Chanukkah da una prospettiva più profonda – Il nome e il suo significato

hneisz5x__w415h250q85Rav Yitzchak Rapoport

L’interpretazione di Rav Levi Yitzhak di Berdyczow (1740-1809)

Levi Yitzhak di Berdyczow, attira la nostra attenzione sulla parola “chanukkah” e sui suoi possibili significati. Il significato di “chanukkah” è, nella sua essenza, “inaugurazione”, anche se i commentatori trovano in questa parola l’acronimo nascosto: “hanu k’’h” – hanno riposato il 25 (di Kislev) – –חנו כ”ה חנוכה . Chanuka, quindi, va capita in questo contesto come: “hanno riposato il 25”. Rav Yitzhak Levi pone la domanda – perché esiste una simile asimmetria tra il nome Chanukkah e il nome Purim? Se Chanukkah ha preso il suo nome dal giorno in cui il miracolo è accaduto, allora perché Purim non si chiama “chanu-jud-daled” – חנו י”ד – hanno riposato il 14 (di Adar) – visto che questa è la data dell’avvenimento di Purim? Continue reading “Chanukkah da una prospettiva più profonda – Il nome e il suo significato”

L’onestà dell’insegnamento halachico – Commento alla Parashà Vaiggash

Rav Pinchas Punturelloהורד

Un fiume di emozioni travolge Yosef di fronte ai suoi fratelli ed in special modo di fronte a Yehudà che si offre come prigioniero al posto di Biniamino verso colui che tutti credevano il Vicerè di Egitto.

Un fiume di emozioni che portano Yosef a piangere ed a liberarsi della maschera culturale nella quale si era rifugiato, la maschera di una finta identità, quella egiziana, nella quale si era volutamente assimilato e nella quale fingeva di essere felice. Perché Yosef è il primo ebreo che sperimenta l’assimilazione come rifugio, come ipotetica strada che risolva il “problema” dell’identità ebraica. L’assimilazione, in termine identitari, è senza dubbio un rifugio. Un rifugio che spesso si è rivelato fragile e dal quale nessuno è stato mai difeso in caso di pericolo, né identitario né politico. Ma i rifugi ebraici o per meglio dire le vie di fuga a sé stessi o dalla società che ci circonda possono essere diverse e di natura molto distante tra di loro. Paradossalmente anche una porta chiusa verso il mondo può diventare un punto di fuga ebraico. Continue reading “L’onestà dell’insegnamento halachico – Commento alla Parashà Vaiggash”

Il dramma di ciò che non cambia – Commento alla Parashà Mikketz

Rav P.P.Punturelloהורד

“Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. 2 Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi. 3 Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. 4 Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò.5 Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. 6 Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente spuntavano dopo quelle. 7 Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno.” (Genesi 41, 1-7)

Ogni volta che leggiamo il racconto di questo terribile sogno che ha turbato il sonno del faraone siamo concentrati nella comprensione del messaggio del sogno stesso e ci soffermiamo sulle immagini di fame, pestilenza, carestia che i simboli, vacche brutte e magre e spighe vuote ed arse, ci offrono. Continue reading “Il dramma di ciò che non cambia – Commento alla Parashà Mikketz”

I Maestri ci hanno mentito

 Rav P.P.PunturelloGreekTheater

Anzi, diciamolo meglio, i Maestri hanno omesso un dolorosa verità quando ci hanno trasmesso la memoria degli eventi storici di Channukkà e dobbiamo capire il perché di questa omissione, se vogliamo cogliere l’essenza della festa.

Le tradizioni popolari Ebraiche  ci raccontano gli eventi di Channukkà in maniera quasi infantile, come fossimo bambini, proteggendo la nostra innocenza e selezionando la memoria dei fatti.

Un posto centrale nel racconto storico di Channukà in Shabbat 31b è occupato dal miracolo dell’olio quando i Maestri affermano senza mezzi termini che: “Quando i Greci entrarono nel Santuario resero impuri tutti gli oli che si trovavano in esso e quando la casa reale dei Chasmonaim ebbe il sopravvento e li sconfisse cercarono nel Tempio e non trovarono se non una ampolla d’olio che aveva ancora il sigillo del Sommo Sacerdote. Essa però conteneva olio sufficiente per accendere un solo giorno: avvenne un miracolo e accesero con esso per otto giorni. L’anno successivo stabilirono che questi giorni fossero giorni di festa con inni di lode e ringraziamento.” Continue reading “I Maestri ci hanno mentito”

Un matrimonio ebraico in Polonia

Brian Blumsafe_image

Quando Chaim Kobylinski e Dvora Loksova si sono sposati alla fine del mese scorso a Varsavia, la cerimonia è stata molto di più di una semplice unione tra due ragazzi Ebrei innamorati. Piuttosto, il loro matrimonio è servito da simbolo dell’importante rinascita della vita ebraica in un luogo dove il 90 per cento della popolazione ebraica è stato assassinato durante l’Olocausto.

