Il dramma di ciò che non cambia – Commento alla Parashà Mikketz

Rav P.P.Punturelloהורד

“Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. 2 Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi. 3 Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. 4 Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò.5 Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. 6 Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente spuntavano dopo quelle. 7 Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno.” (Genesi 41, 1-7)

Ogni volta che leggiamo il racconto di questo terribile sogno che ha turbato il sonno del faraone siamo concentrati nella comprensione del messaggio del sogno stesso e ci soffermiamo sulle immagini di fame, pestilenza, carestia che i simboli, vacche brutte e magre e spighe vuote ed arse, ci offrono. Continue reading “Il dramma di ciò che non cambia – Commento alla Parashà Mikketz”

I Maestri ci hanno mentito

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Anzi, diciamolo meglio, i Maestri hanno omesso un dolorosa verità quando ci hanno trasmesso la memoria degli eventi storici di Channukkà e dobbiamo capire il perché di questa omissione, se vogliamo cogliere l’essenza della festa.

Le tradizioni popolari Ebraiche  ci raccontano gli eventi di Channukkà in maniera quasi infantile, come fossimo bambini, proteggendo la nostra innocenza e selezionando la memoria dei fatti.

Un posto centrale nel racconto storico di Channukà in Shabbat 31b è occupato dal miracolo dell’olio quando i Maestri affermano senza mezzi termini che: “Quando i Greci entrarono nel Santuario resero impuri tutti gli oli che si trovavano in esso e quando la casa reale dei Chasmonaim ebbe il sopravvento e li sconfisse cercarono nel Tempio e non trovarono se non una ampolla d’olio che aveva ancora il sigillo del Sommo Sacerdote. Essa però conteneva olio sufficiente per accendere un solo giorno: avvenne un miracolo e accesero con esso per otto giorni. L’anno successivo stabilirono che questi giorni fossero giorni di festa con inni di lode e ringraziamento.” Continue reading “I Maestri ci hanno mentito”

Un matrimonio ebraico in Polonia

Brian Blumsafe_image

Quando Chaim Kobylinski e Dvora Loksova si sono sposati alla fine del mese scorso a Varsavia, la cerimonia è stata molto di più di una semplice unione tra due ragazzi Ebrei innamorati. Piuttosto, il loro matrimonio è servito da simbolo dell’importante rinascita della vita ebraica in un luogo dove il 90 per cento della popolazione ebraica è stato assassinato durante l’Olocausto.

Il presidente di Shavei Israel, Michael Freund, è stato presente al matrimonio di Chaim e Dvora. “Molti hanno creduto che l’Olocausto sia stato un colpo troppo forte per lo sviluppo della vita ebraica in Polonia” racconta. “E invece, eccoci qua, a cantare e ballare a ritmo di musica ebraica tradizionale, con Chaim e Dvora che si sposano sotto la chuppah nel cortile della Scuola Ebraica di Varsavia”. Continue reading “Un matrimonio ebraico in Polonia”

“Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev

Rav Avi Baumol 

I fratelli di Giuseppe, figli di Giacobbe, hanno commesso uno dei delitti peggiori, quasi un peccato mortale, e poi tra le urla e le sofferenze del fratello, si sono seduti a mangiare.

La Torah non ci parla di quando le persone si mettessero a mangiare. Tutti noi pensiamo che mangiare sia qualcosa di ovvio, pensiamo che una volta si mangiava come ora. Dunque, esclusa qualche occasione speciale, nella quale si ricorda di Abramo che spezza il pane in occasione della nascita del figlio; o di Giacobbe e Labano che finalizzano la pace tra loro… – non dovremmo avere racconti su una questione terrena come il mangiare. Ma qui l’occasione è particolare, i fratelli cambiano il corso della storia ebraica, consumano il pasto, spezzano il pane spezzando al contempo il cuore del padre. Continue reading ““Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev”

Shavei Israel si sposta nella nuova sede

Brian Blum

Dopo dieci anni nell’edificio Heichal Shlomo, adiacente alla Grande Sinagoga di Gerusalemme, Shavei Israel si è spostato negli uffici nuovi e più spaziosi.

Il cambio della sede era oramai necessario: le sempre più numerose attività di Shavei Israel in Israele e all’estero, assieme al crescente numero di comunità che l’organizzazione sostiene, hanno fatto capire quanto fosse necessario ampliare i nostri uffici.

