Un Bnei Menashe rimasto gravemente ferito durante un attacco terroristico torna per la prima volta a casa

Even Ezer Holaring, un membro della comunità Bnei Menashe rimasto gravemente ferito durante un attacco terroristico lo scorso novembre, è tornato a casa.

Per la prima volta in due mesi, da quando un terrorista palestinese si è lanciato con la sua macchina su Holaring all’incrocio del Gush Etzion, il 35enne Bnei Menashe padre di sei bambini, è stato accompagnato a casa dall’ospedale Hadassah per una visita del fine settimana. E’ tornato nella struttura sul Monte Scopus il sabato sera per continuare la sua riabilitazione.

Holaring è stato accolto gioiosamente con una piccola festa organizzata da famiglia e amici a Kiryat Arba, dove vive. Il capo del consiglio comunale Malachi Levinger ha visitato la casa dei Holaring: “Even Ezer, sei un simbolo di coraggio, e tutti noi preghiamo affinché ritorni a casa definitivamente il più presto possibile, con l’aiuto della tua comunità”. Continue reading “Un Bnei Menashe rimasto gravemente ferito durante un attacco terroristico torna per la prima volta a casa”

La prospettiva – Parashà Eikev

di Rav Avi Baumol

In che modo ci hanno disciplinato i nostri genitori? O meglio, all’epoca – come bambini – come percepivamo le punizioni e le sgridate? Non credo usassimo termini come: disciplinare, psicologia genitoriale, sindrome, patologia, e così via.

Quando eravamo bambini la vita non era mai giusta. Non credevamo di essere trattati in maniera giusta. Subito paragonavamo la nostra situazione a quella dei nostri fratelli, che nella nostra testa venivano trattati meglio. Ogni punizione ci sembrava troppo severa, e non conoscendo l’introspezione non eravamo pronti ad analizzare i nostri comportamenti.

E poi siamo diventati genitori.

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Il buio è alle porte di tutti.

Immagine“Un bambino è orfano quando non ha i genitori in vita. Una nazione quando non ha con sè i suoi figli.” Questo è uno dei meravigliosi insegnamenti che ci ha lasciato il rebbe di Ponevezh. Questa è la tragedia che stiamo vivendo in ogni casa, strada, angolo di vita dello Stato di Israele e di tutta la Diaspora Ebraica. Almeno di quella Diaspora cha sento quello che sente il popolo ebraico della terra di Israele: la necessità, la necessità fisica e spirituale di mettere da parte ogni differenza perchè il dolore che stiamo provando è enorme e toglie il fiato. Toglie il fiato ad ogni pensiero politico, ad ogni analisi tattica, ad ogni ideologia. E’ il tempo del dolore il nostro, il tempo del dolore e della riflessione, del lutto e della volontà che non ci sia mai più un lutto del genere per il nostro popolo. Perchè chi rapisce ed uccide tre adoloscenti, chi sostiene un Palestina libera ed ipotizza che tre ragazzi sono coloni e possono essere uccisi da movimenti di “resistenza”, chi crede che si tratti di un ennesimo momento di tensione tra Israele e Palestina, non ha capito nulla di quello che stiamo vivendo. Noi ebrei di Israele siamo la cartina al tornasole della libertà del mondo. Siamo una piccolo striscia di carta, un piccolo popolo su una piccolo terra che però è misura del senso democratico e del diritto del mondo. Noi siamo le ragazze nigeriane rapite dalla stessa violenza folle, noi siamo le donne violentate in Egitto, noi siamo i siriani massacrati nel silenzio, noi siamo le chiese bruciate in Africa. Noi siamo la prima linea di un Occidente troppo sicuro delle proprie libertà e troppo ottuso per non capire che le sue libertà passano per le nostre. Troppo superficiale per comprendere  che se i nostril figli vengono rapiti ed uccisi, i nostril turisti massacrati in un Museo di Bruxelles,  i nostril bambini trucidati mentre entrano a scuola a Tolosa questo significa la morte dell’Occidente e dei valori che con fatica abbiamo conquistato. Con l’assasinio di Gilad, Naftali e Eyal sono stati assassinati i diritti delle donne, delle minoranze religiose, delle differenze sessuali, delle differenze politiche. Hamas non è un nemico di Israele. Hamas è la frontier di un buio che è alle porte delle nostre libere società. A noi la scelta: se aspettare che il coccodrillo mangi prima gli ebrei, le donne, i gay, i cristiani di questa regione, sperando che prima o poi sarà sazio e non mangi l’Occidente, oppure agire e sentire che i nosti figli, sono i figli del mondo e le nostre libertà sono le libertà del mondo. Anche del mondo palestinese, che non potrà mai essere “free” se resta in ostaggio di Hamas e delle follie che lo sostengono. Quelle follie che  alcuni attivisti pro Palestina  celebrano facendosi fotografare davanti ad un forno ricordando con gioia i crematori di Auschwitz o altre follie come quelle di chi continua a sostenere che i tre ragazzi erano coloni e che erano scomparsi, non rapiti e che la loro morte è tutta da stabilire. Ed intanto il coccodrillo mangia sereno.

 

“A child is an orphan when he has no parents. A nation is an orphan when it has no children.” The Rebbe of Ponevezh. May all the children of Israel be safe.