La popolazione Lemba (Zimbabwe, Malawi, Sudafrica)

Due uomini Lemba

I Lemba sono una popolazione presumibilmente ebraica dell’Africa meridionale, molti dei quali vivono tra Zimbabwe, Malawi e Sudafrica. La comunità nell’insieme conta circa 70mila persone. Anche se parlano gli stessi linguaggi Bantu dei loro vicini africani, alcune delle pratiche religiose dei Lemba sono simili a quelle del giudaismo. Le loro tradizioni suggeriscono una loro migrazione in Africa, dalle comunità ebraiche dello Yemen.

Nonostante però i Lemba possano essere discendenti di antenati ebrei, non hanno praticato il giudaismo da molti secoli. Successivamente, alcuni hanno voluto passare all’ebraismo. Oggi, molti Lemba sono Cristiani o Musulmani.

Alcune delle pratiche religiose e credenze simili a quelle del giudaismo includono:
• Sono monoteisti (chiamano il loro Dio creatore Nwali).
• Riservano un giorno alla settimana alla santità e alla preghiera di Nwali (simile allo Shabbat ebraico).
• Pregano Nwali di tutelare i Lemba, considerandosi il popolo eletto.
• Insegnano ai figli di onorare il padre e la madre.
• Non mangiano maiale e altri cibi proibiti dalla Torah, o le combinazioni proibite dei cibi permessi.
• Il loro metodo di macellazione, che permette loro di consumare la carne, assomiglia alla scechità ebraica.
• Praticano la circoncisione maschile (modelli di organi maschili circoncisi sono stati trovati nel Gran Zimbabwe).
• Incidono una Stella di Davide sulle loro pietre tombali.
• Ai Lemba viene sconsigliato di sposare non-Lemba, così come agli ebrei viene sconsigliato di sposare non-ebrei.
• I Lemba seppelliscono i loro morti in posizione distesa piuttosto che accovacciata. Continue reading “La popolazione Lemba (Zimbabwe, Malawi, Sudafrica)”

I Maestri ci hanno mentito

 Rav P.P.PunturelloGreekTheater

Anzi, diciamolo meglio, i Maestri hanno omesso un dolorosa verità quando ci hanno trasmesso la memoria degli eventi storici di Channukkà e dobbiamo capire il perché di questa omissione, se vogliamo cogliere l’essenza della festa.

Le tradizioni popolari Ebraiche  ci raccontano gli eventi di Channukkà in maniera quasi infantile, come fossimo bambini, proteggendo la nostra innocenza e selezionando la memoria dei fatti.

Un posto centrale nel racconto storico di Channukà in Shabbat 31b è occupato dal miracolo dell’olio quando i Maestri affermano senza mezzi termini che: “Quando i Greci entrarono nel Santuario resero impuri tutti gli oli che si trovavano in esso e quando la casa reale dei Chasmonaim ebbe il sopravvento e li sconfisse cercarono nel Tempio e non trovarono se non una ampolla d’olio che aveva ancora il sigillo del Sommo Sacerdote. Essa però conteneva olio sufficiente per accendere un solo giorno: avvenne un miracolo e accesero con esso per otto giorni. L’anno successivo stabilirono che questi giorni fossero giorni di festa con inni di lode e ringraziamento.” Continue reading “I Maestri ci hanno mentito”

Kavafis, le candele e l’Omer.

 

In un’opera degli anni prima del 1911 Costantino Kavafis, il poeta greco figlio d’Egitto, di Turchia ma anche di Liverpool scrive:

 

“ Stanno i giorni futuri innanzi a noi, come una fila di candele accese –

dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato, penosa riga di candele spente:

le più vicine danno fumo ancora, fredde, disfatte e storte.

Non le voglie vedere: m’accora il loro aspetto,

la memoria m’accora del loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, che io non scorga, in un brivido,

come s’allunga presto la tenebrosa riga,

come crescono presto le mie candele spente.”

 

L’angoscia per il tempo che passa, per i giorni che si perdono e non tornano diventa fumo di candele, ansia, paura del futuro, distanza dal quotidiano e terrore, puro terrore, per la maturità, l’anzianità, per i giorni andati.

“Come crescono presto le mie candele spente”.

Sembra un sospiro, quello di Kavafis, una improvvisa presa di coscienza che le candele spente non possono essere riaccese e forse, in questo sospiro diventato poesia, si nasconde anche la consapevolezza di aver usato le candele in maniera sbagliata, di non aver dato ad ogni candela, ovvero ad ogni giorno, il suo giusto significato, la sua giusta importanza.