Adesso l’ufficio di Gerusalemme di Shavei Israel si trova in via Am V’Olamo 3, nella zona commerciale di Givat Shaul. Si trovano qui anche il Machon Miriam Spagnolo di Shavei Israel e l’Istituto per la Conversione e il Ritorno di Lingua Portoghese. Il Machon Miriam adesso è posizionato più vicino ai luoghi di residenza dei suoi studenti e a diverse importanti yeshivot, come il Machon Meir, a pochi passi di distanza. Continue reading “Shavei Israel si sposta nella nuova sede”

Aggiornamenti dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale: 40 Bnei Anousim partecipano allo Shabbaton, in attesa di Hanukkah

Brian Blum

Quaranta Bnei Anousim dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale hanno partecipato allo Shabbaton di due giorni, organizzato da Shavei Israel alla fine di ottobre. L’incontro si è tenuto a Palermo, da dove veniva la maggior parte dei partecipanti, riferisce l’emissario nella regione di Shavei Israel, Rabbi Pinchas Punturello. Gli altri aderenti sono arrivati da Catania e da altre città della Sicilia, ma anche dalla Calabria.

La presenza di Shavei Israel si è sentita durante tutto il fine settimana. Tre giovani uomini – Carlo, Marco e Salvo – già ospiti a Gerusalemme quest’anno, per un seminario offerto da Shavei Israel per i Bnei Anousim italiani (vedi qui il nostro report), hanno preparato le drashot (discorsi sulla porzione di Torah della settimana), esposte alla tavola di Shabbat.

E’ stata anche la prima volta che i partecipanti hanno avuto occasione di usare i nuovi birkonim italiani (libri di preghiere e canti), che Shavei Israel ha recentemente pubblicato (vedi qui il nostro report). Rabbi Punturello scrive che i birkonim “hanno avuto un posto d’onore alla nostra tavola”.

Oltre ai discorsi sulla Torah, il cibo kosher e alla bella socializzazione, la comunità ha studiato e cantato canzoni in tre lingue – italiano, ebraico e ladino (la lingua ibrida ebraico-spagnola) – “per tutto il tempo, dall’accensione delle candele per cominciare lo Shabbat, fino alla fine del weekend con l’Havdalah”, aggiunge Rabbi Punturello.

Quali sono i prossimi impegni per i Bnei Anousim in Sicilia? Nella seconda settimana di Dicembre, la comunità ospiterà un gruppo di ebrei da Milano, che visiteranno l’Italia Meridionale, con lo scopo di conoscere meglio il lavoro di Shavei Israel nella regione.

E’ un evento importante.

“E’ la prima volta che una grande organizzazione ebraica italiana incontra ufficialmente alcune delle persone che Shavei Israel sta accompagnando nel loro “ritorno a casa””, dice Rabbi Punturello. Sessanta partecipanti da Milano e cinquanta da Palermo e Catania prenderanno parte all’incontro.

Quindi per Hanukkah, Shavei Israel ritornerà al nefando Palazzo Steri, l’edificio che fu quartiere generale dell’Inquisizione a Palermo tra il 1601 e il 1782, e che è stato anche prigione per gli ebrei in attesa della morte nel terribile auto da fe – bruciati sul rogo. L’anno scorso, Rabbi Punturello, ha accompagnato circa 200 Bnei Anousim, accendendo la hanukiah (il candelabro di Hanukkah) nell’ex carcere per la prima volta in assoluto. Abbiamo parlato di quell’evento qui e qui e abbiamo le foto dell’accensione delle candele qui.

Guardando al 2015, Rabbi Punturello sta collaborando con il sindaco di Palermo e con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) per istituire il centro ufficiale dei Bnei Anousim della Sicilia e Italia Meridionale. Ne parleremo ulteriormente seguendo gli sviluppi del processo.

Le misure della Sukkà, le misure del nostro spazio.

