Parashà Vayetzè – I due sogni

Mio nonno, il rabbino Joseph Baumol, ha notato una volta che la Torah con chiarezza parla di due sogni di Giuseppe; un solo sogno di diventare governatore non era bastato. Perché? Che differenza c’è tra il sogno delle stelle e quello dei campi di grano? Mio nonno mi ha spiegato che si trattava di una esperienza tipica degli avi di Giuseppe.

Dio ha parlato ad Abramo sia nella dimensione spirituale che in quella pratica. Ha tramandato ad Abramo sia un messaggio di benedizione materiale, così come di profezia storica. Anche Isacco ha ottenuto una benedizione e la promessa di continuità del suo popolo, così come la promessa di ottenere enormi territori.

Ma cosa più importante, è Giacobbe ad avere fatto due sogni: la prima volta gli apparivano degli angeli, mentre la seconda ha sognato delle pecore. Il messaggio ottenuto da Giacobbe non potrebbe essere più chiaro: avere due missioni, due sfere nelle quali servire Dio e aiutare l’umanità, la sfera spirituale come quella materiale.

La vita di Giacobbe consisteva nel fare diventare realtà queste istruzioni divine. Cercava di portare a termine la sua missione di vivere nella Terra di Israele e creare un popolo, allo stesso tempo lodava il Signore e ricordava al mondo della natura spirituale della nostra esistenza.

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Antichi arnesi per la cucina: una testimonianza dal passato

Fino alla fine degli anni ’80 nei villaggi della Russia, come Vysoky, si usavano le stufe in muratura per la preparazione del cibo e il riscaldamento della casa. La stufa russa trattiene il calore per molto tempo, cosa che si abbina perfettamente alle leggi ebraiche e alla necessità di rispettare lo Shabbat. Questo ha aiutato molto gli ebrei Subbotnik della Russia.

Nella preparazione dei pasti di shabbat, delle feste ebraiche, della matzà di Pesach e per ogni necessità quotidiana, gli abitanti di Vysoki usavano degli arnesi fatti a mano da loro stessi, simili a quelli usati dai contadini russi per un migliaio di anni. Come parte della ricerca svolta dal Centro Maani di Shavei Israel siamo felici di presentarvi alcuni di questi arnesi. Oggi sono conservati presso il Museo di Storia degli Ebrei Subbotnik a Vysoki, così come in case private.

Vediamo matterelli vari, coltelli e altri arnesi per tagliare, pale per infornare e così via. Speciale attenzione va rivolta alla pestrilka, uno strumento usato per fare i buchi nella matzà, preparata per tutto il villaggio.

La benedizione sul pane “Hamotzì”

Seconda parte

Ogni qualvolta una persona desideri mangiare un pezzo di pane (anche molto piccolo) dovrà prima recitare la seguente benedizione:

“Baruch Attà H. Elokenu Melech haolam hamotzy lechem min haaretz”

Benedetto sii Tu o Signore, Dio nostro, Re del mondo che fai uscire il pane dalla terra. 

Nel momento in cui la si recita, si dovrebbe tenere il pane in mano in modo che tutte e dieci le dita lo tocchino. Esse, sono in corrispondenza delle dieci parole contenute nella benedizione[1].

Dopo aver recitato la benedizione si intinge il pane nel sale e il primo a mangiare sarà colui che ha benedetto, successivamente la moglie ed infine tutti i commensali. È una mitzvà avere del sale sulla tavola, poiché essa è paragonata all’altare sul quale venivano fatti i sacrifici nel tempo in cui c’era il Tempio. E poiché sull’altare mai doveva mancare il sale, così anche oggi, quando recitiamo la benedizione sul pane, facciamo in modo che il sale sia sempre presente. 

È preferibile recitare la benedizione su un pane intero o su una porzione abbondante. Pertanto non si taglia il pane prima di aver recitato la benedizione. 

L’Hamotzì e le misure

Altre due benedizioni, sono strettamente connesse alla benedizione del pane, ovvero:

  • Netillat Yadaim (prima di mangiare il pane)
  • Birchat haMazon (dopo aver terminato il pasto)

Per quanto riguarda queste due benedizioni si fa riferimento al quantitativo di pane che si desidera mangiare. Ovvero, se una persona desidera mangiare un quantitativo di pane inferiore a 56 gr[2].Kabeitzà (volume di un uovo), dovrà compiere l’azione del lavaggio delle mani, ma non dovrà recitare la benedizione. Se invece, mangerà un quantitativo inferiore di 28 gr. Kezayt (volume di una oliva), non dovrà recitare la birkat haMazon.

