Parashà Shoftim – Una società giusta

La parasha di questa settimana affronta il tema del sistema giudiziario all’interno del popolo ebraico alla vigilia del suo ingresso in terra di Israele quando si sta trasformando da popolo nomade in popolo stanziale con tutto il peso ed i diritti che implicano la costruzione di una società giusta ed equa. Quando si affronta il tema della amministrazione della giustizia e della gestione delle controversie all’interno dei futuri cittadini di Israele viene indicata la necessità di recarsi “nel luogo scelto da Dio” per interrogare i sacerdoti, i leviti ed il giudice “che ci saranno in quei giorni” per sapere come applicare il giudizio dei maestri. Fondamentale è capire il senso della espressione ” in quei giorni”, una indicazione di tempi e di applicazione del giudizio costantemente in armonia, quasi a dire che le parole dei maestri non possono essere avulse dal contesto in cui vivono.

Ma anche colui che cerca la giustizia deve esprimere il proprio impegno nell’alzarsi per cercare giustizia, nel salire verso il luogo scelto da Dio, nel non restare immobile, perché una società giusta è una società nella quale si accetta il movimento e non la staticità del giudizio: il movimento di chi è chiamato a giudicare ed il movimento di chi cerca giudizio e giustizia.

 

Parashà Behaalotechà – Il ruolo di un maestro

La parashà dei Behaalotechà contiene la descrizione della consacrazione dei Leviti al servizio divino e molti sono i versetti che si occupano della cerimonia di consacrazione e del senso della missione dei Leviti all’interno del popolo ebraico e nel rapporto con Dio stesso.

Al capitolo 8 del libro dei Numeri al versetto 14 è scritto chiaramente che: “Così separerai i Leviti dagli Israeliti ed i Leviti saranno miei.[…]”

Il senso di questo “possesso” è così commentato da Ibn Ezra che afferma che si tratta di “un grande onore” perché “miei” implica il senso che essi saranno “devoti a me” dice Dio e questo esprime un grande livello di spiritualità. Sforno sottolinea che “miei” significa che loro ed i loro discendenti devono essere pronti a compiere il mio servizio e questo significa che il loro ruolo dovrà essere così fortemente interiorizzato in loro da potersi trasmettere di generazione in generazione, perché loro saranno indissolubilmente legati a Dio.

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Parashà Behar Sinai – La distribuzione delle ricchezze

La parashà di Behar Sinai richiama il concetto della shemittà e dello yovel che è già presente nell’Esodo cioè nella parashà di Mishpatim ( Esodo 23 10-11). Nel Levitico 25, 1-13, questo precetto è definito nell’ambito del conteggio del ciclo dei sette anni di produzione e lavoro, il cui settimo anno era appunto di sospensione del lavoro, shemittà, e del ciclo di sette volte sette anni che si concludevano con il giubileo, lo yovel, momento anche di sospensione ma non solo dal lavoro agricolo o produttivo che fosse.

In sostanza durante il settimo anno all’ebreo è comandato di non lavorare la terra ed allo stesso tempo di considerare ogni prodotto spontaneo della stessa come hefker, ovvero, come prodotto non legato ad alcun proprietario. Il senso di questo mitzvà comporta un grande sacrificio ed una profonda fede in Dio, perché proprio attraverso l’abbandono del ciclo produttivo per un intero anno l’ebreo si educa a moderare il senso del possesso, l’affanno dell’accumulo di beni e di capitali.

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Parashà Emor – La Santità dello Shabbat

“Durante sei giorni si compirà ogni lavoro; ma il settimo giorno sarà Shabbat, giorno di completo riposo e di santa convocazione” (Levitico 23,3.)

Il Talmud nel trattato di Shabbat 118b afferma che: “ Se Israele osservasse due Shabbatot secondo l’halachà, ci sarebbe immediatamente la Redenzione.”

Proviamo a comprendere meglio questa affermazione. Prima di ogni cosa ci stupisce il fatto che Israele non abbia una così profonda coscienza dello Shabbat, tanto da non comprenderne il potere di redenzione che questo potrebbe avere e di fatto ha sul destino del popolo ebraico e sul destino del mondo stesso. Probabilmente l’osservanza dello Shabbat alla quale fa riferimento il Talmud non è solamente halachica, ma a che fare con elementi più profondi della nostra spiritualità. Rav Eliahu E. Dessler, nel suo testo Michtav MeEliahu, insegna che esiste uno Shabbat esterno ed uno interno.

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Parashà Acharè Mot Kedoshim – Sconfiggere l’invidia

“ E amerai il prossimo tuo come te stesso” Levitico, 19,17.

Non esiste precetto più difficile e più profondo di questo. Per Rabbi Akiva questo precetto dà senso all’intera Torà, ne è l’espressione massima e più completa. Ramban, il Nachmanide, ( Spagna-Israele 1194-1269) spiega che amare il prossimo come noi stessi è di fatto un comandamento innaturale, perché naturalmente una persona è portata ad amare se stesso più di quanto ami gli altri. Allora perché la Torà ci comanda qualcosa di impossibile? Perché ci pone di fronte ad un impegno che è innaturale? Ramban a questo punto apre un nuovo senso di riflessione e di interpretazione del precetto ed insegna: “ L’essenza di questa mitzvà della Torà sta nel rimuovere dal proprio cuore la gelosia…una persona dovrebbe essere felice quando il suo prossimo è benedetto da elementi positivi come se egli stesso fosse stato benedetto allo stesso modo…un esempio di questo amore incondizionato lo troviamo nell’amicizia tra Yonatan e David per i quali il versetto ( Samuele I, 20, 17) afferma: “ Egli lo amava come amava se stesso”. E come possiamo verificare tutto questo? Perché Yonatan era assolutamente cosciente del fatto che David avrebbe regnato su Israele al suo posto, ma nessuna gelosia trovò mai posto nel suo cuore.”

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