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La normativa ebraica è molto precisa rispetto alle misure della sukkà, mitzvà tra le più coinvolgenti e fisicamente impegnative del calendario ebraico.
Apre la discussione il trattato della Mishnà, Sukkà 1,1, dicendo: “Una sukkà alta più di 20 amot è invalida.” Ovviamente segue subito la contro riflessione halachica di rabbi Yehuda che invece permette una sukkà alta più di venti amot, ovvero più alta di circa 11 metri.
Dove ed in cosa si manifesta la differenzatra le due opinioni? I commentatori della Mishnà ci portano alla fonte ovvero al teso biblico, dove è detto: “ Celebrerai per te la festa di Sukkot per sette giorni” (Deuteronomio 16, 14). Questa dimensione temporale limitata, i sette giorni della festa, per alcuni commentatori, definisce la sukkà come residenza temporanea, che quindi non può essere alta più di dieci metri altrimenti avrebbe bisogno di una stabilità tale da diventare una residenza fissa cioè una costruzione con una struttura più alta di dieci metri. Questo è il punto interpretativo di rabbi Yehuda che vede nella sukkà una residenza stabile per i sette giorni della festa e quindi con la possibilità di essere alta più di dieci metri.
Il filo logico di questa interpretazione, tra residenza temporanea al di sotto dei dieci metri d’altezza, e residenza stabile, che può essere più alta di dieci metri, è comune a molti commentatori della Mishnà: Rambam, Rav Ovadya da Bertinoro e i Tosafot che sottolineano come la presenza di 20 amot obblighi una persona a porre pareti e strutture forti e stabili su di una costruzione che dovrebbe, invece, richiamare la fragilità.
La smisurata altezza della sukkà di fatto snatura una mitzvà che è legata agli spazi e dove ogni singolo spazio significa, definisce e determina. Ciò che è troppo alto, ampio e innalzato fa perdere il senso degli spazi e della stabilità, quasi come se una altezza fuori misura renda fuori misura lo sguardo dell’uomo all’interno della sukkà, ovvero all’interno del mondo nel quale usciamo a vivere per sette giorni.
In questo senso leggerei la Ghemarà di Sukkà 2a: “ Insegna Rava: “E’ scritto nella Torà: “Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43) Fino a quando risiede in una sukkà alta meno di 20 amot, la persona è cosciente di abitare in una sukkà, al di sopra delle venti amot, nessuno si rende conto di risiedere in una sukkà perché “l’occhio non ha controllo su di essa.” Torna nella Ghemarà il senso dello sguardo con un nuovo spunto di riflessione: la coscienza del nostro spazio nella Storia, nella società e nella sukkà stessa.
Quando la Torà ci impone la mitzvà della sukkà, la lega al “sapere”, all’avere una coscienza storica del nostro percorso come popolo: ““Affinché sappiano le vostre generazioni future che in sukkot ho fatto risiedere i figli di Israele quando li ho fatti uscire dalla terra di Egitto, Io sono l’Eterno vostro Dio.” (Levitico 23, 43). Non si tratta, come per altre mitzvot, di un ricordo storico, bensì di una coscienza storica: le future generazioni che non hanno conosciuto l’uscita dall’Egitto entrando in sukkà sapranno e vivranno quello spazio con la sua fragilità ma anche il potente messaggio nascosto in esso.
Nel momento in cui la sukkà è troppo alta perde il senso della propria fragilità e porta con sé messaggi distorti e rischiosi. Potremmo pensare che una sukkà piccola sia invece il miglior luogo di espressione per questi stessi messaggi, ma non è cosi perché esistono misure minime al di sotto delle quali l’halachà invalida una sukkà: sotto una altezza 82 centimetri e larghezza di 58 per 58 centimetri lo spazio della sukkà non è accettabile.
