I Bnei Menashe hanno preparato della matzà in India

Membri della comunità ebraica Bnei Menashe in India, i quali fanno risalire le loro radici ad una delle Dieci Tribù Perdute di Israele, si sono preparati seriamente per la festa di Pesach quest’anno. Si sono riuniti tutti nel centro di Shavei Israel a Churachandpur, un distretto del Manipur nord-orientale, per preparare la matzà.

“Vedere tutta la nostra comunità riunita, che impasta e inforna la pasta, è un’esperienza incredibile”, ci dice Ohaliav Haokip, 31 anni, di Churachandpur. “Tutti vogliono fare in tempo prima della festa, e questo ci ricorda la fretta che avevano i nostri antenati prima di uscire dall’Egitto”.

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Parashà Bo – In cammino verso l’Eterno

Nella trattativa tra Mosè ed il Faraone per la liberazione del popolo ebraico, abbiamo momenti di incontro e scontro tra i due, mentre Kadosh Baruch Hu dirige gli eventi inviando le dieci piaghe. In uno dei momenti nei quali sembra che il Faraone si stia per arrendere all’idea di concedere la libertà al popolo ebraico, chiede a Moshè chi debba partire e per quanto tempo. Le risposte di Moshè non soddisfano il Faraone che ha il cuore sempre più indurito e sopra ogni cosa esse non rispondono ai codici culturali egiziani.

Il Faraone, ha già espresso in maniera sarcastica la sua poca disponibilità a Moshè: “Allora Mosè ed Aaronne furono fatti tornare dal Faraone; ed egli disse loro: “Andate, servite l’Eterno, l’Iddio vostro; ma chi son quelli che andranno?” E Mosè disse: “Noi andremo con i nostri fanciulli e con i nostri vecchi, con i nostri figlioli e con le nostre figliole; andremo con i nostri greggi e con i nostri armenti, perché dobbiamo celebrare una festa all’Eterno”.

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Parashà Shemot – Comprendere il senso degli avvenimenti contemporanei

Quando si inizia a leggere il drammatico cambio sociale e storico che ha portato alla schiavitù degli ebrei in Egitto, la Torà sintetizza il tutto in una sola frase: “A suo tempo sorse sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe. E diceva al suo popolo: “Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi.” (Esodo 1, 8). Un nuovo re. Tutto il dramma di un destino che ha portato gli ebrei da essere la famiglia del Viceré ad essere un popolo di schiavi è racchiuso in questo “nuovo re” che non aveva conosciuto Giuseppe. I maestri si dividono tra coloro che credono che si trattasse di un re realmente nuovo e coloro che affermano che il re non fosse nuovo, bensì avesse solo rinnovato decreti antiebraici. Ammessa anche l’ipotesi che questo nuovo Faraone non avesse conosciuto Giuseppe, dovremmo porci la domanda del come sia possibile vivere in una società attraversata da un cambiamento sociale così profondo e non rendersene conto.

In realtà se leggiamo il capitolo 50 della Genesi, precisamente dal versetto 4 in poi, quando viene descritto il momento nel quale Giuseppe comunica la morte di Yaakov al Faraone chiedendo il permesso di poter andare a seppellirlo, notiamo un dialogo ed un tono che non è propriamente quello di un Viceré verso il re che lo ha posto in quella posizione di potere e rispetto.“ Infine i giorni di piangerlo passarono, e Giuseppe parlò alla casa di Faraone, dicendo: “Se, ora, ho trovato favore ai vostri occhi, parlate, vi prego, agli orecchi di Faraone, dicendo: “Mio padre mi fece giurare, dicendo: “Ecco, sto per morire. Mi dovrai seppellire nel mio luogo di sepoltura che mi sono scavato nel paese di Canaan”. E ora, ti prego, lasciami salire a seppellire mio padre, dopo di che sono disposto a tornare’”. Pertanto il Faraone disse: “Sali a seppellire tuo padre proprio come egli ti fece giurare”.(Genesi 50, 4)

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Parashà Vaigash – Prendersi le proprie responsabilità

Yehuda ha pochissimi minuti per salvare suo fratello Beniamino dal carcere a vita che gli si prospetta.

Yosef, loro fratello, che però ai loro occhi è il viceré d’Egitto, ha decretato che colui che avesse rubato la coppa sarebbe stato punito con la schiavitu’. In pochi minuti Yehudà deve cambiare il destino di Beniamino e salvarlo, lui che ha garantito a loro padre Yaakov che avrebbe riportato a casa il loro fratello piccolo, l’unico rimasto dell’amata moglie Rachele. Yehuda inizia il suo discorso non chiedendo pietà, non implorando compassione, bensì racconta i fatti. Piano piano include nei fatti la presenza di Yosef “viceré”, il loro incontro ed il fatto che anche lui, uomo potente d’Egitto, ha portato Beniamino in Egitto.

Una volta che i fatti sono chiari Yehuda parla al cuore del viceré, si prende la propria responsabilità ed afferma di volersi sostituire al fratello, ingiustamente colpevole.

