“Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev

Rav Avi Baumol 

I fratelli di Giuseppe, figli di Giacobbe, hanno commesso uno dei delitti peggiori, quasi un peccato mortale, e poi tra le urla e le sofferenze del fratello, si sono seduti a mangiare.

La Torah non ci parla di quando le persone si mettessero a mangiare. Tutti noi pensiamo che mangiare sia qualcosa di ovvio, pensiamo che una volta si mangiava come ora. Dunque, esclusa qualche occasione speciale, nella quale si ricorda di Abramo che spezza il pane in occasione della nascita del figlio; o di Giacobbe e Labano che finalizzano la pace tra loro… – non dovremmo avere racconti su una questione terrena come il mangiare. Ma qui l’occasione è particolare, i fratelli cambiano il corso della storia ebraica, consumano il pasto, spezzano il pane spezzando al contempo il cuore del padre. Continue reading ““Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev”

Shavei Israel si sposta nella nuova sede

Brian Blum

Dopo dieci anni nell’edificio Heichal Shlomo, adiacente alla Grande Sinagoga di Gerusalemme, Shavei Israel si è spostato negli uffici nuovi e più spaziosi.

Il cambio della sede era oramai necessario: le sempre più numerose attività di Shavei Israel in Israele e all’estero, assieme al crescente numero di comunità che l’organizzazione sostiene, hanno fatto capire quanto fosse necessario ampliare i nostri uffici.

Adesso l’ufficio di Gerusalemme di Shavei Israel si trova in via Am V’Olamo 3, nella zona commerciale di Givat Shaul. Si trovano qui anche il Machon Miriam Spagnolo di Shavei Israel e l’Istituto per la Conversione e il Ritorno di Lingua Portoghese. Il Machon Miriam adesso è posizionato più vicino ai luoghi di residenza dei suoi studenti e a diverse importanti yeshivot, come il Machon Meir, a pochi passi di distanza. Continue reading “Shavei Israel si sposta nella nuova sede”

Aggiornamenti dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale: 40 Bnei Anousim partecipano allo Shabbaton, in attesa di Hanukkah

Brian Blum

Quaranta Bnei Anousim dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale hanno partecipato allo Shabbaton di due giorni, organizzato da Shavei Israel alla fine di ottobre. L’incontro si è tenuto a Palermo, da dove veniva la maggior parte dei partecipanti, riferisce l’emissario nella regione di Shavei Israel, Rabbi Pinchas Punturello. Gli altri aderenti sono arrivati da Catania e da altre città della Sicilia, ma anche dalla Calabria.

La presenza di Shavei Israel si è sentita durante tutto il fine settimana. Tre giovani uomini – Carlo, Marco e Salvo – già ospiti a Gerusalemme quest’anno, per un seminario offerto da Shavei Israel per i Bnei Anousim italiani (vedi qui il nostro report), hanno preparato le drashot (discorsi sulla porzione di Torah della settimana), esposte alla tavola di Shabbat.

E’ stata anche la prima volta che i partecipanti hanno avuto occasione di usare i nuovi birkonim italiani (libri di preghiere e canti), che Shavei Israel ha recentemente pubblicato (vedi qui il nostro report). Rabbi Punturello scrive che i birkonim “hanno avuto un posto d’onore alla nostra tavola”.

Oltre ai discorsi sulla Torah, il cibo kosher e alla bella socializzazione, la comunità ha studiato e cantato canzoni in tre lingue – italiano, ebraico e ladino (la lingua ibrida ebraico-spagnola) – “per tutto il tempo, dall’accensione delle candele per cominciare lo Shabbat, fino alla fine del weekend con l’Havdalah”, aggiunge Rabbi Punturello.

Quali sono i prossimi impegni per i Bnei Anousim in Sicilia? Nella seconda settimana di Dicembre, la comunità ospiterà un gruppo di ebrei da Milano, che visiteranno l’Italia Meridionale, con lo scopo di conoscere meglio il lavoro di Shavei Israel nella regione.

E’ un evento importante.

“E’ la prima volta che una grande organizzazione ebraica italiana incontra ufficialmente alcune delle persone che Shavei Israel sta accompagnando nel loro “ritorno a casa””, dice Rabbi Punturello. Sessanta partecipanti da Milano e cinquanta da Palermo e Catania prenderanno parte all’incontro.

