Il centro comunitario Beit Miriam di Shavei Israel

Il Beit Miriam è il centro comunitario di Shavei Israel per i ragazzi Bnei Menashe a Kiryat Arba, a sud di Gerusalemme. Questo club sociale e culturale, unico nel suo genere, offre corsi di informatica, inglese, ebraico e di ebraismo. E’ una seconda casa per la nuova generazione di Bnei Menashe – in particolare durante le vacanze estive, quando il Beit Miriam è pieno di attività per i ragazzi.

Abbiamo qui alcune foto da condividere con Voi!

 

Parashat Korach – Come giungere a Dio

Qual è stata la vera colpa di Korach? Perché fallisce il suo movimento popolare contro Moshè ed Aaron? In fondo Korach non aveva tutti i torti, almeno in teoria. Il suo movimento di protesta parte da un assunto: Moshe ed Aaron avevano concentrato troppi incarichi nelle loro mani ed questa organizzazione non rispecchiava più la nuova realtà politica e spirituale del popolo ebraico.

Una frase chiave della critica di Korach fu questa: “ Questo vi basti, perché l’intera assemblea, tutti loro, sono santi e l’Eterno è in mezzo a loro. Perché, dunque, vi dovete innalzare al di sopra della congregazione dell’Eterno?” (Numeri 16,3) In altre parole la critica di Korach era questa: “Dal momento che abbiamo ricevuto al Torà e quindi Dio si è manifestato realmente in mezzo al popolo, tutto il popolo è santo e quindi la stessa presenza di una organizzazione spirituale, di guide, di leggi non ha più senso: la santità intrinseca della legge ci rende tutti santi e quindi al di sopra delle legge stessa.”

Più volte lungo il corso della Storia ebraica il popolo ebraico si confronterà con questo tipo di critica, non ultimo nel mondo occidentale. L’uomo accetta con difficoltà l’idea di una legge, di un mondo spirituale regolato da leggi attraverso le quali relazionarsi con Dio, come se la spiritualità non abbia bisogno di ritmi, di precetti, di leggi con le quali esprimersi. Dai tempi di Korach, che in realtà inseguiva anche motivazioni personali, il mondo della fede e della spiritualità viene sdoganato da regole perché esse sembrano desuete o non consone per una libera espressione dell’anima. Allora come oggi sembra che solo l’anarchia, o l’assenza di leggi, sia la giusta strada per giungere a Dio, mentre invece proprio lo scorrere dei precetti, il ritmo di una vita regolata da passi comandati da Dio è la miglior maniera per esprimere la nostra religiosità, così come la nostra spiritualità e l’amore ed il timore che siamo chiamati a provare nei confronti di Dio.

Una bellissima e originale storia d’amore nata a Belmonte

Un’aristocratica romana pose una volta a Rav Yosi Ben Halafta, uno dei principali saggi della Mishna, una domanda provocatoria.

“In quanti giorni ha creato Dio il mondo?”, chiese.

“In sei”, rispose il Rav.

 

“E di cosa si è occupato Dio da allora?”, incalzò.

“Di formare le coppie per farle sposare”, fu la risposta.

 

“Giusto questo?”, disse con ironia. “Persino io riesco a farlo. Creerò centinaia di coppie in brevissimo tempo”.

E la storia continua nel Bereshit Rabba (68:4), quella notte la matrona romana fece unire un migliaio dei suoi schiavi con migliaia di schiave. Ma al mattino, uno schiavo aveva la testa mozzata, un altro aveva perso un occhio, mentre un terzo zoppicava a causa di una gamba rotta”.

Rav Yosi aveva predetto esattamente questa cosa. “Può sembrare facile ai tuoi occhi” disse all’aristocratica romana, “ma per il Signore è difficile come far aprire il Mar Rosso”.

Dio deve avere osservato l’ultimo Shabbaton che si è tenuto a Belmonte, in Portogallo, visto che alla fine una coppia inusuale si era formata.

A metà maggio, l’emissario di Shavei Israel in Portogallo, Rav Elisha Salas, aveva ospitato 120 Ebrei Hassidici da New York, nell’albergo della cittadina appena inaugurato casher (ne avevamo scritto qui). Rav Isroel Nachum di Safed aveva organizzato questa gita, che Rav Salas aveva definito come “una straordinaria e unica esperienza in Portogallo”.

Ed è proprio così che si devono sentire Chunie Reinhold e Ruth Rodrigo.