Il presidente di Shavei Israel, Michael Freund, è stato presente al matrimonio di Chaim e Dvora. “Molti hanno creduto che l’Olocausto sia stato un colpo troppo forte per lo sviluppo della vita ebraica in Polonia” racconta. “E invece, eccoci qua, a cantare e ballare a ritmo di musica ebraica tradizionale, con Chaim e Dvora che si sposano sotto la chuppah nel cortile della Scuola Ebraica di Varsavia”. Continue reading “Un matrimonio ebraico in Polonia”

“Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev

Rav Avi Baumol 

I fratelli di Giuseppe, figli di Giacobbe, hanno commesso uno dei delitti peggiori, quasi un peccato mortale, e poi tra le urla e le sofferenze del fratello, si sono seduti a mangiare.

La Torah non ci parla di quando le persone si mettessero a mangiare. Tutti noi pensiamo che mangiare sia qualcosa di ovvio, pensiamo che una volta si mangiava come ora. Dunque, esclusa qualche occasione speciale, nella quale si ricorda di Abramo che spezza il pane in occasione della nascita del figlio; o di Giacobbe e Labano che finalizzano la pace tra loro… – non dovremmo avere racconti su una questione terrena come il mangiare. Ma qui l’occasione è particolare, i fratelli cambiano il corso della storia ebraica, consumano il pasto, spezzano il pane spezzando al contempo il cuore del padre. Continue reading ““Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev”

Shavei Israel si sposta nella nuova sede

Brian Blum

Dopo dieci anni nell’edificio Heichal Shlomo, adiacente alla Grande Sinagoga di Gerusalemme, Shavei Israel si è spostato negli uffici nuovi e più spaziosi.

Il cambio della sede era oramai necessario: le sempre più numerose attività di Shavei Israel in Israele e all’estero, assieme al crescente numero di comunità che l’organizzazione sostiene, hanno fatto capire quanto fosse necessario ampliare i nostri uffici.

Adesso l’ufficio di Gerusalemme di Shavei Israel si trova in via Am V’Olamo 3, nella zona commerciale di Givat Shaul. Si trovano qui anche il Machon Miriam Spagnolo di Shavei Israel e l’Istituto per la Conversione e il Ritorno di Lingua Portoghese. Il Machon Miriam adesso è posizionato più vicino ai luoghi di residenza dei suoi studenti e a diverse importanti yeshivot, come il Machon Meir, a pochi passi di distanza. Continue reading “Shavei Israel si sposta nella nuova sede”

Aggiornamenti dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale: 40 Bnei Anousim partecipano allo Shabbaton, in attesa di Hanukkah

Brian Blum

Quaranta Bnei Anousim dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale hanno partecipato allo Shabbaton di due giorni, organizzato da Shavei Israel alla fine di ottobre. L’incontro si è tenuto a Palermo, da dove veniva la maggior parte dei partecipanti, riferisce l’emissario nella regione di Shavei Israel, Rabbi Pinchas Punturello. Gli altri aderenti sono arrivati da Catania e da altre città della Sicilia, ma anche dalla Calabria.

La presenza di Shavei Israel si è sentita durante tutto il fine settimana. Tre giovani uomini – Carlo, Marco e Salvo – già ospiti a Gerusalemme quest’anno, per un seminario offerto da Shavei Israel per i Bnei Anousim italiani (vedi qui il nostro report), hanno preparato le drashot (discorsi sulla porzione di Torah della settimana), esposte alla tavola di Shabbat.

E’ stata anche la prima volta che i partecipanti hanno avuto occasione di usare i nuovi birkonim italiani (libri di preghiere e canti), che Shavei Israel ha recentemente pubblicato (vedi qui il nostro report). Rabbi Punturello scrive che i birkonim “hanno avuto un posto d’onore alla nostra tavola”.

Oltre ai discorsi sulla Torah, il cibo kosher e alla bella socializzazione, la comunità ha studiato e cantato canzoni in tre lingue – italiano, ebraico e ladino (la lingua ibrida ebraico-spagnola) – “per tutto il tempo, dall’accensione delle candele per cominciare lo Shabbat, fino alla fine del weekend con l’Havdalah”, aggiunge Rabbi Punturello.

