Le domande e il Seder

Se guardiamo alle fonti che descrivono il seder di Pesach nella Mishnà e nella Ghemarà non possiamo non notare differenze profonde rispetto a come si osservava il seder nei due periodi della storia ai quali i testi fanno riferimento. Nella Mishnà Pesachim 10, 2 è scritto: “ Si versa il primo bicchiere, Bet Shammai afferma che si santifica prima il giorno di festa e poi si benedice il vino, Bet Hillel dice che prima si benedice il vino e poi il giorno di festa.” La Mishnà 3 continua descrivendo il resto del seder in questo modo: “Gli portano davanti (le verdure) intinge la lattuga fino a che non deve spezzare il pane. Gli portano davanti la matzà, la lattuga, il charoset e due cibi cucinati….al tempo del Bet Mikdash (Santuario di Gerusalemme) gli servivano anche il corpo stesso del korban ( lil sacrificio con l’agnello) di Pesach.” Alla Mishnà 4 troviamo infine che si versava la seconda coppa di vino ed a questo punto il figlio domandava a suo padre il senso di quanto visto e mangiato e se il figlio “non ha senno, il padre insegna: “In che cosa si differenzia questa notte dalle altre notti? Che in tutte le altre notti noi mangiamo chametz o matzà e questa notte solo matzà […]”

Di fatto le eventuali domande del figlio, secondo quanto descritto dalla Mishnà, erano poste logicamente dopo aver visto e mangiato i cibi rituali della festa e solo dopo queste domande partiva il racconto biblico ed al contempo formativo della schiavitù egiziana e della nostra liberazione.

Ad un certo punto della nostra storia l’ordine del seder ( ricordandoci che la parola seder in ebraico vuol dire “ordine”) si capovolge: dobbiamo capire quando e perché.

Il tutto prende il suo senso ai tempi dei maestri della Ghemarà, gli Amoraim, quando la cena viene posposta alla fine del seder e di fatto il piatto del seder che contiene il cibo, seppur simbolico, viene tolto dalla tavola dopo il kiddush, la prima coppa di vino e la dichiarazione solenne che recita: “Questo è il pane dell’afflizione che mangiarono i nostri padri in terra di Egitto…” La Ghemarà si chiede il perché di questo cambiamento e la risposta che il testo offre è semplice: “ Perché si sparecchia la tavola dal cibo prima del racconto dell’uscita dall’Egitto?” In altre parole, perché non si mangia prima del racconto come si faceva prima? “ Insegnano nella scuola di Rabbi Yannai: “Affinché i piccoli se ne rendano conto e facciano domande”. ( T.Pesachim 116 b).

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Parashà Tazria – Quello che si dice è espressione di quello che si è

Raramente la Torà stabilisce una relazione lineare di causalità tra una azione commessa ed un castigo ricevuto. Questa parashà ci racconta di una affezione non dissimile dalla lebbra conosciuta in ebraico come “tzaarat” che colpisce coloro che incorrono nella calunnia o nella ingiuria “lashon harà”.

 “Tzaarat” è la manifestazione esteriore di devianze intime dell’individuo, della sua indole morale e spirituale. L’individuo che calunnia o ingiuria è danneggiato, così come la società che lo circonda, dallo spargere il germe di un male che porta al proprio interno.La sua punizione è di conseguenza una infermità che lo obbliga ad allontanarsi dall’accampamento, dal popolo, dalla società e lo condanna a restare isolato, in completa solitudine. Il castigo vuole essere una correzione: obbligandolo a restare solo si spera che l’individuo cominci a rendersi conto della necessità di rapportarsi in maniera armoniosa con la società. L’unico al quale si affida la cura del malato di tzaarat è il cohen, il sacerdote, e non il medico, cosa che riafferma il concetto di infermità spirituale e non fisiologica.

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La sorprendente rinascita ebraica a Chmielnik – la cittadina polacca dove non abita più nessun ebreo

In una piccola cittadina della Polonia, con 11mila abitanti, dove non abita nemmeno un ebreo, un museo all’avanguardia ebraico è stato costruito. Milioni di dollari sono stati investiti per ristrutturare la meravigliosa sinagoga. E ora, un mikveh (bagno rituale) di 150 anni è stato riscoperto.

Benvenuti a Chmielnik, una delle città più sorprendenti della Polonia centro-meridionale.

L’emissario di Shavei Israel a Cracovia, Rav Avi Baumol, ha recentemente visitato Chmielnik per capire cosa sta davvero succedendo nella sonnolenta cittadina. Era stato invitato a parlare all’incontro su “Una giornata sull’ebraismo” – un’altra sorpresa vista la totale mancanza di una comunità ebraica. Rav Baumol, assieme ad altri due partecipanti – un prete e un ministro  – hanno parlato con passione su come “ebrei e non-ebrei polacchi debbano lavorare insieme per la crescita della Polonia”, racconta Rav Baumol.