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Parashà Beaalotecha – A volte dal lamento nasce il problema

Questa parashà ci mostra il popolo di Israele che esperimenta diverse frustrazioni, a causa delle quali protesta e si lamenta davanti a Dio. In un uno di questi casi il popolo vive un senso di “vuoto” senza che vi sia alcun motivo particolare. E’ la percezione di tale vuoto che provoca un lamento che è fine a se stesso. La Torà ci racconta, in questo caso, che Dio reagisce incendiando parte dell’accampamento. L’altro caso è ben differente. Il popolo vive una necessità concreta e reclama: “Chi ci darà carne per mangiare?…Ci manca il pesce…”. Non è che Il popolo abbia fame, perché con la manna riesce a gustare tutti i sapori che desidera, ma si sente stufo di mangiare sempre la stessa cosa. Di fronte alla lamentela per una mancanza concreta, indipendentemente dalla sua validità, Dio soddisfa la richiesta del popolo e gli invia carne da mangiare.

Questi due casi sono una porta che si apre, attraverso cui comprendiamo le circostanze nelle quali è valido reclamare. La Torà non si oppone all’uomo che si lamenta, che critica e reclama, purché abbia una ragione specifica e concreta per farlo. In varie occasioni il popolo di Israele si è lamentato davanti a Dio ed Egli ha accettato le sue lamentale. La Torà ci fa notare che anche Abramo si lamentò di fronte al Creatore, così come, più volte, si lamentò lo stesso Moshé.

La situazione acquisisce una diversa valenza e diviene problematica quando ci si lamenta a vuoto, senza un motivo apparente, quando ci si lamenta e si piange senza un perché. A volte ci si lamenta idealizzando le situazioni, alienandosi dalla realtà. Non si è coscienti di ciò che accade effettivamente intorno a sé, si chiudono gli occhi e, con essi, si chiude anche la possibilità di comprendere le ragioni della propria lamentela. In questo modo, l’ambiente negativo, lontano da essere causa di tristezza e di lamentela, risulta essere la sua conseguenza.

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Shavei Israel in svedese

Il presidente di Shavei Israel, Michael Freund, è stato descritto nel giornale di lingua svedese in Finlandia – Kyrkpressen – la scorsa settimana, dove ha parlato delle attività di Shavei Israel in generale e dei Bnei Menashe in particolare.

Sapete leggere o capite lo svedese? Allora date un’occhiata alle due pagine apparse nel giornale dedicato alla cultura.

 

Cliccate quest link per vedere l’intero articolo (in svedese).

Parashà Naso – L’equilibrio tra spiritualità e materia

Indubbiamente il centro, o meglio il centro della nostra attenzione su questa parashà, è occupato dalla benedizione sacerdotale, che la Torà comanda ad Aaron ed ai suoi discendenti e  che si esprime con queste parole: “Queste sono le parole con le quali benedirete il popolo di Israele: Il Signore ti benedica e ti custodisca! Il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia. Il Signore posi su di te il suo sguardo e ti dia pace.” (Num. 6, 22-26) Di fatto queste parole di benedizione, che da allora in poi sono entrate nel servizio quotidiano sinagogale così come domestico, sono forse la fonte più antica di una liturgia giunta fino a noi.

Proprio perché si tratta di una fonte così antica è davvero importante notare come la Torà ci insegni con forza che non è il sacerdote ad aver il potere di donare bene o il suo contrario, ma solo Dio è fonte di ogni benedizione. Lontano dalla Torà è il mondo della magia, degli sciamani, degli stregoni mentre è interessante notare che la benedizione sacerdotale è divisa in tre parti e si riferisce a tre tipi diversi di emanazione di bontà da parte di Dio verso il suo popolo.

La prima parte della benedizione si rivolge e si riferisce ai beni materiali, la seconda parte si rivolge al mondo intellettuale ed agli sforzi dell’uomo in tal senso, la terza parte riguarda il nostro equilibrio spirituale, la nostra serenità.

La presenza dei beni materiali non è considerato un danno spirituale, ma va inserito in una custodia, in un senso di giustizia e di validità etica, segue poi l’idea che al benessere materiale corrisponda una capacità di comprensione e gestione del mondo e di noi stessi, non è un caso che “ti conceda grazia” in ebraico è una espressione legata al chinuch, alla educazione, alla formazione, allo sforzo ed all’impegno intellettuale. Chiude il cerchio di questa triplice benedizione l’idea di un equilibrio, di un senso di pace, che nasce proprio da un incontro sano tra una materialità eticamente giusta, un impegno intellettuale onesto e la proiezione verso una spiritualità che, proprio perché equilibrata, porta alla pace ed ottiene la pace da Dio.

Fede, coraggio e scoperta: da El Salvador a Gerusalemme

Tutto è cominciato nel 1982, quando la madre di Yael e Elisheva Franco aiutò nella fondazione di un nuovo liceo in El Salvador, chiamandolo “Gerusalemme”. La madre delle sorelle Franco non sapeva niente di tradizione ebraica e la scuola era un normale liceo laico.