Quindi per Hanukkah, Shavei Israel ritornerà al nefando Palazzo Steri, l’edificio che fu quartiere generale dell’Inquisizione a Palermo tra il 1601 e il 1782, e che è stato anche prigione per gli ebrei in attesa della morte nel terribile auto da fe – bruciati sul rogo. L’anno scorso, Rabbi Punturello, ha accompagnato circa 200 Bnei Anousim, accendendo la hanukiah (il candelabro di Hanukkah) nell’ex carcere per la prima volta in assoluto. Abbiamo parlato di quell’evento qui e qui e abbiamo le foto dell’accensione delle candele qui.

Guardando al 2015, Rabbi Punturello sta collaborando con il sindaco di Palermo e con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) per istituire il centro ufficiale dei Bnei Anousim della Sicilia e Italia Meridionale. Ne parleremo ulteriormente seguendo gli sviluppi del processo.

Le misure della Sukkà, le misure del nostro spazio.

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La normativa ebraica è molto precisa rispetto alle misure della sukkà, mitzvà tra le più coinvolgenti e fisicamente impegnative del calendario ebraico.
Apre la discussione il trattato della Mishnà, Sukkà 1,1, dicendo: “Una sukkà alta più di 20 amot è invalida.” Ovviamente segue subito la contro riflessione halachica di rabbi Yehuda che invece permette una sukkà alta più di venti amot, ovvero più alta di circa 11 metri.
Dove ed in cosa si manifesta la differenzatra le due opinioni? I commentatori della Mishnà ci portano alla fonte ovvero al teso biblico, dove è detto: “ Celebrerai per te la festa di Sukkot per sette giorni” (Deuteronomio 16, 14). Questa dimensione temporale limitata, i sette giorni della festa, per alcuni commentatori, definisce la sukkà come residenza temporanea, che quindi non può essere alta più di dieci metri altrimenti avrebbe bisogno di una stabilità tale da diventare una residenza fissa cioè una costruzione con una struttura più alta di dieci metri. Questo è il punto interpretativo di rabbi Yehuda che vede nella sukkà una residenza stabile per i sette giorni della festa e quindi con la possibilità di essere alta più di dieci metri.
Il filo logico di questa interpretazione, tra residenza temporanea al di sotto dei dieci metri d’altezza, e residenza stabile, che può essere più alta di dieci metri, è comune a molti commentatori della Mishnà: Rambam, Rav Ovadya da Bertinoro e i Tosafot che sottolineano come la presenza di 20 amot obblighi una persona a porre pareti e strutture forti e stabili su di una costruzione che dovrebbe, invece, richiamare la fragilità.
La smisurata altezza della sukkà di fatto snatura una mitzvà che è legata agli spazi e dove ogni singolo spazio significa, definisce e determina. Ciò che è troppo alto, ampio e innalzato fa perdere il senso degli spazi e della stabilità, quasi come se una altezza fuori misura renda fuori misura lo sguardo dell’uomo all’interno della sukkà, ovvero all’interno del mondo nel quale usciamo a vivere per sette giorni.
In questo senso leggerei la Ghemarà di Sukkà 2a: “ Insegna Rava: “E’ scritto nella Torà: “Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43) Fino a quando risiede in una sukkà alta meno di 20 amot, la persona è cosciente di abitare in una sukkà, al di sopra delle venti amot, nessuno si rende conto di risiedere in una sukkà perché “l’occhio non ha controllo su di essa.” Torna nella Ghemarà il senso dello sguardo con un nuovo spunto di riflessione: la coscienza del nostro spazio nella Storia, nella società e nella sukkà stessa.
Quando la Torà ci impone la mitzvà della sukkà, la lega al “sapere”, all’avere una coscienza storica del nostro percorso come popolo: ““Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43). Non si tratta, come per altre mitzvot, di un ricordo storico, bensì di una coscienza storica: le future generazioni che non hanno conosciuto l’uscita dall’Egitto entrando in sukkà sapranno e vivranno quello spazio con la sua fragilità ma anche il potente messaggio nascosto in esso.
