Parashà Haazinu – Radici e ricordo

Rabbi Nachman di Breslav insegna: “Nel ricordo è il segreto della liberazione.” La Torà in un sublime discorso di Moshè in Deuteronomio 32,7, fa dire al popolo: “ Ricorda i tempi antichi, cerca di capire il corso della storia! Chiedetelo ai vostri padri e ve lo spiegheranno, ai vostri anziani e ve lo diranno!”

Il ricordo chiaramente non basta, bisogna comprendere il passato, analizzarlo, farlo proprio e fare nostri i valori che esso ci offre come elemento ereditario.

Le radici di ogni persona, di ogni popolo sono la fonte della propria identità, la linfa vitale con la quale vivere la modernità e dare senso compiuto al presente che siamo chiamati a vivere ed al futuro che consegneremo a chi verrà dopo di noi.

Le radici sono fonte di orgoglio, di consapevolezza, ma il passo tra orgoglio e sciovinismo è davvero breve, perché se è vero che la “nobiltà obbliga” è anche vero che “lo snobismo obbliga” e che, come insegnava il rabbino Pinhas Peli: “ Per un ebreo avere un rabbino nell’albero genealogico è molto probabile, avere un rabbino come nipote è la vera sfida ebraica dei nostri tempi.”

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Ricordare di essere liberi.

Il Seder di Pesach nei suoi ritmi e nelle sue quattro fasi e quattro coppe di vino si rifà al symposium greco-romano. Storicamente però l’analogia tra banchetto romano e Seder di Pesach si è mutata con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 dell’E.V. Fino a prima della distruzione del Tempio il rito pasquale aveva come elemento centrale il korban pesach, il sacrificio pasquale, quindi, come nel simposio romano, solo alla fine del pasto, alla comissatio, si apriva una vera e propria discussione e riflessione sui testi, sulla cena e sul racconto dell’Esodo.  In un certo senso il Seder prima della distruzione del Tempio aveva una sua logica temporale che i Maestri hanno poi capovolto: è infatti molto più logico che solo alla fine del pasto si ponessero le quattro domande del “Ma Nishtana”, perché solo dopo aver mangiato ci si rende conto che sulla tavola c’è solo matzà e non chametz, che si mangia solo il maror, che si intinge la verdura due volte e che si mangia stesi sul triclinio. Perché i Maestri hanno capovolto i tempi del Seder ed hanno anticipato il racconto all’inizio del pasto e non più  alla sua fine? Di fatto al nostro Seder, da circa duemila anni, manca l’elemento centrale ovvero il korban pesach, la vera mitzvà che caratterizzava il Seder dei nostri padri ed il racconto diviene di fatto l’elemento centrale, sia dal punto di vista educativo che da quello storico.  Noi raccontiamo prima, ricordiamo prima, studiamo prima e poi mangiamo. Noi poniamo le domande prima ancora di agire, perché di fatto le nostre azioni, dopo la distruzione del Tempio sono limitate e prendono il loro senso solo nel ricordo e nella immedesimazione con la liberazione dalla schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Oggi noi non abbiamo più la possibilità di mettere in pratica la mitzvà del sacrificio pasquale ed il Tempio è distrutto, però  possiamo e dobbiamo  investire tutte le nostre energie spirituali nel racconto, nello studio dell’evento storico della formazione e della liberazione del nostro popolo. L’empatia, la solidarietà, la condivisione identitaria, l’immedesimazione nella memoria della libertà sono gli elementi che caratterizzano oggi il nostro Seder di Pesach e sono oggi l’essenza della mitzvà che compiamo durante il Seder stesso.

Scrive rav Yosef Dov Solovietchik zzl: “L’organizzazione del Seder, la sera di Pesach è dedicata nella sua essenza a rinnovare l’esperienza dell’uscita dall’Egitto mentre nel resto dei giorni dell’anno noi abbiamo l’obbligo di ricordarla quotidianamente nelle nostre preghiere.” Il rinnovamento della memoria e dell’esperienza della memoria della libertà sono le caratteristiche degli eventi di Pesach: durante l’anno ne celebriamo il ricordo,a Pesach siamo parte dell’evento e non del ricordo. La sera del Seder le persone riunite intorno al piatto con erba amara, matzot,  zampa d’agnello, uovo, charoset e carpas non sono solo dei celebranti ma sono studiosi, sono una comunità che studia, insegna, riflette e forma se stessa attraverso la lettura dell’Haggadà. “Nel Seder celebrato nel contesto comunitario l’individuo condivide con il suo prossimo non solo i suoi beni materiali bensì anche se stesso, il suo tesoro spirituale, le sue idee, le sue esperienze, le sue aspettative e speranze. La comunità della sera del Seder è una comunità che studia, insegna, che si comporta secondo la dimensione più alta dell’amore. […] Per creare una Comunità di questo tipo sostengono i nostri maestri ci dovranno essere parole di Torà in ogni pasto. ( Mishnà, Pirkè Avot 3,3.)” ( Rav Y.D. Solovietchik zzl) La vera sfida in vista della preparazione per Pesach non è solo la kasherut e la impegnativa preparazione fisica alla festività con la eliminazione del chametz, la più alta sfida intellettuale ed identitaria di Pesach è cogliere il pieno significato dell’essere liberi, dell’essere parte reale dell’evento storico e del sentire il legame con il nostro passato collettivo non perché discendenti di schiavi perseguitati ma perché figli di uomini e donne liberati da Dio per divenire un popolo responsabile.