Dieci anni dopo la madre delle sorelle Franco arrivò in Israele con una borsa dell’Ambasciata Israliana per studiare pedagogia a Haifa. Di nuovo, non vi era una reale connessione all’ebraismo. “Sentiva un legame con Israele, ma non sapeva come mai”, racconta Yael.

Oggi tutta la famiglia Franco pratica l’ebraismo tradizionale. Il fratello maggiore, Eliyahu, ha fondato la sinagoga nella capitale San Salvador, e tutti i familiari ne sono i membri fondatori.

Yael e Elisheva hanno fatto un passo avanti. Dopo una conversione formale l’anno scorso, adesso risiedono in Israele. Elisheva ha fatto regolare aliyah, mentre Yael ancora aspetta la sua carta d’identità che dovrebbe essere pronta a giorni.

Yael ci dice come ha sentito la presenza di Dio che piano piano ha guidato l’intera famiglia, passo dopo passo, nella connessione all’ebraismo.

Ecco cosa succede quando i discendenti dei Bnei Anousim, discendenti degli Ebrei perseguitati dall’Inquisizione in Spagna, Portogallo e Italia Meridionale, rinascono come torrenti nei più reconditi angoli del globo. Capita che fondino una scuola chiamata Gerusalemme a 10mila km dalla capitale dello Stato Ebraico.

Shavei Israel ha incontrato da poco quattro giovani donne da El Salvador, adesso in Israele in diverse tappe del loro percorso di aliyah, che studiano nelle midrashot ebraismo e ebraico negli ulpan.

Rachel, 27 anni, ha studiato comunicazione in El Salvador e vorrebbe diventare una brava giornalista. La sua famiglia è immigrata in El Salvador dalla Spagna e suo padre era originario della Turchia. Non è certa delle sue origini ebraiche, ma grazie a dei colleghi ebrei dell’Università, ha cominciato ad osservare lo Shabbat e piano piano anche le altre mitzvot, e ora non può farne a meno.

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La sinagoga Belmont di Londra fa visita a Belmonte in Portogallo

Per la maggior parte delle mattinate infrasettimanali, la sinagoga di Belmonte in Portogallo è vigile ma vuota. La piccola comunità Bnei Anousim della cittadina non può lasciare il lavoro per fare un minyan, lamenta Rav Elisha Salas, nostro emissario in Portogallo.

Ma, la scorsa settimana, le preghiere mattutine di shacharit erano vive e gioiose, poiché un gruppo di 35 visitatori da Londra ha visitato Belmonte nell’ambito di un viaggio alla riscoperta del Portogallo Ebraico, “portandosi dietro le berachot”, racconta Rav Salas.

“Quanto è stato bello trovarsi tra fratelli, sentire leggere la Torah di nuovo in Portogallo, e sentire le piccole reminiscenze dello Shabbat ancora nella nostra anima, per addolcire le nostre richieste quotidiane” aggiunge Rav Salas, mostrando tutta la sua gioia per la bella visita.

 

L’arrivo di Rav Salas in Portogallo per lavorare con i Bnei Anousim del luogo, coinciso con la decisione del 2013 del governo portoghese di aprire le porte della cittadinanza ai discendenti degli Ebrei Sefarditi, ha generato un forte incremento del turismo ebraico a Belmonte e in altre città dalla storia ebraica in Portogallo.

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Parashà Behar-Bechukkotai – La gravità dell’inganno e della frode

“Non ingannerai il tuo prossimo” questo è il comandamento di questa parashà che immediatamente aggiunge, attestando la provenienza della noma: “Io sono Dio.”

Nella Torà il concetto dell’inganno ha un significato molto ampio: per la morale ebraica l’”inganno”, in tutte le sue forme, che sia volontario o meno, che sia legalmente giustificabile o anche solo una deformazione della realtà, significa defraudare un’altra persona. Per la Torà ingannare il prossimo significa approfittare dell’ignoranza di qualcuno su un determinato tema, per esercitare una illecita influenza materiale, spirituale o morale.

Il Talmud cita a titolo di esempio una persona che, a un certo punto della sua vita, si avvia su una cattiva strada, ma dopo se ne pente e torna su quella buona: è considerato “inganno nei confronti del prossimo” anche il solo ricordare ad altri il suo comportamento precedente. Nei confronti di un convertito è proibito menzionare qualcosa che si riferisca in modo offensivo alla sua precedente condizione di gentile. Allo stesso modo è proibito attribuire le disgrazie di colui che siede in lutto al suo comportamento personale, facendo aumentare l’intensità delle sue sofferenze.

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