Nel momento in cui la sukkà è troppo alta perde il senso della propria fragilità e porta con sé messaggi distorti e rischiosi. Potremmo pensare che una sukkà piccola sia invece il miglior luogo di espressione per questi stessi messaggi, ma non è cosi perché esistono misure minime al di sotto delle quali l’halachà invalida una sukkà: sotto una altezza 82 centimetri e larghezza di 58 per 58 centimetri lo spazio della sukkà non è accettabile.
Abbiamo limiti verso spazi troppo ampi e limiti verso spazi troppo angusti. Abbiamo confini per ego spropositati e limiti al di sotto dei quali una personalità non deve essere annullata. Perché la sukkà è una palestra spirituale e mentale tra ego e personalità, tra spazio delle cose e spazio della persona. Costruire una sukkà a fine stagione del raccolto, viverci per sette giorni, richiamando quindi i gesti di una cultura contadina ancestrale significa allenare le nostre anime ed i nostri cervelli al senso del limite, significa affermare con una mitzvà pubblica, invasiva, esteriore e visibile che noi crediamo fermamente nel lavoro dell’uomo ma crediamo ancora più fermamente nella onnipotenza di Dio, vera fonte di ogni frutto, prodotto della terra e di ogni tipo di “raccolto” lavorativo. Entriamo, in una stagione avviata verso le piogge, in una sukkà, in una residenza fragile ed instabile per educarci al limite, per imporre alla “cosa” ovvero all’ego il senso della “persona” ovvero della spiritualità, di uno sguardo che vada al di là della struttura-sukkà perché di fatto ha coscienza delle misure della stessa struttura. Una sukkà fuori misura renderebbe ogni sguardo non cosciente, senza limiti, pronto a toccare il senso dell’onnipotenza ed a farlo proprio, nutrendo in questo modo l’essere “cosa”, ovvero l’ego, e non affinando la personalità, cioè l’essere persona, l’essere umano dotato di coscienza e capacità di comprensione.
Di contro una sukkà troppo piccola, oltre ad essere scomoda per la stessa osservanza della mitzvà, andrebbe a schiacciare la persona, a calpestare la personalità ovvero il giusto spazio che essa deve occupare nel mondo in termini di produttività, presenza morale, culturale, sociale: in una sukkà troppo piccola lo spazio umano sarebbe nullo, mentre la Torà ci chiede di esprimere in termini positivi questo spazio.
Nella distanza tra ego e personalità, tra persone e cose si sviluppano le misure della sukkà.
L’ego, qualunque sia lo spazio nel quale si esprime è chiaramente l’elemento fuori misura, inaccettabile, l’ostacolo ad ogni condivisione umana di spazi e di coscienza della presenza di Dio in questi spazi.
La personalità è invece la misura di questi spazi tutti umani e quindi tutti diversi tra loro dove la relazione con Dio e con gli altri non trova ostacoli, ma si esprime con misure diverse, tutte kasher.
Più ancora che la misure della sukkà ciò che richiama il messaggio morale che essa ci trasmette è l’ombra della sukkà, un’ombra che è un chiaro richiamo a Dio, Ombra per eccellenza, fresco riparo per ogni affanno umano. Continuando a scorrere le parole della stessa pagina della Ghemarà citata prima arriviamo all’opinione di rabbi Zera che afferma: “Fino ad una altezza di venti amòt, la persona siede all’ombra della sukkà, al di sopra delle venti amòt la persona siede all’ombra delle pareti e non della sukkà”, ovvero del tetto, lo schach della sukkà che è l’essenza della mitzvà stessa.
L’ombra del tetto della sukkà diviene in questo modo il simbolo di una identità ebraica “personale” che si fa ombra con valori ebraici reali, condivisi, moralmente esemplari, eticamente validi. Le pareti della sukkà sono, invece, solo gli strumenti che reggono questi valori e l’ombra di una identità strumentale, che profitta dei valori ma non li fa propri e che si esprime attraverso i mezzi perdendo di vista lo scopo o avendo altri scopi al di là della morale è l’espressione non valida per ogni tipo di sukkà, perché non si tratta di una misura personale, bensì personalistica.