Abbiamo limiti verso spazi troppo ampi e limiti verso spazi troppo angusti. Abbiamo confini per ego spropositati e limiti al di sotto dei quali una personalità non deve essere annullata. Perché la sukkà è una palestra spirituale e mentale tra ego e personalità, tra spazio delle cose e spazio della persona. Costruire una sukkà a fine stagione del raccolto, viverci per sette giorni, richiamando quindi i gesti di una cultura contadina ancestrale significa allenare le nostre anime ed i nostri cervelli al senso del limite, significa affermare con una mitzvà pubblica, invasiva, esteriore e visibile che noi crediamo fermamente nel lavoro dell’uomo ma crediamo ancora più fermamente nella onnipotenza di Dio, vera fonte di ogni frutto, prodotto della terra e di ogni tipo di “raccolto” lavorativo. Entriamo, in una stagione avviata verso le piogge, in una sukkà, in una residenza fragile ed instabile per educarci al limite, per imporre alla “cosa” ovvero all’ego il senso della “persona” ovvero della spiritualità, di uno sguardo che vada al di là della struttura-sukkà perché di fatto ha coscienza delle misure della stessa struttura. Una sukkà fuori misura renderebbe ogni sguardo non cosciente, senza limiti, pronto a toccare il senso dell’onnipotenza ed a farlo proprio, nutrendo in questo modo l’essere “cosa”, ovvero l’ego, e non affinando la personalità, cioè l’essere persona, l’essere umano dotato di coscienza e capacità di comprensione.
Di contro una sukkà troppo piccola, oltre ad essere scomoda per la stessa osservanza della mitzvà, andrebbe a schiacciare la persona, a calpestare la personalità ovvero il giusto spazio che essa deve occupare nel mondo in termini di produttività, presenza morale, culturale, sociale: in una sukkà troppo piccola lo spazio umano sarebbe nullo, mentre la Torà ci chiede di esprimere in termini positivi questo spazio.
Nella distanza tra ego e personalità, tra persone e cose si sviluppano le misure della sukkà.
L’ego, qualunque sia lo spazio nel quale si esprime è chiaramente l’elemento fuori misura, inaccettabile, l’ostacolo ad ogni condivisione umana di spazi e di coscienza della presenza di Dio in questi spazi.
La personalità è invece la misura di questi spazi tutti umani e quindi tutti diversi tra loro dove la relazione con Dio e con gli altri non trova ostacoli, ma si esprime con misure diverse, tutte kasher.
Più ancora che la misure della sukkà ciò che richiama il messaggio morale che essa ci trasmette è l’ombra della sukkà, un’ombra che è un chiaro richiamo a Dio, Ombra per eccellenza, fresco riparo per ogni affanno umano. Continuando a scorrere le parole della stessa pagina della Ghemarà citata prima arriviamo all’opinione di rabbi Zera che afferma: “Fino ad una altezza di venti amòt, la persona siede all’ombra della sukkà, al di sopra delle venti amòt la persona siede all’ombra delle pareti e non della sukkà”, ovvero del tetto, lo schach della sukkà che è l’essenza della mitzvà stessa.
L’ombra del tetto della sukkà diviene in questo modo il simbolo di una identità ebraica “personale” che si fa ombra con valori ebraici reali, condivisi, moralmente esemplari, eticamente validi. Le pareti della sukkà sono, invece, solo gli strumenti che reggono questi valori e l’ombra di una identità strumentale, che profitta dei valori ma non li fa propri e che si esprime attraverso i mezzi perdendo di vista lo scopo o avendo altri scopi al di là della morale è l’espressione non valida per ogni tipo di sukkà, perché non si tratta di una misura personale, bensì personalistica.