In questo sospiro, in questa fila di candele spente ed in questo fumo forse si nasconde una distanza più profonda tra un approccio edonistico ed una visione ebraica del tempo, dei giorni che passano e che vanno significati, uno per uno, e non solo sfruttati come candele accese che si consumano e che lasciano solo fumo.

L’ebreo devoto durante il periodo dell’Omer non si angoscia per i giorni che passano ma li conta. Uno ad uno. E per ognuno di essi ha il dovere di recitare una berachà. La sera, dopo il tramonto, quando l’operosità della giornata si conclude e quando come è scritto nel libro di Giobbe: “ L’intorpidimento si impadronisce degli uomini” l’ebreo recita una berachà sulla giornata trascorsa,  benedicendo e contando il giorno che inizia. “Oggi è il primo giorno dell’Omer…il secondo il terzo…la prima settimana…” Lo scorrere dei giorni tra Pesach e Shavuot somiglia alle perle di una collana, ai diamanti, a gioielli preziosi sotto le dita di un intenditore. Non si tratta come vuole Kavafis di candele accese, di mozziconi fumanti ma di tempo investito, utilizzato al meglio e benedetto nell’esatto momento in cui si conclude, seppur temporaneamente, l’attività lavorativa dell’uomo. Il conteggio dell’Omer nell’esatto momento in cui trasforma la sera in un momento di benedizione tra il passaggio da una giornata ebraica all’altra,  insegna all’uomo il valore del tempo. Un valore che, come scrive il Rav Yosef Dov Solovietchik zzl,  l’ebreo conosce molto bene. Il popolo ebraico conta da sempre il tempo e significa il tempo in maniera costante. Lo shabbat è il risultato di sette giorni contati, come Rosh Chodesh lo è del mese, Rosh HaShanà dell’anno ed a seguire ci sono poi gli anni sabbatici e lo Yovel, il Giubileo. Al contrario di Kavafis, al contrario di molta parte della cultura occidentale, l’ebreo devoto guarda alle candele che sono già accese e non distoglie lo sguardo da loro, conta persino le candele consumate e non vede il fumo, ma impara da esse, ne fa tesoro, perché non le ha lasciate spegnere senza coscienza, ma ha dato ad ognuno di quelle candele, ad ognuno dei giorni il suo giusto valore ed il suo giusto senso. La sfida per l’uomo credente non sta nell’eterna giovinezza o nel rendere eterni gli attimi di piacere o di felicità, la sfida sta nel significare ogni attimo, ogni istante e di benedire Hashem per tutti gli istanti della nostra vita, tutti i momenti che abbiamo vissuto e che viviamo al meglio, nel senso più profondo e meno materialista possibile. Nel contare i giorni dell’Omer l’ebreo invoca inconsapevolmente il Salmo 90: “Insegnaci a contare i nostri giorni così che acquisteremo un cuore sapiente.” Ed un cuore che sa è un cuore che non teme i giorni, ma li santifica.

Diversità e Democrazia nei pensieri di un ebreo.

Shachrit, anusim from South of Italy, people from all the italian jewish comunities.

Sono appena tornato dal Moked di Milano Marittima che devo dire è stato un
grande successo in ogni attività dalle challot alle riflessioni più profonde. Questo
“stare insieme tra diversi” ha avuto il valore aggiunto della presenza degli
ebrei in cammino dal Sud e partendo da questa variegata diversità ho cominciato
a pensare alla tradizione ebraica, il potere e la democrazia.

La tradizione ebraica, il potere e la democrazia.

 

 

I principi del sistema democratico moderno possono, senza alcun dubbio, essere rinvenuti nelle radici culturali e religiose del popolo ebraico.

Il testo biblico stesso, base spirituale dell’intero mondo occidentale e di gran parte del Corano, esplicitamente in più passi indica all’uomo il valido comportamento dell’esercizio di potere di governo e di governato.

Il primo principio base dal quale si parte è il riconoscimento del dovere da parte di un qualsiasi governo nell’amministrare e promuovere la giustizia.

All’indomani del Diluvio Universale a Noè, giusto prescelto per la salvezza del genere umano, viene indicata la necessaria strada dell’istituzione di tribunali e leggi di giustizia tra gli uomini.

Nel Deuteronomio, (16, 18) l’input dato a Noè diventa obbligatorio per l’intera collettività ebraica, per quello che sarà il popolo ebraico dopo il ritorno nella terra d’Israele. “Porrai giudici e funzionari in tutte le tue città, che il Signore tuo Dio ti concede, per ogni tua tribù, e giudicheranno il popolo con vera giustizia”.