Quali sono i prossimi impegni per i Bnei Anousim in Sicilia? Nella seconda settimana di Dicembre, la comunità ospiterà un gruppo di ebrei da Milano, che visiteranno l’Italia Meridionale, con lo scopo di conoscere meglio il lavoro di Shavei Israel nella regione.

E’ un evento importante.

“E’ la prima volta che una grande organizzazione ebraica italiana incontra ufficialmente alcune delle persone che Shavei Israel sta accompagnando nel loro “ritorno a casa””, dice Rabbi Punturello. Sessanta partecipanti da Milano e cinquanta da Palermo e Catania prenderanno parte all’incontro.

Quindi per Hanukkah, Shavei Israel ritornerà al nefando Palazzo Steri, l’edificio che fu quartiere generale dell’Inquisizione a Palermo tra il 1601 e il 1782, e che è stato anche prigione per gli ebrei in attesa della morte nel terribile auto da fe – bruciati sul rogo. L’anno scorso, Rabbi Punturello, ha accompagnato circa 200 Bnei Anousim, accendendo la hanukiah (il candelabro di Hanukkah) nell’ex carcere per la prima volta in assoluto. Abbiamo parlato di quell’evento qui e qui e abbiamo le foto dell’accensione delle candele qui.

Guardando al 2015, Rabbi Punturello sta collaborando con il sindaco di Palermo e con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) per istituire il centro ufficiale dei Bnei Anousim della Sicilia e Italia Meridionale. Ne parleremo ulteriormente seguendo gli sviluppi del processo.

Le misure della Sukkà, le misure del nostro spazio.