Netillat Yadaimmeno di 56 gr.Azione, senza berachàpiù di 56 gr.Azione con berachà
Birchat haMazonmeno di 28grNon recito la birchat hamazonpiù di 28gr.Recito la birchat hamazon

[1] Shulchan ‘Aruch 167

[2] Non si fa riferimento al peso del pezzo di pane, ma al volume.

Le benedizioni della tavola ebraica

Netilat Yadaim e Hamotzy (abluzione delle mani e la benedizione su pane)

Parte 1

Apriamo ora l’argomento inerente al lavaggio delle mani prima di mangiare il pane e alla benedizione sul pane. Ogni qualvolta una persona desideri mangiare il pane, deve necessariamente seguire questo iter:

Netilat Yadaim2 – Hamotzy3 – Birkat hamazon
Lavaggio delle maniBenedizione sul paneBenedizione finale. Al termine del pasto si ringrazia il Signore mediante questa benedizione. 

Andiamo ora ad analizzare ogni singolo passaggio.

  1. Netillat Yadaim

La netillat yadaim deve essere eseguita con un recipiente integro, senza fori e col margine superiore privo di intaccature. È necessario che il Kelì (recipiente) possa contenere almeno la quantità di 86 cc. di acqua. Prima di eseguire la netilat Yadaim, è fondamentale che le mani siano già pulite e che non vi sia nessun oggetto che possa fare separazione tra l’acqua e le mani, ad esempio anelli.

 In seguito, riempio il kelì e inizio a versare l’acqua su tutta la mano, partendo dal polso. È bene iniziare versando l’acqua sulla mano destra prima di versarla sulla sinistra.

Su ogni mano dovrò versare almeno 86 cc. (1 reviit) di acqua in una sola volta. Pertanto dovrò versare per due volte su ciascuna mano un reviit d’acqua.

Dopo aver completato l’abluzione,prima di asciugarsi le mani, si recita la seguente benedizione:

“ Baruch Attò Hashem Elokenu Melech ha’Olam Asher kiddeshanu Bemizvotav vetzivanu al Netillat Yadaim”

  • Benedetto sii Tu o Signore, Dio nostro, Re del mondo, che ci ha santificato con i suoi precetti e ci hai comandato di lavare le mani.

Dopo aver recitato la benedizione si asciughino le mani, e ci si affretti a recitare la benedizione sul pane. Da quando si inizia la netillat Yadaim fino a quando non si è mangiato il pane non si deve parlare o occuparsi di altro.

Morà Chana Grazia Gualano

Fonte: Kizzur Shulchan ‘Aruch, benedizioni

La preparazione della challà a Cali, in Colombia

La scorsa settimana, ragazze e donne, della comunità Bnei Anusim di Cali, in Colombia, si sono preparate per shabbat organizzando una speciale cottura della challà, con Shavei Israel.

Sotto la supervisione e guida di Rav Shimon Yehoshua, emissario di Shavei Israel nella regione, hanno colto l’occasione per approfondire le proprie conoscenze. Hanno imparato del significato spirituale di ogni ingrediente, ed eseguito il comandamento della hafrashat challah (distaccamento di una porzione prima di cuocere), pregando per sé stesse e per i propri cari.

Maguen Abraham, la nostra comunità di Cali, è solo una delle 12 comunità ebraiche in Colombia, appartenenti all’ACIC – Asociación de Comunidades Israelitas de Colombia. Oggi, la nostra comunità, conta circa un centinaio di membri e possiede tre rotoli di Torah.

“La comunità è la nostra famiglia” – una storia personale

Quindici famiglie ebraiche a Città del Guatemala, senza sapere più a chi rivolgersi, si sono unite per creare il centro comunitario Shaar Hashamaim Bnei Anousim. Tra i fondatori ci sono Gerardo Flores assieme alla moglie, Aury de Flores. Ma qui non si parla solo di nomi e numeri.

La coppia, sposata da 22 anni, è attiva nella comunità ebraica già da tempo. Gerardo è laureato in ingegneria elettronica ed è un dirigente in una importante azienda dell’America Latina nel campo delle telecomunicazioni.

Aury ha studiato relazioni internazionali, ma ha deciso di dedicarsi alla famiglia e alla crescita dei loro tre figli, che oggi hanno già 20, 19 e 8 anni.

“Shaar Hashamaim è la nostra famiglia”, ha dichiarato Aury. “Qui possiamo incontrare persone che condividono il nostro profondo desiderio di vivere appieno una vita ebraica, attraverso il rispetto delle mitzvot.”

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