Fare teshuvà su Facebook. Nonostante Facebook.

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Dieci regole su come profittare dei giorni di Rosh HaShanà e Yom Kippur e fare teshuvà usando Facebook in maniera ebraica, senza per questo essere di dura cervice.

1. Non scrivere post offensivi. Quando leggi: “A cosa stai pensando…” sappi che Facebook non vuole una confessione dei tuoi pensieri e delle tue opinioni sugli altri. Vuole che tu racconti un po’ di te senza offendere il resto del mondo. Facebook non è un palcoscenico, è un balcone da dove si guarda il mondo e si viene, a nostra volta, guardati.
2. Non devi esprimere “like” a caso. Cliccando “like” esprimi il tuo assenso ed il tuo assenso può diventare un’arma: dietro ogni tuo “like” ci sei tu, la tua cultura, la tua storia, il tuo modus vivendi. Non svenderti con un click.
3. Non devi per forza di cose commentare tutto ciò che ti appare in bacheca. Comportati come se fossi a dieta: mangeresti qualunque cosa ti passi sotto il naso? Limita i commenti come fossero bocconi di cibo: la bulimia di interventi, di gruppi, di forum non fa bene a te e non fa bene neanche agli altri.
4. Non lanciare link come fossero dardi o peggio ancora trappole per topi. Scegli, leggi, valuta e poi condividi. Il tuo balcone deve essere armonioso e non una accozzaglia di fiori e colori improponibili.
5. Non taggare il venerdì mezzo mondo augurando: “Shabbat Shalom” e la domenica l’altra metà del mondo gridando: “Buona Domenica” ed il sabato sera tutti quelli che non hai taggato esclamando: “Buon week end.” Sappiamo tutti come è fatta una settimana, lascia i tag per notizie o foto più importanti.
6. Non fotografare ogni cosa che mangi, ogni cosa che compri, ogni attimo di ogni bimbo, cagnolino, canarino, criceto, torta, biscotto, briciola di pane o pizza che ti appartiene e che è passata per casa tua. E se proprio vuoi fotografare, fallo, ma non pubblicare ogni secondo di ogni attimo della tua vita: lascia agli altri la possibilità di immaginare il tuo mondo, non donarcelo come se non fosse tuo.
7. Non urlare allo scandalo se qualcuno non è d’accordo con te, non attaccarlo, inondarlo di parole, di link, di messaggi, di interventi taglienti come spade di samurai e cattivi come i topi di una stiva di un galeone spagnolo del 1600. Stai tranquillo sul tuo balcone, bevi il tuo caffè e se non ti piace quello che hai letto o che vedi, accosta un po’ le persiane. Entrerà sicuramente meno luce, ma a volte il sole può essere fastidioso.
8. Non usare la ricerca degli amici come una canna da pesca e non eliminare ogni persona che non è stata in pieno accordo con te o che non ti ha chiesto nell’ultima giornata almeno otto volte: “Come stai?”. Gli amici, anche quelli virtuali, vanno incontrati e non pescati come trote in un barile e per quanto riguarda le attenzioni che non hai avuto, sappi che esiste ancora qualcuno che controlla Facebook un paio di volte al giorno, non di più. Accettalo, comprendilo e forse ammiralo.
9. Non collegare sempre i tuoi scritti a YouTube, twitter, instagram, vitagram, milligram…non puoi essere Uno, Multiplo ed in ogni dove. Come è stato già detto: “Sappi che Dio esiste e non sei tu e non è su Facebook.” Rilassati.
10. Prometti che farai un buon uso di queste regole e prometti che chiederai scusa ad ogni utente di Facebook che negli ultimi dodici mesi hai offeso in un forum, in una chat, sulla sua bachecha, sulla bacheca di un altro oppure twittando, splittando o usando chissà quale altro mezzo da tastiera. Lancia le tue scuse attraverso tutti i canali di comunicazione a te accessibili e fai in modo che il tuo tempo, da ora in poi sia virtualmente reale e realmente tuo. Non puoi stare sempre in balcone: perdi di vista il fatto che hai una casa, un salotto, una cucina, un bagno e soprattutto una libreria. Sfoglia almeno un libro al mese. E dopo commentalo su Facebook.

Dal primo di Elul ad Hoshana Rabba: sono solo con tutti gli altri.

Io credo in Dio e credo fermamente che Dio sia sempre pronto ad ascoltarmi. Sempre. Perché le porte che accolgono il nostro ritorno ovvero la nostra teshuvà sono sempre aperte. Allora perché i Maestri insistono così tanto sulla importanza del mese di Elul e della teshuvà compiuta in questi giorni ? Perché le selichot, le preghiere penitenziali e di riflessione interiore, sono recitate durante il mese di Elul fino a Yom Kippur ( per essere poi ripetute la mattina di Hoshana Rabba)? In parole più semplici: se le porte della teshuvà non si chiudono mai, che senso ha insistere su un determinato periodo indicandolo come il migliore per un’autoanalisi, per una ricerca interiore, per una seria riflessione sulle nostre azioni? Rambam, Maimonide, ci aiuta a dare una risposta a queste domande quando afferma nelle Hilchot Teshuva 2, 7 che sebbene le suppliche siano sempre efficaci è nei giorni di Elul e nei giorni tra Rosh HaShanà e Yom Kippur che sono più veloci ed infatti è scritto: “Cercate Dio quando Egli si fa trovare, chiamatelo quando è vicino. (Isaia 55,6). A chi si riferisce questo versetto? Al singolo. All’Ebreo solo e non alla Comunità, perché una Comunità che invoca e cerca Dio viene sempre esaudita come è detto: “Qual è il grande popolo al quale Dio è vicino come il Signore nostro è vicino a noi ogni qual volta lo invochiamo?” Deuteronomio 4,7.