Chmielnik non è sempre stata così. Prima della II guerra mondiale, l’80 per cento della popolazione era composto da ebrei. Basandosi sulle date dell’antico cimitero ebraico, si sa che i primi ebrei arrivarono a Chmielnik nel 1565. La comunità comincio a fiorire un secolo più tardi, e nel 1658 circa si costruì una sinagoga. Nel 1764 gli abitanti ebrei erano 1445, nel 1897 erano saliti a 5660. Il picco massimo venne toccato nel 1939, quando gli ebrei a Chmielnik erano 10275.

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Parashat Sheminì – La fatale eresia degli eccessi

di Rav Eliahu Birnbaum

La nostra parashà ci racconta finalmente l’inaugurazione del Mishkan che avrebbe accompagnato il popolo di Israele fino al momento in cui avrebbe potuto costruire un tempio permanente. Il popolo intero festeggia fino al momento in cui due figli di Aharon, cohanim, muoiono all’interno del Santuario mentre porgono la loro offerta. “E giunsero i figli di Aharon e portarono un fuoco estraneo all’Eterno che non fu loro comandato”. Presentarono una offerta a Dio che non era stata loro richiesta, che non era prescritta dalla Torà e per questa ragione morirono.

L’ebraismo annette un’ importanza speciale alla volontà della persona nel momento in cui compie le mitzvot: senza tale volontà l’uomo non può generare nuovi sistemi di norme e di usanze nel segno della religione. Partendo dalla norme ricevute e cominciando a rinnovarle, l’uomo corre il rischio di assumere una attitudine di estasi e perdere in questo modo il senso stesso della propria religione. Quando l’uomo perde di vista la differenza tra la volontà di Dio e la volontà umana smette di adorare Dio e cade nell’idolatria: idolatria significa proprio concepire strade errate per adorare se stesso.

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Ritornano le lezioni online di Rav Pinhas Punturello!

Da martedì 29 marzo, alle ore 20 (ora italiana), il nostro emissario Rav Pinhas Punturello torna con le sue affascinanti lezioni online.

Il tema della prima lezione di quest’anno:

“Libertà di Purim, libertà di Pesach”

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Si potrà accedere da pc computer, cellulari, Mac e Iphone ecc.

Si potrà anche partecipare dal vivo alla discussione, o rivedere nei giorni successivi la registrazione su YouTube.

Ecco qua il link della lezione, dove scaricare l’applicazione per potere seguire in maniera comoda i corsi dai vostri dispositivi:

https://global.gotomeeting.com/join/449469845

Vi aspettiamo numerosi!

Gli Igbo della Nigeria

L’emissario di Shavei Israel in Nigeria, Gadi Bentley è appena rientrato dalla sua missione e ci ha inviato delle nuove foto del suo lavoro con una delle possibili tribù “perdute” – gli Igbo.

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Circa 3000 persone praticano oggi una moderna forma di ebraismo, si identificano come ebrei e frequentano le 26 sinagoghe costruite nella zona; seguono anche le regole della Casherut, indossano i teffilin e circoncidono i figli.

Avevamo già parlato degli Igbo sul nostro blog qui.

Dopo Gadi sono state in Nigeria, Noga Kohl e Michal Elroy, la loro missione è durata tre mesi. Ecco qui una foto con un gruppo di donne Igbo.

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Parashà Vaikra – Avvicinarsi a Dio

di Rav Pinhas Punturello

Si apre questa settimana il libro denominato “Levitico” secondo i canoni della cultura biblica occidentale. Un libro che si focalizza sui dettagli dei sacrifici, del rituale sacrificale, di aspetti che non sono facili da interpretare per noi contemporanei così influenzati da una idea di sacrificio estremamente distante da quella espressa nella Tora’.

In ebraico la parola sacrificio קרבן (korban) ha la stessa radice dei verbi, degli aggettivi e dei sostantivi che esprimono vicinanza. Sacrificare non vuol dire ad un primo sguardo ebraico annullarsi per il Divino, eliminare la propria esistenza in nome di Dio, bensì ha il senso di un percorso di avvicinamento a Dio, di conoscenza di Dio, di consapevolezza che per poter essere a Lui più vicino, bisogna esprimersi attraverso un percorso ed un rito che sia anche sacrificale, ma sopra ogni cosa di avvicinamento.

I riti portano con loro il grande rischio della mera ripetizione, della espressione sterile di una gestualità che diventa ovvia, formale e priva di un vero vibrare spirituale.

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