Straordinariamente moderno ed incisivo è il richiamo del testo sacro alla vera giustizia e non alla parzialità di giustizie improvvisate.

Nel solco di questo costante richiamo, estrema debolezza umana, si inseriranno tutti i profeti dell’antico Israele per i quali un governo ha diritto ad esistere ed a rimanere al potere in base alla cure dedicate agli strati più deboli della società.

I profeti erano aspramente critici nei confronti di tutte le azioni dei monarchi ebrei che potevano ledere i diritti del popolo in assoluto e dei deboli del popolo in particolare.

I profeti, temuti ed a volte combattuti dai re ebrei, esercitavano un vasto potere limitativo nei confronti del potere reale, potere che a volte veniva esercitato in prospettiva futura quando al monarca contemporaneo non erano attribuibili principi di legge e giustizia.

“ Ecco : giorni vengono, oracolo del Signore, in cui io susciterò a Davide un germe giusto e regnerà quale re; sarà saggio ed eserciterà diritto e giustizia nel paese.” Geremia 23,5.

 

Il secondo principio condiviso da democrazia e messaggio ebraico attraverso il testo sacro è quello della sottomissione del governo ad una autorità superiore.

A differenza di altre culture antiche, la tradizione ebraica non pone il re ed i governanti al di sopra della legge e la legge stessa non era soggetta ai capricci ed ai desideri personali del monarca.

Il re stesso, prima di salire al trono, aveva l’obbligo di copiare l’intero testo biblico di suo pugno per suo uso, il testo sarebbe stato suo compagno per la vita per apprendere e temere il Signore suo Dio, per osservare tutte le parole di questa legge e questi statuti per eseguirli.( Deut. 17, 18-19)

La legge, proprio perché legge divina, assoggettava il re al suo rispetto, poiché sia che egli fosse stato scelto dal popolo, sia che fosse sul trono per diritto dinastico, era comunque un unto dal Signore che ne guardava i gesti ed i comportamenti.

 

Da questo controllo morale e spirituale legato solo al trascendente ne derivava il controllo e la verifica umana, ultima e più importante voce nel giudizio dell’operato del leader, del monarca, del governo.

I grandi condottieri, i monarca, gli uomini di potere nella cultura ebraica antica non sono mai stati glorificati ed i loro gesti, seppur moralmente inaccettabili, non sono mai stati nascosti: la loro debolezza ed i loro limiti umani sono chiari e manifesti così come i tentativi di abuso dei loro poteri.

Per contro l’antico Israele racconta anche della loro capacità di accettazione delle critiche mosse dal popolo direttamente con pacifiche sommosse o attraverso l’intervento dei profeti.

Il rapporto tra il più famoso re biblico David ed il profeta Natan è un valido esempio di re che abusa dei suoi poteri per aggiungere una donna già sposata al suo harem, ma che dal profeta viene messo in guardia della collera divina e dell’imminente punizione.

David accettò critiche e punizione, senza pensare in alcun modo ad una vendetta sul profeta Natan per essere stato presagio di sventure: il monarca di Israele conosceva i suoi limiti e di conseguenza le punizioni rispetto al superamento illecito di questi.

 

Il rapporto profeta/monarca mette in luce anche l’esistenza di un decentramento di poteri all’interno del mondo ebraico biblico: sono molte le fonti ebraiche che riconoscono il pericolo traviante del potere e l’importanza della sua separazione, per questo, a differenza delle altre società contemporanee, la società ebraica non ha mai avuto re-sacerdoti.

La sovrapposizione dei ruoli non è mai diventata l’identificazione dei poteri spirituali e temporali in unica persona, al massimo in alcuni momenti storici i vincoli tra re e religione sono stati più stretti per una maggiore conformazione del re ai dettami biblici.

 

Le antiche fonti ebraiche fuggivano all’idea di regimi e governanti onnipotenti, avendo ben presente l’inclinazione ebraica all’abuso di potere.

Le monarchie ebraiche, seppur tali, si reggevano sul rispetto dei diritti umani e della limitazione del potere con il costante monito del potere profetico-sacerdotale garante di vera giustizia e di assenza di abusi.

Proprio all’interno di questa divisione e limitazione di poteri  ha trovato esistenza il rispetto dei diritti umani che ha poi trovato espressione per centinaia d’anni nella liturgia, nella letteratura e nel pensiero ebraico

ed è proprio in nome di questa conquista giuridica e filosofica che nella Dichiarazione d’Indipendanza dello Stato d’Israele il 14 maggio del 1948 è stato scritto:

“ Lo stato di Israele…sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele.”