Se quindi il “popolo” è sempre ascoltato, in quanto collettività unita che invoca Dio ( e sull’unità del popolo potremmo dire molto dato che non è un elemento scontato ma qualcosa sulla quale lavorare ogni giorno), il singolo deve invece “profittare” di questi giorni e cercare Dio, avvicinarsi a Lui, che come cantano i chassidim in questi giorni è come un Re che sta nel campo, che quindi è più facile da incontrare, rispetto a quando è seduto sul trono nel suo palazzo. In questa relazione tra singolo e collettività vanno ricercati i passi dell’uomo durante il mese di Elul, אלול, che in ebraico nasconde il legame di אני לדודי ודודי לי , Io sono per il mio Amato ed il mio Amato è per me (Cantico di Cantici 6,3) dove il mio “Io”, l’ego viene incanalato ad incontrare il mio Amato ovvero Dio e non usato per me stesso. Come a dire che il singolo, ovvero l’ego di ognuno di noi, durante i giorni che portano alla teshuvà si piega all’unica realtà esistente, quella del Creatore e smette di essere una forma di espressione individualista, sebbene ognuno di noi individualmente lavori su stesso per incontrare Dio. Lavorare individualmente però non significa lavorare in solitudine, perché se è vero che la teshuvà di questi giorni ha a che fare con la mia sfera intima, personale, privata, è anche vero che la mia teshuvà influenza la sfera pubblica nella quale vivo, la mia collettività, la mia comunità.

Nel trattato di Rosh HaShanà è scritto: “ A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Cosa vuol dire come un gregge, in ebraico כבני מרון? Nella Ghemarà di Rosh HaShanà la discussione prende tre strade diverse, una che porta alla traduzione di Babilonia e dice che כבני מרון vuol dire esattamente come un gregge, Resh Lakish invece afferma che si tratta della salita di Meron, un percorso stretto dove si cammina in fila indiana, un passo dopo l’altro, Rav Yehuda invece interpreta come “i soldati dell’esercito di Re Davide”.

Quale che sia la strada interpretativa che scegliamo in tutte troviamo elementi di riflessione sul rapporto tra il singolo e la comunità. Sia il gregge che l’impervio percorso, che l’unità di soldati portano con loro una dimensione collettiva, il senso dell’insieme delle pecore, dei soldati o del gruppo che cammina sull’impervio percorso e portano contemporaneamente una dimensione personale: la pecora del gregge, il soldato dell’unità, il singolo solo sul percorso. Chi sorveglia il gregge, Il Pastore o chi dirige il gruppo o l’unità militare ha su di essi uno sguardo di insieme ma anche la preoccupazione per ognuno di loro, per ogni pecora, per ogni soldato, per ogni passo sul ciglio del dirupo. Perché per il Pastore ogni pecora ha la sua importanza che si ritrova poi nell’insieme ed ogni passo sbagliato sul ciglio del dirupo così come ogni mossa sbagliata di un soldato può avere una cattiva influenza e terribili conseguenze per l’insieme stesso. Di contro la singola pecora, il singolo soldato, il singolo scalatore ha una visione limitata delle cose e non può obiettivamente preoccuparsi per tutti mentre è impegnato a camminare in bilico o mentre cammina per tornare all’ovile senza perdersi. Eppure anche solo il fatto che il singolo soldato stia attento a se stesso esprime grande amore per il resto dell’unità, perché comportandosi responsabilmente fa in modo che l’unità sia positivamente influenzata dal suo giusto comportamento e non ne paghi conseguenze negative. Perché i comportamenti ed i valori del singolo fissano e condizionano anche quelli della collettività, quindi sebbene il singolo non possa e non debba avere lo sguardo onnisciente di Dio deve però avere coscienza di quello che fa, quando lo fa e che influenze può avere sugli altri. Il cammino della teshuvà è quindi personale, ma anche profondamente multiplo, perché la teshuvà del singolo, l’agire del singolo insegna e segna anche la collettività. Il sacrificio di Isacco fu un gesto privato le cui positive conseguenze sono ancora il grande merito del nostro popolo attraverso il quale chiediamo perdono a Dio. Ecco quindi il senso delle selichot, suppliche da dire con minian, con dieci uomini in preghiera, con la forza della collettività che è sempre ascoltata ma che in questi giorni è formata da singoli in cammino verso se stessi e verso l’armonia con gli altri. Possiamo allora comprendere meglio il versetto che accompagna la descrizione dell’umanità nel giorno di Rosh HaShanà: “A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון ) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Il Creatore ci vede passare come singoli, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni e come singoli ci protegge, analizzando ogni nostro cuore ma sommando i meriti collettivi delle nostre azioni. Seguendo questo intreccio tra cuore personale ed azione collettiva ognuno di noi deve comprendere oggi più che mai che il singolo è solo quando sceglie di rispondere solo alle necessità del proprio ego e lo ingrandisce a dismisura riducendo lo spazio di azione ed incontro con gli altri e quindi anche con la somma dei meriti collettivi. Cosa resta ad un ego fuori misura? Un cuore solitario che verrà messo sotto esame senza il vantaggio e la forza del popolo.

