Parashà Balak – Amore e timore

Ci lascia sempre molto pensierosi la parasha di Balak. Abbiamo questo re che è terrorizzato dalla potenza di Israele ma allo stesso tempo coglie l’idea che per sconfiggere questa potenza c’è bisogno di un attacco diverso da quello militare.

Ecco che entra in scena Bilaam, il mago, il potere “altro”, l’idea di poter giocare con energie e magia, con benedizioni e maledizioni. Bilaam che a suo modo è un uomo di fede. Una fede particolare, oscura, negativa ma pur sempre fede. Una fede che è paura di Dio, non timore e non amore per Lui. Bilaam è il prototipo, è l’esempio di una fede non ebraica. Rispetta Dio perché ne accetta l’Onnipotenza, non perché ne custodisce l’amore per il mondo e per il genere umano. Vero è che il timore è parte della relazione di fede tra uomo-ebreo e Dio, ma si tratta di un timore che è custodia di rispetto e consapevolezza del nostro limite, non terrore di creatura schiacciata dal potere infiniti di Dio. Ed è per questo motivo che timore ed amore per l’Ebraismo si possono fondere come recitiamo prima dello Shemá, mentre terrore ed amore difficilmente si incontrano. Anche questa è la distanza tra Bilaam e noi.

Una distanza che da Bilaam in poi troveremo ripetuta più volte nella storia della relazione tra uomo e Dio, una relazione che ebraicamente si esprime in modo totalmente diverso, da allora sino ad oggi.

Il gusto piccante della vita: una storia d’amore che poteva accadere solo in Israele

Vivendo in Florida Yitzhak Eicoff mangiava molta cucina messicana -decisamente piccante – ma mai avrebbe immaginato di assaggiare un giorno il peperoncino “king pepper”, il più potente del mondo. Cresce in India, nello stato del Manipur e Yitzhak l’avrebbe assaggiato quasi ogni giorno, visto che ha sposato nel 2016 Hadassa Tungdim, una Bnei Menashe immigrata in Israele grazie all’aiuto di Shavei Israel.

“La prima volta che ho assaggiato la cucina di Hadassa, per poco non perdevo tutti i capelli, ma adesso, volendomi bene, Hadassa cucina meno piccante per me”, ci racconta Yitzhak.

Yitzhak non sapeva niente della comunità Bnei Menashe fino a quando non è immigrato in Israele nel 2011.

“Non avrei mai immaginato di trovare la mia anima gemella in Manipur, e Hadassa mai avrebbe immaginato di incontrare uno di New York in Israele”, ci racconta. “Ci siamo conosciuti a metà strada, nella Terra di Dio.”

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Parashat Chaié Sarah – Il Dor Emscheh dell’ebraismo

La Torà, nei suoi infiniti approcci e letture, fa in modo che il nostro orizzonte non sia limitato da un solo personaggio o da una sequenza di situazioni stereotipate, ma ci fa continuamente incontrare personalità differenti al fine di poter spiegare ogni situazione ed ogni processo della nuova realtà della cosmogonia ebraica.

In questo modo da Abramo e Sara passiamo ad Itzhak e Rivka, una nuova coppia archetipica della vita ebraica. In questa parashà viene delineato quello che, secondo la concezione ebraica, è il percorso naturale della vita umana: la morte e l’unione coniugale che sono intimamente connessi in un unico processo vitale. Sara muore e suo figlio si unisce in matrimonio. Abramo cerca un luogo appartato per seppellire la sua sposa. Da questo momento in poi, l’idea di uno spazio separato e sacro per il riposo eterno, sarà una costante della cultura di Israele.

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Parashà Ki Tezè – Il rispetto della dignità femminile

“ Se vedi tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e ti piace tanto da volerla prendere per tua moglie, la condurrai a casa tua, ed ella si raderà il capo e si taglierà le unghie, si leverà la veste di prigioniera, abiterà in casa tua e farà cordoglio per suo padre e sua madre un mese intero; poi entrerai da lei, e sarai suo marito e lei tua moglie.” (Deuteronomio 21, 11-13)

La Torà, nella parashà di Ki Tezè, apre alla terribile ipotesi che un soldato possa invaghirsi di una prigioniera di guerra.

Conoscendo profondamente l’animo e gli istinti umani la Torà non nega la natura dell’uomo, non fugge nemmeno di fronte ai suoi più bassi istinti, ma proprio perché non li nega entra prepotentemente nell’orizzonte umano per portare quegli istinti ad un livello diverso, verso una reale sacralità.

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Una bellissima e originale storia d’amore nata a Belmonte

Un’aristocratica romana pose una volta a Rav Yosi Ben Halafta, uno dei principali saggi della Mishna, una domanda provocatoria.

“In quanti giorni ha creato Dio il mondo?”, chiese.

“In sei”, rispose il Rav.

 

“E di cosa si è occupato Dio da allora?”, incalzò.

“Di formare le coppie per farle sposare”, fu la risposta.

 

“Giusto questo?”, disse con ironia. “Persino io riesco a farlo. Creerò centinaia di coppie in brevissimo tempo”.

E la storia continua nel Bereshit Rabba (68:4), quella notte la matrona romana fece unire un migliaio dei suoi schiavi con migliaia di schiave. Ma al mattino, uno schiavo aveva la testa mozzata, un altro aveva perso un occhio, mentre un terzo zoppicava a causa di una gamba rotta”.

