Parashà Vaetchannan – Ogni processo ha bisogno di un leader diverso.

Il popolo di Israele si appresta ad attraversare il Giordano e ad entrare nella Terra promessa. In quel luogo la sua vita cambierà e si dovrà confrontare con sfide mai conosciute prima. Questo è il momento culminante di tutto il percorso che, lungo i quaranta anni del deserto, darà luogo ad una nazione, partita come popolo di schiavi.

Da quel momento in poi la vita sarà diversa, il confronto quotidiano si relazionerà con le normali necessità di un popolo e non più con il rischio dell’imprevedibile. Per questo anche le strutture della leadership e del potere dovranno cambiare.

Moshé era cosciente di tutto questo. Egli era stato il visionario, il sognatore che aveva insegnato ad un intero popolo una utopia che stava per divenire realtà. Aveva guidato la liberazione di un popolo che non aveva voglia di essere liberato e lo aveva guidato attraverso il deserto, per tappe dove tutte le necessità vitali della sua gente furono soddisfatte in modo miracoloso.

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Parashà Chaiè Sarah – Lo sguardo rivolto al futuro

La morte di Sarah porta Avraham ad un confronto con la popolazione locale, i Chittei, ai quali deve chiede un pezzo di terra o un qualunque luogo di sepoltura. Avraham apre con queste parole la sua richiesta:“Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e seppellirla” (Genesi 23,4). In ebraico il testo si esprime con le parole: gher e toshav, straniero e residente che sono, in realtà, concetti che potrebbero essere in contraddizione.

Ad ogni modo per quale motivo Avraham si presenta con queste caratteristiche rispetto alla necessità di seppellire Sarah sua moglie? Ramban ci fa notare che esisteva un uso presso i Chittei di seppellire i propri morti nelle proprietà di appartenenza familiare, mentre esistevano altri giardini cimiteriali dedicati agli stranieri. La sepoltura segnava anche essa una appartenenza familiare, uno sguardo al passato del defunto ed ai suoi legami familiari terreni, non ultimo al suo lignaggio. La divisione dei giardini cimiteriali nella società chittea è rivolto al passato e richiama il passato.

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Il presidente di Shavei Israel – Michael Freund – parlerà al prossimo Limmud in Gran Bretagna

Il presidente di Shavei Israel – Michael Freund – è stato appena confermato come uno dei relatori della conferenza di Limmud a dicembre, che si terrà a Birmingham in Gran Bretagna.

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Limmud, evento nato proprio in Gran Bretagna, si svolge oramai in 40 comunità di tutto il globo da Melbourne a Mosca. Tuttavia è in Gran Bretagna che si trova la rete più estesa di Limmud, con i suoi eclettici ritiri di studio ebraico.

L’evento di dicembre, si svolgerà in alcuni alberghi attorno al pittoresco Lago Pendigo, alle porte di Birmingham, e si prevedono circa 3mila persone per le classi che spazieranno dalle questioni contemporanee del mondo ebraico agli studi tradizionali di Torah, con tanta musica e rinfreschi di contorno.

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Una Capanna per sapere.

La Festività di Sukkot rompe con una espressione di originalità il rischio di una identità, quella ebraica, che troppo spesso viene fatta combaciare con il mantra del ricordo.

In Levitico 23, 44, parashat Emor, è scritto: “Abitere in sukkot ( capanne) per sette giorni…affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare in sukkot i figli di Israele…”. Chiaramente il Soggetto parlante in questo caso è l’Onnipotente, ma perché usa l’espressione “sapere” e non “ricordare”, come per le altre festività come per esempio Pesach?

Proviamo ad analizzare una discussione talmudica rispetto alla Sukkà. “Una sukkà più alta di venti amot è da ritenersi invalida, per quale motivo? Insegna Rava perché è scritto “affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare i figli di Israele in sukkot”. Fino ad un’altezza massima di venti amot una persona sa di vivere in una sukkà, sopra le venti amot, nessuno si accorge di vivere in una sukkà, perché l’occhio non ci pone attenzione.” ( Sukkà 2a)

Il “sapere” del versetto della Torà diventa nella discussione talmudica consapevolezza: una sukkà eccessivamente grande non permette all’uomo che dimora al suo interno di avvertire il senso della mitzvà, la sua pregnanza educativa, la sua importanza. In altre parole: una sukkà eccessivamente grande non educa perché non avvolge l’uomo con la sua struttura, diventa una maestosa assenza di consapevolezza, pur nella validità del “ricordo” della festa. Ma il ricordo non basta. Se noi avessimo seguito la logica degli eventi storici avremmo dovuto festeggiare Sukkot a ridosso di Pesach, ricordando le prime tappe del nostro peregrinare nel Deserto. In quel caso però il ricordo avrebbe avuto un legame logico con il clima perché è normale in una cultura agricola uscire verso la campagna con l’inizio dell’estate e proteggersi dal sole con capanni ombrati. Sukkot non vuole offrirci il mero ricordo di ciò che fecero i nostri padri e non ci propone un modello museale come elemento identitario. Non si tratta di conservare con cura le foto di famiglia, dobbiamo comprendere per sapere cosa e chi siamo e sopra ogni cosa per capire come portare avanti il messaggio del nostro passato, sia esso una foto di inizio secolo o una Sukkà di tremila anni fa.

Usciamo dalle nostre comode case in un momento climatico di confine, tra estate ed autunno, di contrasti tra caldo e fresco, tra sole e nuvole che si sperino portino una pioggia  di benedizione alla fine della Festa di Shemini Atzeret. Usciamo verso i confini dell’interno e dell’esterno, verso i limiti di una capanna che è aperta agli altri ma ha anche dei confini, usciamo portando con noi elementi del nostro interno vivere, del nostro interno sentire. Questa è la sfida di Sukkot: sapere tutto questo, saperlo ereditare dal passato, saperlo portare avanti nel futuro.