Che Dio iscriva tutti noi, come fossimo uno,nel libro della vita, in pace ed in un anno buono.
Rav Pierpaolo Pinhas Punturello.

Il buio è alle porte di tutti.

Immagine“Un bambino è orfano quando non ha i genitori in vita. Una nazione quando non ha con sè i suoi figli.” Questo è uno dei meravigliosi insegnamenti che ci ha lasciato il rebbe di Ponevezh. Questa è la tragedia che stiamo vivendo in ogni casa, strada, angolo di vita dello Stato di Israele e di tutta la Diaspora Ebraica. Almeno di quella Diaspora cha sento quello che sente il popolo ebraico della terra di Israele: la necessità, la necessità fisica e spirituale di mettere da parte ogni differenza perchè il dolore che stiamo provando è enorme e toglie il fiato. Toglie il fiato ad ogni pensiero politico, ad ogni analisi tattica, ad ogni ideologia. E’ il tempo del dolore il nostro, il tempo del dolore e della riflessione, del lutto e della volontà che non ci sia mai più un lutto del genere per il nostro popolo. Perchè chi rapisce ed uccide tre adoloscenti, chi sostiene un Palestina libera ed ipotizza che tre ragazzi sono coloni e possono essere uccisi da movimenti di “resistenza”, chi crede che si tratti di un ennesimo momento di tensione tra Israele e Palestina, non ha capito nulla di quello che stiamo vivendo. Noi ebrei di Israele siamo la cartina al tornasole della libertà del mondo. Siamo una piccolo striscia di carta, un piccolo popolo su una piccolo terra che però è misura del senso democratico e del diritto del mondo. Noi siamo le ragazze nigeriane rapite dalla stessa violenza folle, noi siamo le donne violentate in Egitto, noi siamo i siriani massacrati nel silenzio, noi siamo le chiese bruciate in Africa. Noi siamo la prima linea di un Occidente troppo sicuro delle proprie libertà e troppo ottuso per non capire che le sue libertà passano per le nostre. Troppo superficiale per comprendere  che se i nostril figli vengono rapiti ed uccisi, i nostril turisti massacrati in un Museo di Bruxelles,  i nostril bambini trucidati mentre entrano a scuola a Tolosa questo significa la morte dell’Occidente e dei valori che con fatica abbiamo conquistato. Con l’assasinio di Gilad, Naftali e Eyal sono stati assassinati i diritti delle donne, delle minoranze religiose, delle differenze sessuali, delle differenze politiche. Hamas non è un nemico di Israele. Hamas è la frontier di un buio che è alle porte delle nostre libere società. A noi la scelta: se aspettare che il coccodrillo mangi prima gli ebrei, le donne, i gay, i cristiani di questa regione, sperando che prima o poi sarà sazio e non mangi l’Occidente, oppure agire e sentire che i nosti figli, sono i figli del mondo e le nostre libertà sono le libertà del mondo. Anche del mondo palestinese, che non potrà mai essere “free” se resta in ostaggio di Hamas e delle follie che lo sostengono. Quelle follie che  alcuni attivisti pro Palestina  celebrano facendosi fotografare davanti ad un forno ricordando con gioia i crematori di Auschwitz o altre follie come quelle di chi continua a sostenere che i tre ragazzi erano coloni e che erano scomparsi, non rapiti e che la loro morte è tutta da stabilire. Ed intanto il coccodrillo mangia sereno.

 

“A child is an orphan when he has no parents. A nation is an orphan when it has no children.” The Rebbe of Ponevezh. May all the children of Israel be safe.

Kavafis, le candele e l’Omer.

 

In un’opera degli anni prima del 1911 Costantino Kavafis, il poeta greco figlio d’Egitto, di Turchia ma anche di Liverpool scrive:

 

“ Stanno i giorni futuri innanzi a noi, come una fila di candele accese –

dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato, penosa riga di candele spente:

le più vicine danno fumo ancora, fredde, disfatte e storte.