Al Sud! Al Sud!

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Al Sud! Al Sud!

 

Negli ultimi quindici anni la gloabalizzazione delle idee, la ricerca storica, la consapevolezza identitaria e l’avventurosa mobilità di un certo tipo di mondo rabbinico ha spalancato, in Italia, la porte del mondo ebraico del Sud della penisola.

Un Sud che urla il proprio passato, a volte in maniera acerba, a volte in maniera conscia, a volte in altra maniera. Altra persino da se stesso.

Continuare a ripetere al mondo la storia degli anusim siciliani, calabresi, campani e pugliesi ha un senso solo se questa storia viene incanalata in un futuro, in un impegno ebraico reale ed internazionale, in un riconoscimento ebraico consapevole e duraturo, con profonde radici tra le bianche pietre di Trani, gli odori dei cedri di Calabria, i mandorli in fiore di Sicilia ma aprendo gli orizzonti identitari a Gerusalemme come a New York  e facendo in modo che ognuno degli anusim del Sud possa essere ebreo, intimamente e formalmente, in ogni sinagoga di ogni luogo del mondo.

Nel Sud Italia, in questi ultimi mesi o forse negli ultimi anni, abbiamo visto il nascere di paternità e maternità rabbiniche diverse: in molti si  sono offerti o scoperti primi fondatori, primi padri pellegrini dei percorsi di riscoperta delle radici degli anusim.

In molti hanno affermato di essere stati i primi, i primissimi, gli inimitabili archeologi delle identità ebraiche di Bari, Cosenza, Palermo, Catania, Piazza Armerina.

A tutti, proprio tutti, va la nostra gratitudine ma chi ha veramente a cuore le sorti del Sud non gioca al baseball di chi ha vinto la prima base o la prima sinagoga, bensì si impegna perché il signor Davide di Catania domani possa andare a Tel Aviv o Torino o Milano e dire semplicemente: “ Buongiorno sono ebreo” Senza dover passare atti formali di conversione, analisi di documenti poco chiari (dei quali lui non ha colpa, se non quella della fiducia estrema!) firme di probabili rabbanut valide per l’Oregon, il Missouri, il Montana ma nulla più. O forse nulla meno. Il Sud non può essere trattato come un West, non può trovarsi in guerra tra conquistadores, indiani, cow boy dell’halacha e lazzi del ghiur da un cavallo in corsa.

Questo non sarebbe rispettoso per l’Ebraismo italiano, l’Ucei, Shavei Israel e la Comunità di Napoli, ovvero le istituzioni che oggi si sono impegnate per una attenzione ed un sostegno reale al Sud Ebraico e non è  neancherispettoso per chi abita e vive il Sud ebraico. Non è rispettoso per chi vive seriamente lo Shabbat a Cosenza, a Reggio Calabria, a Palermo,  a Brindisi ed a Catania in situazioni di micro realtà ebraica e di macro sforzi che sono portatori di un tale e serio impegno da non meritare i lustrini di maghen david musicali ma sono richieste di impegni validi, istituzionali e dal vasto orizzonte.

Un vasto orizzonte che richiama anche il Sud alle proprie responsabilità, all’unione tra le componenti che lo caratterizzano, all’attenzione a non diventare solo folklore, alla maturità di una identità che da tradizione dovrà tornare ad essere popolo, nazione ebraica, non meno di quella che fu Livorno, non meno del serio ritorno degli ebrei delle Baleari, di Colombia, del Messico e della Polonia che sta riscoprendo se stessa.

Le antiche radici ebraiche del Sud sono una certezza per chi oggi è “baderech” in cammino verso casa, ma non sono una attrattiva turistica, né una fonte per matrimoni o per altre feste familiari per annoiati statunitensi. Fermo restando la grande bellezza del Sud ed il suo enorme potenziale turistico, non è certo questo che interessa chi è “baderech” e chi oggi studia  Torà per ricongiungere cinquecento anni di storia al futuro del popolo ebraico. A questo ricongiungimento dobbiamo educazione, seminari, incontri, formazione, studio, partecipazione. Alla serietà di queste radici antiche non possiamo e non vogliamo offrire violini, rose, cioccolato kasher e immagini romantiche dei passi di Doña Gracia Nasi.

Con questo articolo ho deciso di aprire questo blog in quanto responsabile di Shavei Israel in Italia, con un sguardo che come il conto dell’Omer di questi giorni ha ben impressi i passi verso il futuro ed è ben informato e ben consapevole del conteggio dei giorni che sono passati.

Buon cammino

Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

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