Parashat Behar Sinai-Bechukkotai

שנת-היובל“Santificherete il cinquantesimo anno e proclamerete la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e ognuno di voi tornerà nella sua famiglia.”

Con queste parole il versetto 10 del capitolo 25 del Levitico descrive la dichiarazione dell’anno del Giubileo: un anno di liberazione per tutti i suoi abitanti. La parola ebraica libertà usata in questo contesto è DROR e tenendo presente che nell’ebraico biblico ed in quello post biblico esistono altre due parole per indicare la libertà (chofesh e cherut) dovremmo chiederci perché nel linguaggio della Torà la libertà dell’anno del Giubileo è dror e non altra.

Il grande commentatore Rashì cita in loco una fonte e spiega in questo modo: “ Insegna Rabbi Yehuda: “Cosa significa DROR? Come chi abita in un luogo di residenza qualsiasi, che abita quindi ovunque egli voglia senza essere sottoposto ad altri.”

Ibn Ezra, commentatore medioevale spagnolo offre un secondo spunto di riflessione: “ Dror è risaputo che significa libero come è detto in Proverbi 26, 2 rispetto alla libertà di volo degli uccelli. Così come un piccolo passero canta quanto è libero nel suo luogo di residenza, si lascia invece morire di fame se è nelle mani dell’uomo.”

Sembrerebbe quindi che il senso delle libertà vista dalla parole dror sia legato alla capacità ed al diritto dell’uomo di mouversi e di risiedere dove preferisce, un diritto che per Ibn Ezra deriva quasi dalla natura nel paragone che lui compie con il mondo degli uccelli. Continue reading “Parashat Behar Sinai-Bechukkotai”

Un ebreo di El Salvador: “Sono fiero di far parte del popolo di Israele”

di Yori Yalon (Israel Hayom)

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Il gruppo di El Salvador durante uno degli ultimi Shabbaton

Circa 300 salvadoregni, discendenti dei conversos spagnoli, osservano le leggi ebraiche e sognano di vivere in Israele. “Mi volevo connettere con il Creatore e ho capito che i Dieci Comandamenti fossero il migliore modo per farlo”, ci dice il capo della comunità.

Centinaia di anni dopo che i loro antenati sono fuggiti dalla Spagna, circa 300 discendenti dei conversos vivono in El Salvador come comunità vivace, osservando l’ebraismo ortodosso, lo Shabbat, e sognando di convertirsi e immigrare in Israele da ebrei.

La comunità ha costruito una sinagoga nella capitale, San Salvador, chiamandola Beit Israel. Anche se la congregazione è sparsa per tutta la città, un minyan (quorum per pregare) di fedeli, si raccoglie lì tre volte al giorno per le preghiere e il Venerdì, vigilia di Shabbat; si raccolgono nell’edificio che ospita la sinagoga e dormono nella lobby centrale, per evitare di non rispettare lo Shabbat. Continue reading “Un ebreo di El Salvador: “Sono fiero di far parte del popolo di Israele””

Per alcuni ebrei Subbotnik, finalmente il primo viaggio a Gerusalemme

Di Brian Blum

image3-300x225Per quanto incredibile possa sembrare, per alcuni membri della comunità Subbotnik che vivono a Beit Shemesh, un viaggio in giornata a Gerusalemme, organizzato la settimana scorsa da Shavei Israel, ha incluso la loro prima visita al Muro del Pianto. Prima volta o meno, una fermata al Kotel è stata chiaramente il punto centrale per i 28 partecipanti, tutti trasferitisi in Israele da Visoky e zone limitrofe, della Russia meridionale.

Duecento anni fa, ai primi dell’Ottocento, sotto il regno dello zar Alessandro I, migliaia di contadini russi si convertirono all’ebraismo. Il nome “Subbotnik” viene dal loro amore per la “Subbota”, in russo sabato. Molti di loro immigrarono in Israele durante la Seconda Aliyah, ai primi del Novecento e si sono pienamente integrati nella società; l’ondata immigratoria però, degli ebrei dalla Russia meridionale, ultimamente è diminuita. Circa 300 Subbotnik vivono oggi a Beit Shemesh, che si trova a 30 minuti di strada da Gerusalemme. Continue reading “Per alcuni ebrei Subbotnik, finalmente il primo viaggio a Gerusalemme”

Come vivere a testa alta – Parashat Emor

Rav Eliahu Birnbaum

1_169213569In questa parashà ci viene insegnata una formula che richiama l’Ebraismo al suo dovere di mantenere viva la speranza, in modo tale che l’uomo non soccomba nella routine. Ogni persona del popolo di Israele ha il dovere di contare quarantanove giorni dalla seconda notte di Pesach fino a Shavuot per dirigersi alla fine verso il Tempio e presentare le offerte dei Bikkurim , delle primizie.

