Riscoperta un’antica “kinà” per Tisha BeAv

Le Kinot sono poemi o versi tristi recitati tradizionalmente per Tisha BeAv, giorno di lutto in memoria della distruzione dei due Tempi di Gerusalemme e altre tragedie nella storia ebraica. Un’antica kinà della comunità medievale di Castilla in Spagna è stata da poco riscoperta. La kinà è scritta in un ebraico bellissimo e poetico.

La kinà di Castilla è unica per la sua regione e lamenta della particolari sfortune cadute sulla Spagna e il Portogallo a seguito dell’Inquisizione. Per esempio include questi versi:

“Dove sono le comunità di Castiglia, di Siviglia e Aragona?”

“Altri fratelli sono stati espulsi, giovani e anziani.”

“Hanno riso della nostra sfortuna. Hanno preso i nostri tesori, le nostre sinagoghe, i nostri libri.”

“Gli Ebrei sono perduti. Dov’è il nostro salvatore?”

Se dite le Kinot per Tisha BeAv, forse vorrete aggiungere questi antichi versi degli Ebrei di Castiglia.

In Allegato il testo in ebraico, che si può stampare e usare durante questi giorni.

 

Piccolo sentiero halachico per le tre settimane ben hametzarim.

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Queste poche righe non vogliono essere una guida completa per il periodo ed i giorni che stiamo vivendo, piuttosto si propongono come una sorta di sentiero halachico per le tre settimane ben hametzarim (Geremia 1,3) ma, in casi particolari, rivolgersi ad un rav sarà opportuno.

 

 

I divieti che cominciano con il  digiuno del 17 di Tamuz e ci conducono  fino al digiuno del 9 di Av servono a costruire intorno a noi una atmosfera di crescente lutto che, culmina, appunto in un digiuno, quello del 9 di Av che come lo Yom Kippur dura da sera a sera e non dall’alba al tramonto come per  gli altri giorni di digiuno,17 di Tamuz compreso.

Il crescendo dei divieti si esprime lungo le tre settimane in questo modo e con queste tappe:

• dal 17 di Tamuz

• dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Av

• la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al digiuno

• la vigilia del 9 di Av.

• il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il  Bet Hamiqdash continuò a bruciare)

 

Sull’applicazione delle regole esistono tradizioni diverse e in generale gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi.

Trattandosi di una material tendenzialmente complicata, riassumo per contesti e momenti di vita ogni probabile minhag.

 

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per

alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo .

 

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e che non possono essere rimandate  sono permesse.

 

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyanu: non si mangia in tutto il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato.

 

Vestiti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyanu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente).

 

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

 

Manifestazioni di gioia: deve essere tutto ridotto a meno che non si tratti dioccasioni che non possono essere rimandate in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.).

 

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av.

 

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (Shabbat escluso ovviamente!).

 

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà dato  il clima caldo, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare, di indossarli per breve tempo (rav Ovadia Yosef dice un’ora) e quindi  riusarli quando serviranno nei giorni successivi.

 

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne

(in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di Av); agli uomini che hanno l’abitudine di farla alla vigilia del Sabato è permessa in acqua calda, negli altri giorni preferibilmente in acqua fredda. Il bagno in mare non è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda.

 

Pulizia della casa: c’è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l’opinione prevalente è di permetterla. Secondo l’uso italiano e sefardita si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av.

 

Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno lo esclude dal divieto, non gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabatico secondo alcuni si può finire l’indomani. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi

deve per motivi di salute mangiare carne.

 

Vino e alcolici: c’è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9 chi non si astiene affatto (alcuni Sefardim); di Sabato il vino è

Permesso. Birra e alcolici sono comunque permessi

 

Tre settimane di lutto?

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Sono iniziate, dopo il digiuno del 17 di Tamuz, le tre settimane di lutto che ci obbligano a ricordare ed a ripercorrere, attraverso diversi minhaghim e tristi gesti, il periodo tra le “ristrettezze” ben hametzarim, secondo l’espressione del profeta Geremia 1,3. 

