Parashà Vayakhel Pekudei – Una unione mistica con Dio

“E i capi dei popolo portarono pietre d’onice e pietre da incastonare per l’efod e per il pettorale,
aromi e olio per il candelabro, per l’olio dell’unzione e per il profumo fragrante, il ketoret hasamim” (Esodo 35, 27-28).
E’ sempre stato difficile comprendere fino in fondo l’offerta dell’incenso che bruciava nel Mishkan ed in seguito nel Mikdash, nel Tempio di Gerusalemme.
Il ketoret bruciava quotidianamente ed una volta l’anno bruciava all’interno del Kodesh haKodashim, il luogo più sacro del Tempio.
Si trattava di un rituale che esprimeva un’intima connessione con l’Eterno, una devekuth, una unione mistica con Dio stesso.
Dobbiamo notare che la parola ebraica katar, che vuol dire bruciare, in aramaico ha il senso di “attaccarsi, legarsi”.
Il senso di questo legame richiama un’unione con Dio che va al di là di un rito come il sacrificio o l’offerta sull’altare.
Affermano, infatti i nostri saggi: “ Tutte le offerte venivano portate a causa dei peccati o degli obblighi, ma il ketoret era offerto solo per gioia.” (Tanchuma Tetzaveh, 15)
Il ketoret era un’insieme di profumi e fragranze, il suo fumo profumato che saliva verso l’alto simboleggiava una perfetta connessione tra cielo e terra, tra spirito e materia.

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Parashà Vaishlach – Guardare in profondità

Genesi 33, 1: “Giacobbe alzò gli occhi, guardò e vide arrivare Esaú, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora divise i figli fra Lea, Rachele e le due serve. In testa mise le serve e i loro figli, poi Lea e i suoi figli, e da ultimo Rachele e Giuseppe. Egli stesso passò davanti a loro e s’inchinò fino a terra sette volte, finché giunse vicino a suo fratello.”

E’ davvero difficile digerire il fatto che il nostro padre Yaakov si sia inchinato per sette volte di fronte a suo fratello Esaù.

E’ davvero difficile provare a comprendere come egli abbia potuto chiamarlo: “ Signor mio” e come egli stesso si sia definito: “ Suo servo.”

Lo Zohar (I 171B) offre una visione completamente diversa degli eventi, come è tipico per i testi mistici.

Si chiede lo Zohar: “ Come è possibile che Yaakov, il più completo dei nostri padri si sia così tanto prostrato di fronte Esaù che invece rappresenta l’idolatria ed il potere del male?”

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Parashà Ki Tavo – La gioia nel servire Dio

“…E perché non avrai servito all’Eterno, al tuo Dio, con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza d’ogni cosa, servirai ai tuoi nemici che l’Eterno manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza d’ogni cosa; ed essi ti metteranno un giogo di ferro sul collo, finché t’abbiano distrutto. “ ( Deuteronomio 28, 47-48)

Come è difficile la comprensione e l’accettazione di questo versetto.

Cosa significa che il popolo ebraico sarà punito per non aver servito Dio con gioia e con cuore buono? In cosa consiste la colpa di non avvertire la gioia e di non utilizzare un cuore buono?

Insegna Rav Dessler, il Michtav MeEliahu, che noi siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio ( Genesi 1,27) e questa straordinaria esperienza di creazione ha impresso in noi, creature umane, la potenzialità per vivere una vera e profonda gioia che richiama la gioia del Creatore, di Dio che avendoci creato ha espresso la più pura forma di amore, di chessed in ebraico.

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Parashà Devarim – L’insegnamento ebraico

Il libro del Deuteronomio, Devarim, è l’ultimo libro del Pentateuco, quello che più di ogni altro esprime la necessità della partecipazione e della responsabilità umana per attuare pienamente il progetto divino nel mondo.

Rav Shimshon Refael Hirsch spiega che Devarim è il libro che avrebbe accompagnato Israele nella sua nuova vita dal deserto alla costruzione di una società ebraica in Eretz Israel. È il libro degli insegnamenti morali, della legge, della presenza divina che smette di essere sovrannaturale come durante il cammino nel deserto e diventa quotidianità o per meglio dire diventa obbligo di costruzione di una quotidianità che si richiami costantemente al Divino.

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