Non le voglie vedere: m’accora il loro aspetto,

la memoria m’accora del loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, che io non scorga, in un brivido,

come s’allunga presto la tenebrosa riga,

come crescono presto le mie candele spente.”

 

L’angoscia per il tempo che passa, per i giorni che si perdono e non tornano diventa fumo di candele, ansia, paura del futuro, distanza dal quotidiano e terrore, puro terrore, per la maturità, l’anzianità, per i giorni andati.

“Come crescono presto le mie candele spente”.

Sembra un sospiro, quello di Kavafis, una improvvisa presa di coscienza che le candele spente non possono essere riaccese e forse, in questo sospiro diventato poesia, si nasconde anche la consapevolezza di aver usato le candele in maniera sbagliata, di non aver dato ad ogni candela, ovvero ad ogni giorno, il suo giusto significato, la sua giusta importanza.

In questo sospiro, in questa fila di candele spente ed in questo fumo forse si nasconde una distanza più profonda tra un approccio edonistico ed una visione ebraica del tempo, dei giorni che passano e che vanno significati, uno per uno, e non solo sfruttati come candele accese che si consumano e che lasciano solo fumo.

L’ebreo devoto durante il periodo dell’Omer non si angoscia per i giorni che passano ma li conta. Uno ad uno. E per ognuno di essi ha il dovere di recitare una berachà. La sera, dopo il tramonto, quando l’operosità della giornata si conclude e quando come è scritto nel libro di Giobbe: “ L’intorpidimento si impadronisce degli uomini” l’ebreo recita una berachà sulla giornata trascorsa,  benedicendo e contando il giorno che inizia. “Oggi è il primo giorno dell’Omer…il secondo il terzo…la prima settimana…” Lo scorrere dei giorni tra Pesach e Shavuot somiglia alle perle di una collana, ai diamanti, a gioielli preziosi sotto le dita di un intenditore. Non si tratta come vuole Kavafis di candele accese, di mozziconi fumanti ma di tempo investito, utilizzato al meglio e benedetto nell’esatto momento in cui si conclude, seppur temporaneamente, l’attività lavorativa dell’uomo. Il conteggio dell’Omer nell’esatto momento in cui trasforma la sera in un momento di benedizione tra il passaggio da una giornata ebraica all’altra,  insegna all’uomo il valore del tempo. Un valore che, come scrive il Rav Yosef Dov Solovietchik zzl,  l’ebreo conosce molto bene. Il popolo ebraico conta da sempre il tempo e significa il tempo in maniera costante. Lo shabbat è il risultato di sette giorni contati, come Rosh Chodesh lo è del mese, Rosh HaShanà dell’anno ed a seguire ci sono poi gli anni sabbatici e lo Yovel, il Giubileo. Al contrario di Kavafis, al contrario di molta parte della cultura occidentale, l’ebreo devoto guarda alle candele che sono già accese e non distoglie lo sguardo da loro, conta persino le candele consumate e non vede il fumo, ma impara da esse, ne fa tesoro, perché non le ha lasciate spegnere senza coscienza, ma ha dato ad ognuno di quelle candele, ad ognuno dei giorni il suo giusto valore ed il suo giusto senso. La sfida per l’uomo credente non sta nell’eterna giovinezza o nel rendere eterni gli attimi di piacere o di felicità, la sfida sta nel significare ogni attimo, ogni istante e di benedire Hashem per tutti gli istanti della nostra vita, tutti i momenti che abbiamo vissuto e che viviamo al meglio, nel senso più profondo e meno materialista possibile. Nel contare i giorni dell’Omer l’ebreo invoca inconsapevolmente il Salmo 90: “Insegnaci a contare i nostri giorni così che acquisteremo un cuore sapiente.” Ed un cuore che sa è un cuore che non teme i giorni, ma li santifica.

Ricordare di essere liberi.