Fare teshuvà su Facebook. Nonostante Facebook.

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Dieci regole su come profittare dei giorni di Rosh HaShanà e Yom Kippur e fare teshuvà usando Facebook in maniera ebraica, senza per questo essere di dura cervice.

1. Non scrivere post offensivi. Quando leggi: “A cosa stai pensando…” sappi che Facebook non vuole una confessione dei tuoi pensieri e delle tue opinioni sugli altri. Vuole che tu racconti un po’ di te senza offendere il resto del mondo. Facebook non è un palcoscenico, è un balcone da dove si guarda il mondo e si viene, a nostra volta, guardati.
2. Non devi esprimere “like” a caso. Cliccando “like” esprimi il tuo assenso ed il tuo assenso può diventare un’arma: dietro ogni tuo “like” ci sei tu, la tua cultura, la tua storia, il tuo modus vivendi. Non svenderti con un click.
3. Non devi per forza di cose commentare tutto ciò che ti appare in bacheca. Comportati come se fossi a dieta: mangeresti qualunque cosa ti passi sotto il naso? Limita i commenti come fossero bocconi di cibo: la bulimia di interventi, di gruppi, di forum non fa bene a te e non fa bene neanche agli altri.
4. Non lanciare link come fossero dardi o peggio ancora trappole per topi. Scegli, leggi, valuta e poi condividi. Il tuo balcone deve essere armonioso e non una accozzaglia di fiori e colori improponibili.
5. Non taggare il venerdì mezzo mondo augurando: “Shabbat Shalom” e la domenica l’altra metà del mondo gridando: “Buona Domenica” ed il sabato sera tutti quelli che non hai taggato esclamando: “Buon week end.” Sappiamo tutti come è fatta una settimana, lascia i tag per notizie o foto più importanti.
6. Non fotografare ogni cosa che mangi, ogni cosa che compri, ogni attimo di ogni bimbo, cagnolino, canarino, criceto, torta, biscotto, briciola di pane o pizza che ti appartiene e che è passata per casa tua. E se proprio vuoi fotografare, fallo, ma non pubblicare ogni secondo di ogni attimo della tua vita: lascia agli altri la possibilità di immaginare il tuo mondo, non donarcelo come se non fosse tuo.
7. Non urlare allo scandalo se qualcuno non è d’accordo con te, non attaccarlo, inondarlo di parole, di link, di messaggi, di interventi taglienti come spade di samurai e cattivi come i topi di una stiva di un galeone spagnolo del 1600. Stai tranquillo sul tuo balcone, bevi il tuo caffè e se non ti piace quello che hai letto o che vedi, accosta un po’ le persiane. Entrerà sicuramente meno luce, ma a volte il sole può essere fastidioso.
8. Non usare la ricerca degli amici come una canna da pesca e non eliminare ogni persona che non è stata in pieno accordo con te o che non ti ha chiesto nell’ultima giornata almeno otto volte: “Come stai?”. Gli amici, anche quelli virtuali, vanno incontrati e non pescati come trote in un barile e per quanto riguarda le attenzioni che non hai avuto, sappi che esiste ancora qualcuno che controlla Facebook un paio di volte al giorno, non di più. Accettalo, comprendilo e forse ammiralo.
9. Non collegare sempre i tuoi scritti a YouTube, twitter, instagram, vitagram, milligram…non puoi essere Uno, Multiplo ed in ogni dove. Come è stato già detto: “Sappi che Dio esiste e non sei tu e non è su Facebook.” Rilassati.
10. Prometti che farai un buon uso di queste regole e prometti che chiederai scusa ad ogni utente di Facebook che negli ultimi dodici mesi hai offeso in un forum, in una chat, sulla sua bachecha, sulla bacheca di un altro oppure twittando, splittando o usando chissà quale altro mezzo da tastiera. Lancia le tue scuse attraverso tutti i canali di comunicazione a te accessibili e fai in modo che il tuo tempo, da ora in poi sia virtualmente reale e realmente tuo. Non puoi stare sempre in balcone: perdi di vista il fatto che hai una casa, un salotto, una cucina, un bagno e soprattutto una libreria. Sfoglia almeno un libro al mese. E dopo commentalo su Facebook.

Dal primo di Elul ad Hoshana Rabba: sono solo con tutti gli altri.

Io credo in Dio e credo fermamente che Dio sia sempre pronto ad ascoltarmi. Sempre. Perché le porte che accolgono il nostro ritorno ovvero la nostra teshuvà sono sempre aperte. Allora perché i Maestri insistono così tanto sulla importanza del mese di Elul e della teshuvà compiuta in questi giorni ? Perché le selichot, le preghiere penitenziali e di riflessione interiore, sono recitate durante il mese di Elul fino a Yom Kippur ( per essere poi ripetute la mattina di Hoshana Rabba)? In parole più semplici: se le porte della teshuvà non si chiudono mai, che senso ha insistere su un determinato periodo indicandolo come il migliore per un’autoanalisi, per una ricerca interiore, per una seria riflessione sulle nostre azioni? Rambam, Maimonide, ci aiuta a dare una risposta a queste domande quando afferma nelle Hilchot Teshuva 2, 7 che sebbene le suppliche siano sempre efficaci è nei giorni di Elul e nei giorni tra Rosh HaShanà e Yom Kippur che sono più veloci ed infatti è scritto: “Cercate Dio quando Egli si fa trovare, chiamatelo quando è vicino. (Isaia 55,6). A chi si riferisce questo versetto? Al singolo. All’Ebreo solo e non alla Comunità, perché una Comunità che invoca e cerca Dio viene sempre esaudita come è detto: “Qual è il grande popolo al quale Dio è vicino come il Signore nostro è vicino a noi ogni qual volta lo invochiamo?” Deuteronomio 4,7.

Se quindi il “popolo” è sempre ascoltato, in quanto collettività unita che invoca Dio ( e sull’unità del popolo potremmo dire molto dato che non è un elemento scontato ma qualcosa sulla quale lavorare ogni giorno), il singolo deve invece “profittare” di questi giorni e cercare Dio, avvicinarsi a Lui, che come cantano i chassidim in questi giorni è come un Re che sta nel campo, che quindi è più facile da incontrare, rispetto a quando è seduto sul trono nel suo palazzo. In questa relazione tra singolo e collettività vanno ricercati i passi dell’uomo durante il mese di Elul, אלול, che in ebraico nasconde il legame di אני לדודי ודודי לי , Io sono per il mio Amato ed il mio Amato è per me (Cantico di Cantici 6,3) dove il mio “Io”, l’ego viene incanalato ad incontrare il mio Amato ovvero Dio e non usato per me stesso. Come a dire che il singolo, ovvero l’ego di ognuno di noi, durante i giorni che portano alla teshuvà si piega all’unica realtà esistente, quella del Creatore e smette di essere una forma di espressione individualista, sebbene ognuno di noi individualmente lavori su stesso per incontrare Dio. Lavorare individualmente però non significa lavorare in solitudine, perché se è vero che la teshuvà di questi giorni ha a che fare con la mia sfera intima, personale, privata, è anche vero che la mia teshuvà influenza la sfera pubblica nella quale vivo, la mia collettività, la mia comunità.

