Chanukkà a San Nicandro in Puglia

di Ciro Moses D’Avino

Domenica 6 dicembre a San Nicandro Garganico è stata accesa pubblicamente, tra l’entusiasmo dei presenti, la prima luce della festa di Channukkah. Per l’evento sono giunti da Napoli alcuni membri della sede centrale della Comunità per condividere con i Sannicandresi un momento di vita ebraica: tra questi il Presidente Lydia Shapirer, i Consiglieri Gabriella Abbate e Ciro Moses D’Avino. Era anche presente un folto gruppo giunto da Milano dell’associazione Progetto Kesher, guidato da Rav Roberto Della Rocca e dal Consigliere della Comunità di Napoli Mimmo Pagliara. L’organizzatrice del gruppo Paola Boccia ha programmato come viaggio di quest’anno la visita alla Puglia ebraica, e una delle tappe della prima giornata è stata San Nicandro.

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Alla funzione nella piccola sinagoga traboccante di persone è seguita l’accensione della Channukkiah davanti ai locali comunitari. L’atmosfera già carica di gioia ha raggiunto il suo apice quando, dopo i canti tradizionali, le donne sannicandresi hanno offerto un ricco rinfresco a tutti i presenti con dolci della tradizione ebraica e pugliese.

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Grazia Gualano, guida della piccola comunità, nel suo intervento si è soffermata sulla necessità per questo piccolo gruppo di ebrei meridionali di non sentirsi abbandonati a loro stessi ed ha auspicato che simili momenti di incontro possano verificarsi periodicamente.

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Channukà, la cultura ebraica ed i sette re di Roma.

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Con l’ingresso, politico e sociale, del potere dei Greco-ellenista dei Tolomei in Eretz Israel, i nostri padri si incontrarono con un problema identitario fino ad allora sconosciuto: il pericolo della schiavitù culturale,  dell’assimiliazione e della scomparsa dell’identità ebraica all’interno della cultura ellenista. Nella storia ebraica l’incontro- scontro con altri popoli ed altre culture aveva già prodotto drammi identitari e pericoli di sopravvivenza a causa dell’attrazione ebraica verso pratiche idolatre, ma questi incontri-scontri avevano separato il popolo ebraico in idolatri e non idolatri senza minare l’essenza della fede o della cultura ebraica. In pratica il pericolo assimilatorio vissuto fino all’incontro tra ebrei ed ellenisti aveva creato una classe di ebrei che proprio perché idolatri decidevano di abbandonare il proprio popolo senza metterne in discussione i principi e le caratteristiche peculiari. La nuova classe ebraica, dopo l’incontro con la cultura greca , comincia di fatto a sviluppare una concezione identitaria che partendo da un sincretismo culturale ebraico-ellenista, che è stato anche positivo per il nostro popolo, arriva poi ad essere una vera e propria sottomissione culturale rispetto al mondo greco. Un atteggiamento di schiavitù culturale ed identitaria che dai tempi degli ebrei ellenisti in poi, attraversando epoche diverse, luoghi diversi ed ebrei diversi, ha caratterizzato tutte quelle generazioni ebraiche che hanno provato, sperimentato e disperatamente creduto di diventare altro da sé ispirandosi a slogan quali: “essere ebrei in casa e greci, tedeschi, italiani, babilonesi o altro fuori casa…”. Assimilarsi, in definitiva,  significa prima di ogni cosa spegnere la luce della propria cultura  e vivere con essa e per essa una perenne frustrazione rispetto alla cultura di maggioranza, ritenuta inevitabilmente superiore. Perché nel gioco dell’assimilazione c’è sempre un ebreo che non sa (o non vuole?)   vivere una osmosi culturale tra sé ed il mondo esterno e si dona ( o si vende?) nella e per la cultura altrui. La perdita o la svendita culturale è la vera ed unica fonte della assimilazione. Scrive  lo storico Attilio Milano, commentando i primi passi della collettività ebraica italiana nella società non ebraica: “[…] L’attrazione verso la cultura e la storia italiane, che ormai erano molto più facilmente assimilabili  che non le corrispondenti ebraiche e, non ultima l’ambizione per un successo personale mai provato, sgretolarono nel giro di poco tempo quella che era stata la massa compatta dell’ebraismo italiano. Ne vennero fuori tanti ebrei isolati, con una passione piuttosto tiepida verso i propri antichi valori ideali.[…]” Perdere la propria cultura significa perdere i propri valori, significa perdersi e  significa far perdere un futuro al proprio popolo. Dai tempi dei giorni di Channukà ad oggi il nostro  problema identitario passa per la nostra ignoranza ebraica, per quanto ignoriamo la nostra storia, la nostra cultura, il nostro mondo. Una non conoscenza che abbraccia e colpisce molti più ebrei di quanto si possa immaginare, anche molti ebrei tradizionalisti, che pur festeggiando Channukà ed accendendo i lumi sera dopo sera, sarebbero in serio imbarazzo se chiedessimo loro di dire almeno tre nomi di maestri del Talmud, mentre saprebbero enunciare senza problemi tutti e sette i nomi dei re di Roma.
Di contro una semplice riconquista culturale della storia e della letteratura ebraica porta con sé il rischio di una sola erudizione ebraica , di un accumulo di dati che non toccano le corde della nostra identità. Una erudizione pericolosa come ben precisa rav Shimshon Refael Hirsch, il grande padre della moderna ortodossia, rabbino tedesco del XIX secolo: “ Mosè ed Esiodo, Davide e Saffo, Debora e Tirteo, Isaia ed Omero, Delfi e Gerusalemme, il tripode pitico e il santuario cherubino, profeti ed oracoli, salmi ed elegia- per noi giacciono tutti pacificamente in una sola scatola, riposano pacificamente in un’unica tomba, hanno tutti un’unica e medesima origine umana, un unico e medesimo significato: umano, transitorio, e apparentemente al passato. Tutte le nubi si sono dissolte. Le lacrime e i sospiri dei nostri padri non riempiono più i nostri cuori, ma le nostre biblioteche. I cuori caldamente pulsanti dei nostri padri sono diventati la nostra letteratura nazionale.[…]”. Se davvero vogliamo dare un senso alle accensioni delle nostre channukkiot, dobbiamo recuperare il senso della nostra cultura e dei sospiri antichi dei nostri padri, portarli nel nostro mondo, dove cultura ebraica e cultura non ebraica abbiano la stessa importanza e dove la prima sia ciò che noi siamo e la seconda ciò che noi sappiamo.