A quel punto il cuore di Yosef cede ed è una grande lezione quella che riceviamo da Yehuda. Una lezione di pensiero veloce, di azione, di parole pensate e misurate, di emozioni messe da parte per dare spazio ai fatti, alla storia, ai dati ed agire in loro nome anche anche con emozione.

Yosef cede alle parole di Yehuda perché queste lo accompagnano in un ragionamento che diventa richiamo responsabile e di fronte a chi si assume le proprie responsabilità non possiamo far altro che lodare il suo agire e stimarlo.

Parashà Mikketz – La rivoluzione che opera nel materiale dell’universo spirituale

In questa parashà ci troviamo di fronte all’uomo dai ruoli multipli. Yosef è il sognatore e l’interprete dei sogni. Egli governa l’Egitto, senza però dimenticare il proprio ruolo di figlio e di fratello. A volte egli è un uomo legato con gli elementi materiali ed a volte con l’universo spirituale.

In questa nostra Parashà il re dell’Egitto ha un sogno misterioso: nella sua prima parte, sette vacche magre e brutte che divorano sette vacche robuste e belle. Nella seconda parte, sette spighe sottili che divorano sette spighe belle ed abbondanti. La cosa straordinaria è che anche dopo aver divorato animali o vegetali abbondanti e belli, gli esseri magri e squallidi restano uguali senza che avvenga nessun cambiamento nel loro aspetto. Il Faraone è preoccupato: i suoi consiglieri provano inutilmente a spiegare il suo sogno. Non riuscendo a convincerlo diventa necessario eliminare l’umiliazione e ricorrere a Yosef, il consigliere ebreo, per ottenere la sua opinione.

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Korban Pesach: il grande assente della sera del Seder – nuova lezione online di Rav Pinhas Punturello

Vi aspettiamo martedì 19 aprile alle 20 (ora italiana) per una nuova lezione online di Rav Punturello, dedicata a Pesach.

Ecco qui il link per connettersi facilmente al nostro nuovo programma, da qualsiasi tipo di dispositivo.

https://global.gotomeeting.com/join/305803333

Numeri e Halachà

di Rav Yitzhak Rapoport

Un vecchio proverbio dice: “Mi inganni una volta – la colpa è tua. Mi inganni due volte – la colpa è mia”. Questo detto è in antitesi a : “non c’è due senza tre”. E qui sorge la domanda, se la correttezza nelle sanzioni legislative dovrebbe esserci dopo due o tre volte dal fatto imputato?

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Nel Talmud, Rav Yehuda HaNassi dice, che dopo due. Invece Rav Gamliel sostiene che dopo tre. Nelle questioni economiche l’Halachà da ragione a Rav Gamliel, che solo dopo 3 volte si può dare delle sanzioni legislative. Invece nelle questioni dove appare il pericolo di vita, i Rabbini sono stati più restrittivi e hanno messo in atto le teorie di Rav Yehuda HaNassi, cioè che bastano solo 2 azioni.

Ecco degli esempi:

Una donna partorisce un figlio, che muore a causa della circoncisione. Ne partorisce un secondo e anche questi muore per lo stesso motivo. Quando nasce il terzo figlio, allora l’Halachà impedisce di circonciderlo fino a quando non crescerà, perché esiste il sospetto che i suoi figli siano troppo deboli per sopravvivere alla circoncisione. Si deve però aggiungere che questa Halachà venne scritta ben prima della medicina moderna, e oggi solo i medici prendono certe decisioni.

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Parashà Shemoth – Ciò che definisce una nazione

di Rav Eliahu Birnbaum

Il libro di Bereshit ci ha fatto conoscere una serie di storie individuali di uomini e donne prototipi, le cui vite hanno segnato per sempre la loro discendenza ed hanno avuto grande influenza su di essa. Il libro Shemot che comincia con la parashà che porta lo stesso nome, non si riferisce più a singoli individui ma introduce il concetto di popolo, di un gruppo di individui che condividono una stessa identità.

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 «Allora sorse sull’Egitto un nuovo re……e disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti”». In questo punto, il termine “popolo” riferito ad Israele, appare per la prima volta, nella bocca del Faraone. Prima ancora degli stessi ebrei, è quindi un estraneo che riconosce l’identità comune di tutta la discendenza di Yaakov, il suo carattere di popolo. I discendenti di Israele avevano sin dal principio una quantità di elementi di coesione che offriva loro una comune identità, però è in uno momento ben determinato della loro evoluzione che si può affermare la nascita di un “popolo”: una identità collettiva nuova, che raggruppa tutti gli individui, senza annullarli, essendo tale collettività qualcosa di distinto dalla loro somma.

Il popolo, per funzionare come tale, deve essere definito tanto all’esterno – ovvero riconosciuto come tale dai suoi pari – quanto al suo interno, rendendo partecipe ognuno dei suoi membri, coscientemente e senza alcuna crepa, della identità collettiva.

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