Il Seder di Pesach nei suoi ritmi e nelle sue quattro fasi e quattro coppe di vino si rifà al symposium greco-romano. Storicamente però l’analogia tra banchetto romano e Seder di Pesach si è mutata con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 dell’E.V. Fino a prima della distruzione del Tempio il rito pasquale aveva come elemento centrale il korban pesach, il sacrificio pasquale, quindi, come nel simposio romano, solo alla fine del pasto, alla comissatio, si apriva una vera e propria discussione e riflessione sui testi, sulla cena e sul racconto dell’Esodo.  In un certo senso il Seder prima della distruzione del Tempio aveva una sua logica temporale che i Maestri hanno poi capovolto: è infatti molto più logico che solo alla fine del pasto si ponessero le quattro domande del “Ma Nishtana”, perché solo dopo aver mangiato ci si rende conto che sulla tavola c’è solo matzà e non chametz, che si mangia solo il maror, che si intinge la verdura due volte e che si mangia stesi sul triclinio. Perché i Maestri hanno capovolto i tempi del Seder ed hanno anticipato il racconto all’inizio del pasto e non più  alla sua fine? Di fatto al nostro Seder, da circa duemila anni, manca l’elemento centrale ovvero il korban pesach, la vera mitzvà che caratterizzava il Seder dei nostri padri ed il racconto diviene di fatto l’elemento centrale, sia dal punto di vista educativo che da quello storico.  Noi raccontiamo prima, ricordiamo prima, studiamo prima e poi mangiamo. Noi poniamo le domande prima ancora di agire, perché di fatto le nostre azioni, dopo la distruzione del Tempio sono limitate e prendono il loro senso solo nel ricordo e nella immedesimazione con la liberazione dalla schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Oggi noi non abbiamo più la possibilità di mettere in pratica la mitzvà del sacrificio pasquale ed il Tempio è distrutto, però  possiamo e dobbiamo  investire tutte le nostre energie spirituali nel racconto, nello studio dell’evento storico della formazione e della liberazione del nostro popolo. L’empatia, la solidarietà, la condivisione identitaria, l’immedesimazione nella memoria della libertà sono gli elementi che caratterizzano oggi il nostro Seder di Pesach e sono oggi l’essenza della mitzvà che compiamo durante il Seder stesso.

Scrive rav Yosef Dov Solovietchik zzl: “L’organizzazione del Seder, la sera di Pesach è dedicata nella sua essenza a rinnovare l’esperienza dell’uscita dall’Egitto mentre nel resto dei giorni dell’anno noi abbiamo l’obbligo di ricordarla quotidianamente nelle nostre preghiere.” Il rinnovamento della memoria e dell’esperienza della memoria della libertà sono le caratteristiche degli eventi di Pesach: durante l’anno ne celebriamo il ricordo,a Pesach siamo parte dell’evento e non del ricordo. La sera del Seder le persone riunite intorno al piatto con erba amara, matzot,  zampa d’agnello, uovo, charoset e carpas non sono solo dei celebranti ma sono studiosi, sono una comunità che studia, insegna, riflette e forma se stessa attraverso la lettura dell’Haggadà. “Nel Seder celebrato nel contesto comunitario l’individuo condivide con il suo prossimo non solo i suoi beni materiali bensì anche se stesso, il suo tesoro spirituale, le sue idee, le sue esperienze, le sue aspettative e speranze. La comunità della sera del Seder è una comunità che studia, insegna, che si comporta secondo la dimensione più alta dell’amore. […] Per creare una Comunità di questo tipo sostengono i nostri maestri ci dovranno essere parole di Torà in ogni pasto. ( Mishnà, Pirkè Avot 3,3.)” ( Rav Y.D. Solovietchik zzl) La vera sfida in vista della preparazione per Pesach non è solo la kasherut e la impegnativa preparazione fisica alla festività con la eliminazione del chametz, la più alta sfida intellettuale ed identitaria di Pesach è cogliere il pieno significato dell’essere liberi, dell’essere parte reale dell’evento storico e del sentire il legame con il nostro passato collettivo non perché discendenti di schiavi perseguitati ma perché figli di uomini e donne liberati da Dio per divenire un popolo responsabile.

 “Quando noi dichiariamo “ in ogni generazione” noi sottolineiamo il nostro legame intimo con il passato e l’esperienza retrospettiva dell’ evento passato, come se noi stessi  ne avessimo preso parte. Questa relazione rispetto alla storia ci obbliga a lodare e ringraziare il Padrone dell’Universo. Francamente questa halachà è difficile da rispettare. Non è così difficile mangiare maza o maror. “ In ogni generazione” però non è una mitzva legata al cibo, è una sensazione, un sentimento, uno stato d’animo. Noi dobbiamo risvegliare i nostri sentimenti e sentire una qualsiasi vicinanza alla storia ebraica. Questa è la partecipazione dell’uomo moderno vivente rispetto ad avvenimenti antichi nel tempo. La mitzvà di fatto più complicata”.(Rav Y.D. Solovietchik zzl). La preparazione fisica a Pesach non può non tener conto della grande sfida halachica che ci attende: “Ricordare non per essere liberi, ma ricordare di essere ebraicamente liberi.