Ristrettezze che storicamente calcano i passi della distruzione del Tempio di Gerusalemme avvenuta il 9 di Av, così come il ricordo e le conseguenze della cacciata degli ebrei dalla Spagna. Che senso ha ripercorrere quegli avvenimenti ed attualizzarli ogni anno con minhaghim stabiliti per momenti storici accaduti migliaia di anni fa? La nostra storia in queste ultime generazioni ci ha offerto il ritorno alla terra di Israele, la liberazione di Gerusalemme, la costituzione di una libertà politica collettiva che mai avremmo pensato prima. Che senso hanno queste settimane di lutto? Eppure queste tre settimane,  viste da Gerusalemme, ci suggeriscono riflessioni diverse sul concetto di Redenzione e Diaspora.

L’idea della Redenzione è un concetto centrale dell’Ebraismo che non si ferma alla sola liberazione fisica o redenzione politica, peraltro parziale, del popolo ebraico.  Proprio perché non è qui in discussione una liberazione fisica, le tre settimana ben hametzarim assumono una dimensione concettuale importante.

La Diaspora non è, dal punto di vista storico, una condizione normale per il popolo ebraico nè nella sua origine nè nella sua  nascita. Dopo le distruzioni dei due Templi, ad opera dei Babilonesi prima e dei Romani poi, la Diaspora è divenuta una componente essenziale della nostra identità, recepita talmente profondamente da divenire norma e da essere vissuta come luce quando è di fatto un prodotto del buio della distruzione.

Una distruzione che si richiama ad elementi fisici e guerre reali ma le cui conseguenze dopo millenni possono essere anche molto lontane dal mondo fisico.  La vita in Diaspora, una Diaspora che essendo identitaria coinvolge anche Israele, proprio perché da millenni distoglie lo sguardo ebraico dalla realtà, diminuisce il nostro potenziale umano che invece dovrebbe saper distinguere nettamente elementi negativi da quelli positivi.

Un potenziale che ebraicamente parlando e volendo entrare nella realtà ebraica italiana si perde in molti dei conflitti che affliggono troppe tra le nostre comunità, istituzioni, circoli culturali ed altri luoghi di incontro. Proprio questa “diaspora da se stessi” questa sorta di lontananza dalla radice della nostra stessa identità ebraica, unità ebraica nella diversità, senso di appartenenza e identificazione nazionale ( mai nazionalista!) è fonte di “odio gratuito” sinat chinam, il sentimento negativo che più di ogni altro è stato causa e fonte dei mail che ricordiamo in queste tre settimane tra il mese di Tamuz ed il mese di Av. Proprio l’odio gratuito  ha trasformato la nostra identità in un peso anziché in un modus vivendi naturale ed ha creato un diffuso sentimento di “trincea” in molti ambiti ebraici, italiani come israeliani o americani. L’altro, colui che ha una opinione diversa, una idea diversa, una diversa espressione della propria ebraicità o peggio ancora una approccio halachico diverso (ma legittimo) viene visto da una trincea difensiva, con armi in pugno, in una logorante attesa di battaglia come nella guerra del 1915-1918. La Diaspora storica è quindi penetrata nelle nostre persone, nelle nostre realtà quotidiane da molti secoli e ci ha reso, spesso, estranei a noi stessi ed estranei al nostro popolo, anche quando viviamo vite ebraicamente degne di questo aggettivo. In questa prospettiva tutti gli usi legati al lutto che mettiamo in pratica tra il digiuno del 17 di Tamuz ed il digiuno del 9 di Av provano a ricordare ad ogni ebreo che noi viviamo in Diaspora, che noi nutriamo la Diaspora e che noi sosteniamo la Diaspora, ovvero la Lontananza, ogni volta che non riconosciamo in noi stessi e negli altri una legittima appartenenza ebraica, nella legittima diversità ebraica. Questi giorni di lutto ci accompagnano verso un orizzonte di unità e di condivisione identitaria proprio perché storicamente ci ricordano le divisioni e le guerre fratricide tra ebrei che hanno portato alla dispersione, alla distruzione, alla perdita della centralità dell’Ebraismo dalla nostre vite il cui simbolo è proprio il Bet HaMikdash perduto, luogo centrale della spiritualità fino al 70 dell’Era volgare. Ma se, come è vero, che la Shechinà, la presenza Divina, è uscita in Esilio con noi, sta  a noi riportare a casa la Shechinà riportando a casa noi stessi, una casa dove l’Esilio di un popolo in conflitto diventi Esilio di un popolo in dialogo con se stesso, un dialogo che se veramente tale può cambiare l’Esilio in appartenenza reciproca ed a questo punto il Ritorno sarà inevitabile>