Nel trattato di Rosh HaShanà è scritto: “ A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Cosa vuol dire come un gregge, in ebraico כבני מרון? Nella Ghemarà di Rosh HaShanà la discussione prende tre strade diverse, una che porta alla traduzione di Babilonia e dice che כבני מרון vuol dire esattamente come un gregge, Resh Lakish invece afferma che si tratta della salita di Meron, un percorso stretto dove si cammina in fila indiana, un passo dopo l’altro, Rav Yehuda invece interpreta come “i soldati dell’esercito di Re Davide”.

Quale che sia la strada interpretativa che scegliamo in tutte troviamo elementi di riflessione sul rapporto tra il singolo e la comunità. Sia il gregge che l’impervio percorso, che l’unità di soldati portano con loro una dimensione collettiva, il senso dell’insieme delle pecore, dei soldati o del gruppo che cammina sull’impervio percorso e portano contemporaneamente una dimensione personale: la pecora del gregge, il soldato dell’unità, il singolo solo sul percorso. Chi sorveglia il gregge, Il Pastore o chi dirige il gruppo o l’unità militare ha su di essi uno sguardo di insieme ma anche la preoccupazione per ognuno di loro, per ogni pecora, per ogni soldato, per ogni passo sul ciglio del dirupo. Perché per il Pastore ogni pecora ha la sua importanza che si ritrova poi nell’insieme ed ogni passo sbagliato sul ciglio del dirupo così come ogni mossa sbagliata di un soldato può avere una cattiva influenza e terribili conseguenze per l’insieme stesso. Di contro la singola pecora, il singolo soldato, il singolo scalatore ha una visione limitata delle cose e non può obiettivamente preoccuparsi per tutti mentre è impegnato a camminare in bilico o mentre cammina per tornare all’ovile senza perdersi. Eppure anche solo il fatto che il singolo soldato stia attento a se stesso esprime grande amore per il resto dell’unità, perché comportandosi responsabilmente fa in modo che l’unità sia positivamente influenzata dal suo giusto comportamento e non ne paghi conseguenze negative. Perché i comportamenti ed i valori del singolo fissano e condizionano anche quelli della collettività, quindi sebbene il singolo non possa e non debba avere lo sguardo onnisciente di Dio deve però avere coscienza di quello che fa, quando lo fa e che influenze può avere sugli altri. Il cammino della teshuvà è quindi personale, ma anche profondamente multiplo, perché la teshuvà del singolo, l’agire del singolo insegna e segna anche la collettività. Il sacrificio di Isacco fu un gesto privato le cui positive conseguenze sono ancora il grande merito del nostro popolo attraverso il quale chiediamo perdono a Dio. Ecco quindi il senso delle selichot, suppliche da dire con minian, con dieci uomini in preghiera, con la forza della collettività che è sempre ascoltata ma che in questi giorni è formata da singoli in cammino verso se stessi e verso l’armonia con gli altri. Possiamo allora comprendere meglio il versetto che accompagna la descrizione dell’umanità nel giorno di Rosh HaShanà: “A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון ) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Il Creatore ci vede passare come singoli, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni e come singoli ci protegge, analizzando ogni nostro cuore ma sommando i meriti collettivi delle nostre azioni. Seguendo questo intreccio tra cuore personale ed azione collettiva ognuno di noi deve comprendere oggi più che mai che il singolo è solo quando sceglie di rispondere solo alle necessità del proprio ego e lo ingrandisce a dismisura riducendo lo spazio di azione ed incontro con gli altri e quindi anche con la somma dei meriti collettivi. Cosa resta ad un ego fuori misura? Un cuore solitario che verrà messo sotto esame senza il vantaggio e la forza del popolo.

Che Dio iscriva tutti noi, come fossimo uno,nel libro della vita, in pace ed in un anno buono.
Rav Pierpaolo Pinhas Punturello.