Parashà Itrò – I Dieci Comandamenti

“ Con dieci comandi fu creato il mondo” Pirkè Avot 5, 1.

Dieci espressioni sono alla base della Creazione e questo ebraicamente non è un caso, sebbene il calcolo compiuto dal Pirkè Avot parta dalle nove volte nelle quali compare l’espressione “Vayomer” nel testo che racconto la creazione nella Genesi, compreso il primo versetto della Genesi stessa.

Eppure Dieci espressioni sono anche i comandamenti che incontriamo per la prima volta sul Sinai e che sono parte centrale della parashà di questa settimana.

Insegna rav J. B. Soloveitchik che la parola gioca un ruolo unico all’interno della Torà e della nostra tradizione.

Dio ha creato ogni cosa, dagli abissi ai cieli, dalle montagne ai deserti solo attraverso la parola. Dio si è rivelato al mondo attraverso la parola e Dio si è diretto all’uomo attraverso la parola ed è sempre attraverso la parola che ha impegnato il popolo ebraico con la missione di essere “un regno di sacerdoti, una nazione santa” (Esodo 19,6). Continue reading “Parashà Itrò – I Dieci Comandamenti”

Il monoteismo etico – Parashat Mishpatim

di Rav Pinhas Punturello

 

“ E queste sono le leggi che tu porrai davanti a loro…”Esodo 21,1.

La grande ed epica esperienza della rivelazione sul Sinai attraverso la promulgazione dei Dieci Comandamenti costituisce, paradossalmente, un pericolo per il popolo ebraico e per l’uomo di fede in genere.

Il pericolo risiede nel fatto che quel momento elevato può essere interpretato come onnicomprensivo di tutti gli obblighi religiosi e morali, in poche parole l’uomo di fede potrebbe pensare che nei Dieci Comandamenti ci sia tutto quello che serva per seguire un percorso religiosamente e moralmente valido.

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La parashà di Mishpatim nega totalmente questa ipotesi e questo approccio e proponendoci i dettagli di un comportamento morale e pratico afferma con forza che per essere un uomo con una morale non basta osservare i Dieci Comandamenti, né tantomeno questa può essere la totalità degli obblighi religiosi dell’uomo ebreo. La Vav che collega le due parashot, quella congiunzione grammaticale, è un segno di unione tra un giusto livello spirituale ed un corretto comportamento morale. Un comportamento che ha bisogno di rivolgersi ad un uomo libero e non schiavo. Se il popolo di Israele avesse ricevuto la Torà prima dell’uscita dall’Egitto, questo avrebbe rovinato il progetto divino, per il quale lo scopo della Torà coincide con quello della libertà. Lo scopo della libertà è, infatti, quello di aiutare l’uomo a raggiungere un livello di moralità in maniera autonoma. La Torà non è altro che una ricetta dell’Eterno, attraverso la quale, l’uomo raggiunge il proprio obbiettivo, diventando in questo modo degno della sua immagine e somiglianza di Dio.

La parashat di Mishpatim ci pone di fronte ad una serie di leggi collegate con la vita: tra l’uomo ed il suo prossimo, tra l’uomo e la società, tra l’uomo e Dio, cose che unite insieme sono la base della religione ebraica.

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I Dieci Comandamenti. Pensare per Shavuot.

