Parashà Shoftim – Una società giusta

La parasha di questa settimana affronta il tema del sistema giudiziario all’interno del popolo ebraico alla vigilia del suo ingresso in terra di Israele quando si sta trasformando da popolo nomade in popolo stanziale con tutto il peso ed i diritti che implicano la costruzione di una società giusta ed equa. Quando si affronta il tema della amministrazione della giustizia e della gestione delle controversie all’interno dei futuri cittadini di Israele viene indicata la necessità di recarsi “nel luogo scelto da Dio” per interrogare i sacerdoti, i leviti ed il giudice “che ci saranno in quei giorni” per sapere come applicare il giudizio dei maestri. Fondamentale è capire il senso della espressione ” in quei giorni”, una indicazione di tempi e di applicazione del giudizio costantemente in armonia, quasi a dire che le parole dei maestri non possono essere avulse dal contesto in cui vivono.

Ma anche colui che cerca la giustizia deve esprimere il proprio impegno nell’alzarsi per cercare giustizia, nel salire verso il luogo scelto da Dio, nel non restare immobile, perché una società giusta è una società nella quale si accetta il movimento e non la staticità del giudizio: il movimento di chi è chiamato a giudicare ed il movimento di chi cerca giudizio e giustizia.

 

Parashà Balak – Il vero senso di un sacrificio

Perché Bilam, il mago che il re di Midian Balak assolda per maledire Israele senza riuscirci, offre sacrifici a Dio? (Numeri 23,4)

Come mai nel suo tentativo di ingraziarsi il volere divino e volgerlo contro il popolo ebraico Bilam sceglie anche la strada dell’offerta sacrificale?

Il Maharal di Praga fa notare (Netivot Haolam, Netivot Haavodà) che nel momento in cui si offre un sacrificio a Dio questo gesto sta a significare la consapevolezza che da Dio tutto dipende ed a Lui tutto appartiene. Colui che offre un sacrificio dichiara con questa offerta che Dio è Unico e che la sua unicità sta anche nella sua onnipotenza e potenza nei riguardi di tutto il creato. Per questo motivo la qualità stessa del sacrifico ha la sua importanza: non si tratta di un atto simbolico come provò ad insegnare Caino agli albori della storia del rapporto tra uomo e Dio, bensì cosa si offre è importante almeno quanto il modo in cui si offre un sacrificio. Offrire un korban significa esprimere con cuore puro la propria volontà di vicinanza all’Eterno, il proprio omaggio sincero che se eccessivo, se troppo sfarzoso può diventare un messaggio distorto rispetto al vero sentimento di religiosità richiesto per il rito del sacrificio stesso.

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Parashà Behaalotechà – Il ruolo di un maestro

La parashà dei Behaalotechà contiene la descrizione della consacrazione dei Leviti al servizio divino e molti sono i versetti che si occupano della cerimonia di consacrazione e del senso della missione dei Leviti all’interno del popolo ebraico e nel rapporto con Dio stesso.

Al capitolo 8 del libro dei Numeri al versetto 14 è scritto chiaramente che: “Così separerai i Leviti dagli Israeliti ed i Leviti saranno miei.[…]”

Il senso di questo “possesso” è così commentato da Ibn Ezra che afferma che si tratta di “un grande onore” perché “miei” implica il senso che essi saranno “devoti a me” dice Dio e questo esprime un grande livello di spiritualità. Sforno sottolinea che “miei” significa che loro ed i loro discendenti devono essere pronti a compiere il mio servizio e questo significa che il loro ruolo dovrà essere così fortemente interiorizzato in loro da potersi trasmettere di generazione in generazione, perché loro saranno indissolubilmente legati a Dio.

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Parashà Bemidbar – Un nuovo rapporto con Dio

Il libro dei Numeri che cominceremo a leggere questa settimana si apre con questa espressione: “ E Dio parlò a Mosè nel deserto del Sinai nell’Ohel Moed (la tenda della radunanza)…”. Questa espressione che apre di fatto un nuovo libro della Torà contiene in sé una espressione non del tutto nuovo ma profondamente significativa.

Moshè ha, per così dire, incontrato Dio in altre occasioni ed in altre occasioni ha dimostrato il proprio livello di profezia e di contatto con Dio.

Il primo contatto tra Dio, Moshè e la sua capacità profetica è avvenuto di fronte al roveto che bruciava senza consumarsi, in Esodo 3,2: “Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”

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Parashà Bamidbar – La necessità di riconoscersi in noi stessi

Con questa parashà inizia la lettura del libro di Bamidbar (nel deserto) il quarto libro della Torà. Ad una prima lettura questo libro può dare un’impressione di grande semplicità, sembra noioso, a immagine del deserto che è al centro del suo racconto. I riferimenti immediati che ci vengono alla mente pensando al deserto si relazionano con la tranquillità, la solitudine, la lentezza e la vita senza alcuna sorpresa.

Paradossalmente è in questo deserto che nascono l’ordine interno e la tradizione del popolo di Israele. Allo stesso modo in cui un corpo malato o senza difese viene isolato per farlo guarire, il popolo di Israele viene separato dalla cultura mesopotamica, egizia e cananea e viene allontanato dalla società, dalle filosofie estranee, dalla influenze che avrebbero potuto condizionarlo. Il deserto funziona come un “laboratorio” nel quale il popolo di Israele si sviluppa in quanto tale.

Il deserto è il luogo dove il popolo impara a rispettare ed a mantenere una struttura, una organizzazione. Ogni tribù prende il proprio posto, la propria bandiera ed il proprio stemma, ognuna di esse conosce e rispetta la funzione e la responsabilità che le è stata attribuita. Senza dubbio, riferendosi ad un periodo di sviluppo, di sistematizzazione di una tradizione e di una identità nazionale, il libro Bamidbar è, per eccellenza, la cronaca dei conflitti, delle crisi permanenti e dei dilemmi che il popolo ebraico ha dovuto affrontare.

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