Rav Yosi aveva predetto esattamente questa cosa. “Può sembrare facile ai tuoi occhi” disse all’aristocratica romana, “ma per il Signore è difficile come far aprire il Mar Rosso”.

Dio deve avere osservato l’ultimo Shabbaton che si è tenuto a Belmonte, in Portogallo, visto che alla fine una coppia inusuale si era formata.

A metà maggio, l’emissario di Shavei Israel in Portogallo, Rav Elisha Salas, aveva ospitato 120 Ebrei Hassidici da New York, nell’albergo della cittadina appena inaugurato casher (ne avevamo scritto qui). Rav Isroel Nachum di Safed aveva organizzato questa gita, che Rav Salas aveva definito come “una straordinaria e unica esperienza in Portogallo”.

Ed è proprio così che si devono sentire Chunie Reinhold e Ruth Rodrigo.

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Confessione, rimozione e il nostro prossimo.

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                                                                                                                                                                                                            ב”ה

Confessione e rimozione.

 

Nel percorso di תשובה (teshuvà), di ritorno a D.o, di autoanalisi e di correzione dei nostri comportamenti in procinto di Yom Kippur e per tutto il futuro che ci aspetta la confessione dei propri errori, il וידוי (viddui), occupa un posto necessario  di fondamentale consapevolezza. La cultura occidentale vede nella confessione il momento catartico durante il quale, attraverso il racconto del proprio comportamento sbagliato, possiamo  ritornare allo stato di limpidezza precedente i nostri errori. Per l’ebraismo il viddui tocca corde più profonde dell’animo umano e soprattutto non lascia spazio agli innumerevoli tentativi di fuga che ogni giorno, ciascuno di noi mette in atto per fuggire la responsabilità rispetto ad azioni che non erano da commettere o semplicemente anche rispetto al senso di colpa che questi stessi atti fanno nascere. Eppure il senso di colpa è la prima porta di teshuvà, è il primo segnale di una moralità non sopita, di una purezza non persa del tutto. La persona che non ha sensi di colpa è destinata ad essere arrogante,  è destinata ad essere giudice altrui e mai giudice proprio, condannandosi di fatto ad una eterna giustizia privata che ha poco a che fare con la giustizia reale e condivisa. Dal senso di colpa, dalla sensazione anche lontana di aver commesso un errore non dovremmo fuggire, anzi dovremmo ascoltarla e farci condurre così al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.  Saper contare i propri giorni, parafrasando il salmo 90, significa saperli vivere senza sprecarli, senza annullare la carica morale che il tempo e l’esperienza portano con loro. Saper contare i giorni passati significa avere coscienza anche dei momenti sprecati, che in virtù della rinnovata coscienza non sono più tali. L’avere conoscenza dei propri errori non può essere un semplice esercizio di memoria ma deve diventare viddui, confessione e  ammissione di una realtà  palese che va metabolizzata e superata affinché non si tramuti in un abitudine.  Il rischio della rimozione costante della memoria delle nostre colpe è quello di perdere la capacità di distinzione tra bene e male in ogni atto della nostra vita poichè la rimozione dei nostri errori, un giustificazionismo poco limpido e l’incapacità di autoanalisi riducono la nostra percezione del male, la nostra capacità di inorridire davanti al male, la nostra forza morale di ribellione di fronte al male stesso, sia esso privato che collettivo, sia esso parte della nostra società che parte della nostra vita di individui. Saper confessare le nostre colpe, saperlo fare davanti a D.o e soprattutto davanti a noi stessi significa non accettare l’idea che tutto possa avere un suo perché ed una sua ragion d’essere: dall’assassinio al ladro, dalla corruzione alla falso in bilancio, dal razzismo alla maldicenza. Scrive Rav Hirsch, il grande maestro tedesco del 1800, che una volta che abbiamo riconosciuto i nostri errori la confessione a noi stessi ed a D.o degli stessi errori è moralmente necessaria per  comprendere anche la portata delle conseguenze di quello che abbiamo fatto, di contro la rimozione degli stessi errori, toglie a noi la visuale di queste conseguenze.  Comprendere  il male fatto significa per rav Hirsch fare i conti con se stessi חשבן נפש e riparare con ogni mezzo il male che si è fatto.   Non esiste  senso in un digiuno di Yom Kippur con gli occhi pieni di fastidio, di intolleranza per il proprio vicino, il prossimo o colui che semplicemente vive ad un passo da noi. Sempre più spesso nella nostra generazione ascoltiamo dichiarazioni generali ed universalistiche del tipo: “Amo il popolo ebraico!” “Amo Israele!” “Amo l’umanità”. Queste dichiarazioni, seppur nobili e di grande importanza, non rispondo al richiamo del Levitico 19,18: “ Ed amerai il prossimo tuo come te stesso.” L’umanità per poter raggiungere un alto livello morale ha bisogno che il nostro prossimo sia amato. Quello che incontriamo ogni giorno, quello con il quale dobbiamo condividere lo spazio vitale della nostra città, della nostra regione, del nostro mondo. Quello che è appena al di là del nostro naso. Quella goccia nel mare che fa sempre la differenza.