unico e che la sua unicità sta anche nella sua onnipotenza e potenza nei riguardi di tutto il creato. Per questo motivo la qualità stessa del sacrifico ha la sua importanza: non si tratta di un atto simbolico come provò ad insegnare Caino agli albori della storia del rapporto tra uomo e Dio, bensì cosa si offre è importante almeno quanto il modo in cui si offre un sacrificio. Offrire un korban significa esprimere con cuore puro la propria volontà di vicinanza all’Eterno, il proprio omaggio sincero che se eccessivo, se troppo sfarzoso può diventare un messaggio distorto rispetto al vero sentimento di religiosità richiesto per il rito del sacrificio stesso.

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Parashà Vaikra – Avvicinarsi a Dio

di Rav Pinhas Punturello

Si apre questa settimana il libro denominato “Levitico” secondo i canoni della cultura biblica occidentale. Un libro che si focalizza sui dettagli dei sacrifici, del rituale sacrificale, di aspetti che non sono facili da interpretare per noi contemporanei così influenzati da una idea di sacrificio estremamente distante da quella espressa nella Tora’.

In ebraico la parola sacrificio קרבן (korban) ha la stessa radice dei verbi, degli aggettivi e dei sostantivi che esprimono vicinanza. Sacrificare non vuol dire ad un primo sguardo ebraico annullarsi per il Divino, eliminare la propria esistenza in nome di Dio, bensì ha il senso di un percorso di avvicinamento a Dio, di conoscenza di Dio, di consapevolezza che per poter essere a Lui più vicino, bisogna esprimersi attraverso un percorso ed un rito che sia anche sacrificale, ma sopra ogni cosa di avvicinamento.

I riti portano con loro il grande rischio della mera ripetizione, della espressione sterile di una gestualità che diventa ovvia, formale e priva di un vero vibrare spirituale.

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