Il diritto al ritorno (parte 2)

Continuiamo l’intervista al presidente di Shavei Israel, Michael Freund…

Il processo dopo la morte

Dopo l’espulsione dalla Spagna, molto ebrei trovarono rifugio nel vicino Portogallo, fino a che nel 1497 il re del Portogallo, Manuel I, non chiese ad Isabella, figlia del re cattolico della Spagna, di sposarlo. La corte spagnola pose come condizione al matrimonio la deportazione di tutti gli ebrei dal Portogallo. Poiché questo sarebbe stato un grande danno economico per il paese, visto che gli ebrei erano il 20% della popolazione, il re portoghese scelse un’altra direzione. Invece di deportarli, li costrinse alla conversione nei modi più crudeli, senza permettere loro di lasciare il Portogallo. Uno degli esempi: trascinare le persone per i capelli per farli battezzare forzatamente.

La storia continuava a girare, la Spagna e il Portogallo divennero potenze economiche, e così anche gli Anusim arrivarono in tutte le colonie sotto la loro protezione. Speravano così di essere il più lontano possibile dalle grinfie dell’Inquisizione, che continuava a perseguitare gli ebrei che professavano la loro religione in segreto.

Il regime, simile a quello nazista, teneva degli archivi molto precisi. Venivano fatte perquisizioni corporali molto scrupolose. Se si trattava di pettegolezzi riguardo a persone decedute, si andava al cimitero e si portavano le ossa riesumate fino al tribunale; lì una sentenza di morte veniva eseguita.

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Al Sud! Al Sud!

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Al Sud! Al Sud!

 

Negli ultimi quindici anni la gloabalizzazione delle idee, la ricerca storica, la consapevolezza identitaria e l’avventurosa mobilità di un certo tipo di mondo rabbinico ha spalancato, in Italia, la porte del mondo ebraico del Sud della penisola.

Un Sud che urla il proprio passato, a volte in maniera acerba, a volte in maniera conscia, a volte in altra maniera. Altra persino da se stesso.

Continuare a ripetere al mondo la storia degli anusim siciliani, calabresi, campani e pugliesi ha un senso solo se questa storia viene incanalata in un futuro, in un impegno ebraico reale ed internazionale, in un riconoscimento ebraico consapevole e duraturo, con profonde radici tra le bianche pietre di Trani, gli odori dei cedri di Calabria, i mandorli in fiore di Sicilia ma aprendo gli orizzonti identitari a Gerusalemme come a New York  e facendo in modo che ognuno degli anusim del Sud possa essere ebreo, intimamente e formalmente, in ogni sinagoga di ogni luogo del mondo.

Nel Sud Italia, in questi ultimi mesi o forse negli ultimi anni, abbiamo visto il nascere di paternità e maternità rabbiniche diverse: in molti si  sono offerti o scoperti primi fondatori, primi padri pellegrini dei percorsi di riscoperta delle radici degli anusim.

In molti hanno affermato di essere stati i primi, i primissimi, gli inimitabili archeologi delle identità ebraiche di Bari, Cosenza, Palermo, Catania, Piazza Armerina.

A tutti, proprio tutti, va la nostra gratitudine ma chi ha veramente a cuore le sorti del Sud non gioca al baseball di chi ha vinto la prima base o la prima sinagoga, bensì si impegna perché il signor Davide di Catania domani possa andare a Tel Aviv o Torino o Milano e dire semplicemente: “ Buongiorno sono ebreo” Senza dover passare atti formali di conversione, analisi di documenti poco chiari (dei quali lui non ha colpa, se non quella della fiducia estrema!) firme di probabili rabbanut valide per l’Oregon, il Missouri, il Montana ma nulla più. O forse nulla meno. Il Sud non può essere trattato come un West, non può trovarsi in guerra tra conquistadores, indiani, cow boy dell’halacha e lazzi del ghiur da un cavallo in corsa.

Questo non sarebbe rispettoso per l’Ebraismo italiano, l’Ucei, Shavei Israel e la Comunità di Napoli, ovvero le istituzioni che oggi si sono impegnate per una attenzione ed un sostegno reale al Sud Ebraico e non è  neancherispettoso per chi abita e vive il Sud ebraico. Non è rispettoso per chi vive seriamente lo Shabbat a Cosenza, a Reggio Calabria, a Palermo,  a Brindisi ed a Catania in situazioni di micro realtà ebraica e di macro sforzi che sono portatori di un tale e serio impegno da non meritare i lustrini di maghen david musicali ma sono richieste di impegni validi, istituzionali e dal vasto orizzonte.

Un vasto orizzonte che richiama anche il Sud alle proprie responsabilità, all’unione tra le componenti che lo caratterizzano, all’attenzione a non diventare solo folklore, alla maturità di una identità che da tradizione dovrà tornare ad essere popolo, nazione ebraica, non meno di quella che fu Livorno, non meno del serio ritorno degli ebrei delle Baleari, di Colombia, del Messico e della Polonia che sta riscoprendo se stessa.

Le antiche radici ebraiche del Sud sono una certezza per chi oggi è “baderech” in cammino verso casa, ma non sono una attrattiva turistica, né una fonte per matrimoni o per altre feste familiari per annoiati statunitensi. Fermo restando la grande bellezza del Sud ed il suo enorme potenziale turistico, non è certo questo che interessa chi è “baderech” e chi oggi studia  Torà per ricongiungere cinquecento anni di storia al futuro del popolo ebraico. A questo ricongiungimento dobbiamo educazione, seminari, incontri, formazione, studio, partecipazione. Alla serietà di queste radici antiche non possiamo e non vogliamo offrire violini, rose, cioccolato kasher e immagini romantiche dei passi di Doña Gracia Nasi.

Con questo articolo ho deciso di aprire questo blog in quanto responsabile di Shavei Israel in Italia, con un sguardo che come il conto dell’Omer di questi giorni ha ben impressi i passi verso il futuro ed è ben informato e ben consapevole del conteggio dei giorni che sono passati.

Buon cammino

Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

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