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La normativa ebraica è molto precisa rispetto alle misure della sukkà, mitzvà tra le più coinvolgenti e fisicamente impegnative del calendario ebraico.
Apre la discussione il trattato della Mishnà, Sukkà 1,1, dicendo: “Una sukkà alta più di 20 amot è invalida.” Ovviamente segue subito la contro riflessione halachica di rabbi Yehuda che invece permette una sukkà alta più di venti amot, ovvero più alta di circa 11 metri.
Dove ed in cosa si manifesta la differenzatra le due opinioni? I commentatori della Mishnà ci portano alla fonte ovvero al teso biblico, dove è detto: “ Celebrerai per te la festa di Sukkot per sette giorni” (Deuteronomio 16, 14). Questa dimensione temporale limitata, i sette giorni della festa, per alcuni commentatori, definisce la sukkà come residenza temporanea, che quindi non può essere alta più di dieci metri altrimenti avrebbe bisogno di una stabilità tale da diventare una residenza fissa cioè una costruzione con una struttura più alta di dieci metri. Questo è il punto interpretativo di rabbi Yehuda che vede nella sukkà una residenza stabile per i sette giorni della festa e quindi con la possibilità di essere alta più di dieci metri.
Il filo logico di questa interpretazione, tra residenza temporanea al di sotto dei dieci metri d’altezza, e residenza stabile, che può essere più alta di dieci metri, è comune a molti commentatori della Mishnà: Rambam, Rav Ovadya da Bertinoro e i Tosafot che sottolineano come la presenza di 20 amot obblighi una persona a porre pareti e strutture forti e stabili su di una costruzione che dovrebbe, invece, richiamare la fragilità.
La smisurata altezza della sukkà di fatto snatura una mitzvà che è legata agli spazi e dove ogni singolo spazio significa, definisce e determina. Ciò che è troppo alto, ampio e innalzato fa perdere il senso degli spazi e della stabilità, quasi come se una altezza fuori misura renda fuori misura lo sguardo dell’uomo all’interno della sukkà, ovvero all’interno del mondo nel quale usciamo a vivere per sette giorni.
In questo senso leggerei la Ghemarà di Sukkà 2a: “ Insegna Rava: “E’ scritto nella Torà: “Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43) Fino a quando risiede in una sukkà alta meno di 20 amot, la persona è cosciente di abitare in una sukkà, al di sopra delle venti amot, nessuno si rende conto di risiedere in una sukkà perché “l’occhio non ha controllo su di essa.” Torna nella Ghemarà il senso dello sguardo con un nuovo spunto di riflessione: la coscienza del nostro spazio nella Storia, nella società e nella sukkà stessa.
Quando la Torà ci impone la mitzvà della sukkà, la lega al “sapere”, all’avere una coscienza storica del nostro percorso come popolo: ““Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43). Non si tratta, come per altre mitzvot, di un ricordo storico, bensì di una coscienza storica: le future generazioni che non hanno conosciuto l’uscita dall’Egitto entrando in sukkà sapranno e vivranno quello spazio con la sua fragilità ma anche il potente messaggio nascosto in esso.
Nel momento in cui la sukkà è troppo alta perde il senso della propria fragilità e porta con sé messaggi distorti e rischiosi. Potremmo pensare che una sukkà piccola sia invece il miglior luogo di espressione per questi stessi messaggi, ma non è cosi perché esistono misure minime al di sotto delle quali l’halachà invalida una sukkà: sotto una altezza 82 centimetri e larghezza di 58 per 58 centimetri lo spazio della sukkà non è accettabile.
Abbiamo limiti verso spazi troppo ampi e limiti verso spazi troppo angusti. Abbiamo confini per ego spropositati e limiti al di sotto dei quali una personalità non deve essere annullata. Perché la sukkà è una palestra spirituale e mentale tra ego e personalità, tra spazio delle cose e spazio della persona. Costruire una sukkà a fine stagione del raccolto, viverci per sette giorni, richiamando quindi i gesti di una cultura contadina ancestrale significa allenare le nostre anime ed i nostri cervelli al senso del limite, significa affermare con una mitzvà pubblica, invasiva, esteriore e visibile che noi crediamo fermamente nel lavoro dell’uomo ma crediamo ancora più fermamente nella onnipotenza di Dio, vera fonte di ogni frutto, prodotto della terra e di ogni tipo di “raccolto” lavorativo. Entriamo, in una stagione avviata verso le piogge, in una sukkà, in una residenza fragile ed instabile per educarci al limite, per imporre alla “cosa” ovvero all’ego il senso della “persona” ovvero della spiritualità, di uno sguardo che vada al di là della struttura-sukkà perché di fatto ha coscienza delle misure della stessa struttura. Una sukkà fuori misura renderebbe ogni sguardo non cosciente, senza limiti, pronto a toccare il senso dell’onnipotenza ed a farlo proprio, nutrendo in questo modo l’essere “cosa”, ovvero l’ego, e non affinando la personalità, cioè l’essere persona, l’essere umano dotato di coscienza e capacità di comprensione.
Di contro una sukkà troppo piccola, oltre ad essere scomoda per la stessa osservanza della mitzvà, andrebbe a schiacciare la persona, a calpestare la personalità ovvero il giusto spazio che essa deve occupare nel mondo in termini di produttività, presenza morale, culturale, sociale: in una sukkà troppo piccola lo spazio umano sarebbe nullo, mentre la Torà ci chiede di esprimere in termini positivi questo spazio.
Nella distanza tra ego e personalità, tra persone e cose si sviluppano le misure della sukkà.
L’ego, qualunque sia lo spazio nel quale si esprime è chiaramente l’elemento fuori misura, inaccettabile, l’ostacolo ad ogni condivisione umana di spazi e di coscienza della presenza di Dio in questi spazi.
La personalità è invece la misura di questi spazi tutti umani e quindi tutti diversi tra loro dove la relazione con Dio e con gli altri non trova ostacoli, ma si esprime con misure diverse, tutte kasher.
Più ancora che la misure della sukkà ciò che richiama il messaggio morale che essa ci trasmette è l’ombra della sukkà, un’ombra che è un chiaro richiamo a Dio, Ombra per eccellenza, fresco riparo per ogni affanno umano. Continuando a scorrere le parole della stessa pagina della Ghemarà citata prima arriviamo all’opinione di rabbi Zera che afferma: “Fino ad una altezza di venti amòt, la persona siede all’ombra della sukkà, al di sopra delle venti amòt la persona siede all’ombra delle pareti e non della sukkà”, ovvero del tetto, lo schach della sukkà che è l’essenza della mitzvà stessa.
L’ombra del tetto della sukkà diviene in questo modo il simbolo di una identità ebraica “personale” che si fa ombra con valori ebraici reali, condivisi, moralmente esemplari, eticamente validi. Le pareti della sukkà sono, invece, solo gli strumenti che reggono questi valori e l’ombra di una identità strumentale, che profitta dei valori ma non li fa propri e che si esprime attraverso i mezzi perdendo di vista lo scopo o avendo altri scopi al di là della morale è l’espressione non valida per ogni tipo di sukkà, perché non si tratta di una misura personale, bensì personalistica.