 “Quando noi dichiariamo “ in ogni generazione” noi sottolineiamo il nostro legame intimo con il passato e l’esperienza retrospettiva dell’ evento passato, come se noi stessi  ne avessimo preso parte. Questa relazione rispetto alla storia ci obbliga a lodare e ringraziare il Padrone dell’Universo. Francamente questa halachà è difficile da rispettare. Non è così difficile mangiare maza o maror. “ In ogni generazione” però non è una mitzva legata al cibo, è una sensazione, un sentimento, uno stato d’animo. Noi dobbiamo risvegliare i nostri sentimenti e sentire una qualsiasi vicinanza alla storia ebraica. Questa è la partecipazione dell’uomo moderno vivente rispetto ad avvenimenti antichi nel tempo. La mitzvà di fatto più complicata”.(Rav Y.D. Solovietchik zzl). La preparazione fisica a Pesach non può non tener conto della grande sfida halachica che ci attende: “Ricordare non per essere liberi, ma ricordare di essere ebraicamente liberi.

Brindisi e la sua motobarca.

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Il porto di Brindisi, città dove ho trascorso un meraviglioso ed intimo Shabbat, ha al proprio interno una motobarca che collega due sponde diverse della città, permettendo ai brindisini di arrivare in centro  passando via mare e risparmiando traffico e tempo. Lasciandomi ispirare da questa città e dal senso di avamposto levantino che essa  racchiude,  ho cominciato a viaggiare con la mente rispetto al senso di questa “scorciatoia” via mare. Noi viviamo, a mio modesto parere, in tempi nei quali i percorsi formativi spaventano: spaventano i tempi di una crescita interiore, spaventa l’impegno per questa stessa crescita, spaventano le domande che il percorso ha in serbo per noi. Chiaramente i percorsi ai quali pensavo erano quelli di conversione e di ritorni ebraici.

Ci spaventa  l’idea di giorni che trascorrendo inesorabili possano  trasformarsi in specchi e punti di domanda pericolosi. Le scorciatoie, al contrario, chiudono velocemente cerchi e ci alleviano e sollevano da molte responsabilità. La responsabilità di un serio e costante studio, di una seria osservanza delle mitzvòt che non sia solo folklore o commozione, di un ritorno che sia cosciente, saldo, profondo. Di un ritorno che essendo un ritorno ebraico non vada alla ricerca di risposte certe, ma sia pronto a capire che la nostra identità si basa su domande ancestrali, alle quali in ogni generazione siamo chiamati a dare una risposta. Una risposta profondamente ebraica, senza scorciatoie.  Domande religiose e storiche come in Esodo 12, 26-27: “Quando i vostri figli vi chiederanno “Che significa per voi questo rito? Risponderete: “Questo è il sacrificio della Pasqua dell’Eterno, che passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e risparmiò le nostre case”. E il popolo si inchinò e adorò”. In questo versetto abbiamo un confronto con una nuova generazione, quella dei figli, che chiede conto di un rito legato alla fede ed alla storia. Ecco quindi che un percorso con scorciatoie potrebbe non avere nulla da rispondere ad una domanda di questo genere. Perché un percorso con delle scorciatoie tradisce in primo luogo il legame tra uomo e D-o, il legame di responsabilità che lega l’Uomo e D-o. Un legame che è una chiamata alla responsabilità e che si esprime, nella Torà, con una domanda: “Allora l’Eterno D-o chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Genesi 3,9. Perché l’uomo non può scappare dal punto di domanda, deve affrontarlo, sviscerarlo, viverlo con tutto il tempo necessario. Scrive Sir Rav Jonathan Sachs, ex Rabbino Capo del Regno Unito e del Commonwealth: “Socrate, che passò la sua vita ad insegnare alla gente come porre domande, fu condannato dai cittadini di Atene per aver corrotto i giovani.  Nell’Ebraismo le cose sono all’opposto. E’ un dovere religioso  insegnare ai nostri figli come porre domande. In questo modo essi crescono. L’Ebraismo è un fenomeno tra i più rari: un fede basata sul porre domande, alcune volte così profonde e difficili che sembrano scuotere i fondamenti della fede stessa. “ Il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?” si chiede Abramo. “ Perché, Signore, fai del male a questo popolo?” Si chiede Moshe. “ Perché il malvagio ha prosperità?” Perché gli uomini senza fede vivono senza difficoltà?” si chiede Geremia.” Le domande che incontriamo in tutti i percorsi delle nostre vite non hanno motobarche come a Brindisi e non prevedono acque tranquille di un porto da attraversare. Ci sono porti tranquilli durante il percorso e sono i momenti di studio, di riflessioni  identitarie  e di osservanza delle mitzvot.