Il brano dei dieci comandamenti è stato dato sul Monte Sinai attraverso una rivelazione collettiva per tutto il popolo di Israele. Il resto della Torà è stata data, invece,  per mezzo di Moshe. Questo brano, in definitiva, è stato scelto come simbolo del patto tra Kadosh Baruch Hu ed il popolo di Israele e  la cosa è sorprendente perché ci saremmo aspettati che il popolo ebraico d ricevesse la propria presentazione davanti a Kadosh Baruch Hu. Il punto focale dei Comandamenti che troviamo nella tradizione ebraica va cercato nella relazione l’uomo ed il suo prossimo ed è questo il legame supremo tra religione e morale. Non esiste nessun senso per una religione senza morale. Il servizio per Hashem senza morale è una mera profanazione del nome di Hashem. La parola morale può essere divisa in due aspetti: morale, attraverso la stessa idea di Kadosh Baruch Hu, un Dio giusto,  Dio del diritto, della pietà e morale come opposto alla legge naturale. La presenza di Kadosh Baruch Hu nella nostra vita proviene “dal cielo”. Le nostre vite hanno una prospettiva, una tensione divina. Nella natura riusciamo a controllare la giungla, ma quando Kadosh Baruch Hu si manifesta la legge della giungla, della savana assume una nuova prospettiva nelle parole dei profeti che annunciano che il “lupo che dormirà con l’agnello”. La redenzione, le voci della coscienza derivano dalla consapevolezza e dalla vicinanza dell’uomo a Dio. La Torà non è stata data in terra di Israele, ma nel deserto, per meglio sottolineare l’universalità che essa possiede: i Dieci Comandamenti sono una eredità per  tutta l’umanità. L’ebreo deve essere grato di tre cose: la creazione ovvero il dito naturale di Dio in ogni cosa ( Shabbat, creazione del mondo),  rivelazione: l’uomo non è solo, lui è di fronte a Dio. C’è il bene e c’è il male e l’uscita dall’Egitto: la libertà che previene che si diventi schiavi dell’arretratezza. Redenzione: il futuro, la speranza di estirpare il male. I Dieci comandamenti non hanno finito il loro compito al momento della Rivelazione e della loro accettazione da parte dell’umanità. Saranno rilevanti nel futuro. Loro eviteranno il deterioramento dell’uomo. Nei Dieci Comandamenti esiste la lotta all’idolatria, l’onore per i genitori, la protezione della famiglia, i diritti dell’altro. Esiste l’obbligo a non danneggiare il legame tra la coppia e quello intergenerazionale. Il discorso iniziale si relazione con ogni possibile discorso umano. Io Sono l’Eterno. Io Sono per l’Eterno. Il richiamo morale di Dio esiste in Eterno.  Siamo usciti dalla schiavitù per comprendere il senso della libertà umana legata al regno dei Cieli. Prendiamo per esempio il comandamento di Non rubare. Perché questo divieto compare nei Dieci Comandamenti, dato che esso è accettato anche da tutti coloro che si preoccupano dei valori umani pur essendo atei? Perché Kadosh Baruch Hu è disceso sul Monte Sinai, si è manifestato a noi con lampi e fulmini e ci ha fatto ascoltare un richiamo che è accettato anche dai popoli che non hanno legame con la Torà? Qual è il legame tra il divieto di non rubare e la fede in Hashem? Abbiamo imparato che il divieto di rubare non solo umano ma è anche un comandamento religioso. I valori umani hanno posto in una esperienza limitata. Essi non possono esistere rispetto alla creatività. La morale umana ha punti deboli. Non rubare, tutti ne siamo a conoscenza e tutti ne facciamo esperienza: rubare il tempo, rubare per il proprio vantaggio, rubare la coscienza, il rapimento, l’ingresso in Internet, la copia dei film. Per la morale umana esiste una caratteristica utilitaristica, ed a sua volta l’interesse utilitaristico ha la meglio sulla morale e questo è un pericolo. Un pericolo molto forte. Io corro, io vado in giro, io ho pressioni economiche, io pago le tasse. Il messaggio generale delle mitzvot tra l’uomo ed il suo prossimo nella rivelazione sul Sinai unisce l’etica umana con quella divina. L’offesa ad un uomo è l’offesa a Kadosh Baruch Hu. L’uomo nella rivelazione sul Sinai non è costretto ad essere servo di Dio, l’uomo diventa un membro del patto. Colui che offende l’uomo, offende Dio. La grande rivoluzione sul monte Sinai è che il non rubare non è solo un argomento di criminologia. Diventa un tassello nella relazione tra morale e società, tra azione dell’uomo e tensione verso la Santità, l’Etica di Dio e la cultura dell’Uomo.  Tutte le domande culturali sono di fatto domande religiose e non sono meno importanti dei vermi nell’insalata, della carne kasher, del chametz di Pesach.

Non avrai altro Dio all’infuori di me. Ogni cosa che noi accettiamo su noi stessi, la rabbia la gelosia, essi sono elementi del campo degli “altri dei”. Siamo in piena idolatria.  I nostri maestri dicono che il non rubare parla del rubare  anche la personalità. I titoli. La fiducia. Il senso halachico di chi a te si affida.  Che tu sia sempre te stesso. Se aggiungiamo ad ogni discorso la parola “per te”, avremmo un significato molto interessante: non rubare a te stesso, o per te stesso. Esiste un famoso racconto di Rabbi Zusia, uno dei saggi, che disse che quando sarebbe arrivato  in Alto non gli avrebbero chiesto perché non sei stato Moshe Rabbenu, ma gli  avrebbero chiesto perché non sei stato Zusia.  La maggior parte degli uomini evita con tutte le proprie forze una offesa fisica al corpo degli altri ma si astengono meno rispetto alla sua proprietà. L’ultimo capitolo del trattato del Talmud di Bava Kama ci ricorda che la differenza tra l’assassinio e il furto non è così grande. Disse Rabbi Yochanan “ ognuno che ruba al proprio prossimo il valore di un perutà è come se gli togliesse l’anima.”

Noi siamo definiti solo in nome di ciò che abbiamo dentro, ma anche rispetto a ciò che abbiamo in senso di status, proprietà. Rovinare la proprietà significa anche rovinare la persona.

Non rubare, in prospettiva teologica assume ulteriori significati: colui che svergogna il proprio compagno in pubblico è come se versasse il suo sangue.

Non avrai altri dei all’infuori di me: una persona che sia arrogante e creda che le sue capacità, la sua creatività, derivino da lui stesso commette idolatria. Rav Kuk dice nel suo libro Orot HaKodesh: la morale quotidiana non è profonda anche se un uomo la segue in bene, se conosce la logica che esiste nella cosa, non sconfigge la sua creatività. Io credo che i Dieci Comandamenti vogliano insegnarci che la morale è un obbligo religioso. La morale religiosa comprende anche la responsabilità di noi stessi verso gli altri, la società, la comunità ed il popolo e chi la rovina,  offende anche Kadosh Baruch Hu.