Parashà Beshallach – La Torà del ritmo quotidiano

Questo Shabbat è lo Shabbat nel quale si legge la parashà Beshallach, la parashà nella quale leggiamo i brani biblici del passaggio del Mar Rosso.

Ovvio è che questo evento storico di portata straordinaria, che vede gli ebrei inseguiti dal Faraone ed apparentemente bloccati dal mare che poi si apre di fronte ai loro passi nella stessa acqua che diventerà “all’asciutto”, abbia avuto un impatto fondamentale non solo a livello puramente rituale, ma anche a livello mistico, popolare e tradizionale.

Esiste per esempio un uso a nome del Maestro Rabbino Menachem Mendel di Rimanow zzl (1745-1815) di leggere il martedì prima della lettura completa di Shabbat del brano biblico di Beshellach ( Esodo 14) di leggere una invocazione detta appunto Parashat HaMan, dove compare il racconto del dono della manna nel deserto. L’uso popolare vede in questo una “segullà”, un momento propiziatorio per ricevere prosperità e sicurezza economica, mentre il richiamo mistico a questa parashà ed al suo significato insiste sull’idea che questa invocazione sia fondamentalmente un atto di fede, una dichiarazione di totale dipendenza da Dio, il Solo che possa benedirci e donarci tutto ciò che abbiamo, così come ha sostenuto e sostentato i nostri padri durante i quaranta anni passati nel deserto. Continue reading “Parashà Beshallach – La Torà del ritmo quotidiano”

Parashà Devarim – L’insegnamento ebraico

Il libro del Deuteronomio, Devarim, è l’ultimo libro del Pentateuco, quello che più di ogni altro esprime la necessità della partecipazione e della responsabilità umana per attuare pienamente il progetto divino nel mondo.

Rav Shimshon Refael Hirsch spiega che Devarim è il libro che avrebbe accompagnato Israele nella sua nuova vita dal deserto alla costruzione di una società ebraica in Eretz Israel. È il libro degli insegnamenti morali, della legge, della presenza divina che smette di essere sovrannaturale come durante il cammino nel deserto e diventa quotidianità o per meglio dire diventa obbligo di costruzione di una quotidianità che si richiami costantemente al Divino.

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Parashà Korach – Quando i bassi istinti governano la ragione

La crisi che si scatena in questa parashà è, nei fatti, una crisi di autorità. Nella parashà precedente la disperazione e la mancanza di fede hanno fatto sì che la generazione del deserto non sarebbe entrata nella terra di Israele e avrebbe vagato per quaranta anni nel deserto.

La leadership su tutto il popolo era gestita personalmente da Moshe fin da prima dell’uscita dall’Egitto. Il popolo non aveva preso nessuna decisione per conto proprio: era stato forzato alla liberazione, gli era stato imposto un ruolo ed un modo di vita e, a prescindere della sua volontà, si era determinato per lui un destino.

Probabilmente, se fosse stato consultato preventivamente, il popolo di Israele non avrebbe organizzato l’uscita dall’Egitto, né avrebbe scelto Moshé come proprio leader. Ma ancora di più: non avrebbe agito e non avrebbe scelto.

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Parashà Bemidbar – Un nuovo rapporto con Dio

Il libro dei Numeri che cominceremo a leggere questa settimana si apre con questa espressione: “ E Dio parlò a Mosè nel deserto del Sinai nell’Ohel Moed (la tenda della radunanza)…”. Questa espressione che apre di fatto un nuovo libro della Torà contiene in sé una espressione non del tutto nuovo ma profondamente significativa.

Moshè ha, per così dire, incontrato Dio in altre occasioni ed in altre occasioni ha dimostrato il proprio livello di profezia e di contatto con Dio.

Il primo contatto tra Dio, Moshè e la sua capacità profetica è avvenuto di fronte al roveto che bruciava senza consumarsi, in Esodo 3,2: “Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”

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Parashà Vaikrà – Il valore della riconoscenza

La parashà di Vaikrà si apre con Dio che chiama Moshè per parlargli dalla tenda della radunanza. (Levitico 1, 1.) Perché questa chiamata? Perché il libro del Levitico si apre con questa chiamata prima ancora che con le parole di Dio rivolte a Moshè? Il Talmud Yomà sottolinea che questa chiamata di Dio a Moshè ha un profondo senso educativo, segna il nostro dovere di chiamare qualcuno prima di rivolgergli le nostre parole, i nostri discorsi, le nostre domande. Il grande padre del moderno ebraismo europeo, Rav Shimshon Refael Hirsch insegna invece che la chiamata di Dio a Moshè significa che le parole di Dio in quel momento erano rivolte solo al nostro maestro, solo a Moshè e l’averlo chiamato prima rinforza l’idea di un discorso specifico e destinato solo a lui. Le parole di Dio che Egli rivolge a noi sono solo nostre e solo noi le possiamo capire e solo noi possiamo affrontate le sfide che incontriamo nel nostro cammino: Dio ci manda sempre la forza per affrontare le difficoltà che la vita ci pone davanti.

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Parashà Vayakel Pekudei – L’identità comunitaria

La parashà di Vaiakhel si apre con questo grande raduno organizzato da Moshè (Esodo 35,1): “Mosè convocò tutta la radunanza dei figli d’Israele, e disse loro: “Queste son le cose che l’Eterno ha ordinato di fare: “Sei giorni si dovrà lavorare, ma il settimo giorno sarà per voi un giorno santo, un sabato di solenne riposo, consacrato all’Eterno.” E’ interessante notare che la parola ebraica per radunanza è עדת בני ישראל ed è interessante notare che questa parola compare per la prima volta, riferita ai figli di Israele, nel loro diventare comunità “consacrata” da un tempo comune.

Infatti in Esodo 12,3 leggiamo: “Parlate a tutta la radunanza di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.” La prima volta che quindi incontriamo la parola עדה è quando ai figli di Israele viene comandato il sacrificio di Pesach, un momento, un tempo sacro, di condivisione, di sacralizzazione dello scorrere dei giorni, dell’incontro con gli altri attraverso un progetto comune di identità personale e comunitaria che trova la sua massima espressione in un radunarsi con uno scopo che sia legato al tempo, legato al fare spirituale e che santifichi sia il tempo che il nostro fare.

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