Il conteggio dell’Omer, delle sette settimane tra Pesach e Shavuot ha certamente un significato pratico per il mondo agricolo: la fine delle sette settimane coincide infatti con il momento della raccolta ed è per questo che a Shavuot le primizie, i “Bikkurim” sono offerte nel Tempio. Ma il conteggio dell’Omer lega e vincola altresì la festa di Pesach con Shavuot, l’uscita dall’Egitto con il dono della Torà: “sefirat haomer” è, di conseguenza, simbolo di un processo incancellabile che si trova al centro tra la libertà fisica e la redenzione spirituale.

Comprendiamo da questo passaggio che la redenzione spirituale non può mai essere istantanea e deve trascorrere un certo periodo affinché venga avvertita come ovvia la sua necessità. Un popolo non può vivere senza una identità culturale, senza una morale, senza leggi, senza precetti, senza norme, senza una coscienza collettiva: sono tutti elementi che accompagnano la mera liberazione fisica ma che necessitano di essere elaborati interiormente. Continue reading “Come vivere a testa alta – Parashat Emor”

Barechu et HaShem hamevorach

Torah_Reading_Sephardic_custom-300x225Chiunque sia stato in sinagoga e abbia ottenuto l’aliyah alla Torah (andare a Sefer) o abbia visto gli altri fare quest’aliyah, ha potuto notare che chi lo fa comincia la berachà con le parole “Barechu et HaShem hamevorach”, cioè “Benedite Hashem, il quale è benedetto”. Ma un uomo può benedire il Dio Infinito? Un uomo è capace di benedire HaShem, che si trova fuori dal tempo e dallo spazio? Com’è possibile?

Cercando nel Tanach (la Bibbia ebraica), troveremo che la parola Barechu (benedite), appare raramente, solo 16 volte in tutto il Tanach. E’ importante notare come la parola Barechu sia più spesso scritta senza la congiunzione “et”, e non come nella berachà sopra citata, nella quale diciamo Barechu et HaShem. Per esempio Dvorah e Barack cantano un inno a HaShem e dicono due volte Barechu HaShem (Giudici, capitolo V). Barechu et Hashem appare nei Salmi, capitolo 135, dove troviamo 4 volte questo accostamento. Qual è quindi la differenza tra Barechu HaShem versus Barechu et HaShem?

Per avere una risposta, dobbiamo quindi capire il senso profondo della parola Barechu, “benedite”. A questo scopo ci aiuteremo con la più antica fonte scritta della Torah Orale, cioè il Targum Jonathan. Continue reading “Barechu et HaShem hamevorach”

Vi presentiamo Emunah e Eden: due nuove “allieve” di Shavei Israel in Myanmar (Birmania)

Di Brian Blum

Gruppo in Myanmar (Birmania)
Gruppo in Myanmar (Birmania)

La distanza tra il villaggio di Kaleymo in Myanmar (Birmania) e la cittadina di Moreh al confine nordorientale dell’India, è poco più di 100 km, di poco conto per noi occidentali. Ma qui, alle pendici dell’Himalaya, dove si deve viaggiare su pericolose strade, piene di tornanti, con i rigidi poliziotti che bloccano ai numerosi posti di frontiera, il viaggio diventa lungo tutta una giornata.

Ma questo non ha fermato Emunah Hanvung e Eden Suantak, due giovani donne Bnei Menashe del Myanmar, ad unirsi al recente seminario di Shavei Israel per gli allievi in India. Il loro sacrificio è già stato ripagato: non appena rientrate dal seminario, hanno subito cominciato a fare visita alle famiglie, insegnando loro canzoni ebraiche e preghiere appena apprese, e distribuendo gli opuscoli con le benedizioni “Birkonim” di che Shavei Israel ha appositamente stampato per i Bnei Menashe. Continue reading “Vi presentiamo Emunah e Eden: due nuove “allieve” di Shavei Israel in Myanmar (Birmania)”

Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim

RavEliahu Birnbaum

2441In questa parashà viene stabilito uno dei pilastri concettuali più importanti dell’Ebraismo e che riguarda l’essenza stessa della vita dell’uomo. “Sarete attenti al compimento delle mitzvot, l’uomo che le osserverà vivrà in esse” dichiara Dio al popolo di Israele. L’espressione “vivrà in esse” definisce una particolare singolarità della religione di Israele rispetto a tutte le altre. L’Ebraismo non solo non offre nessun tributo alla morte, né la idealizza né tantomeno è devoto ad essa, ma la definisce come una sospensione della vita e di tutto il suo corpus normativo e legale. I precetti sono donati all’uomo, all’uomo integro, affinché viva con essi ed interamente in essi, perché egli viva. I precetti perderebbero il loro significato se a causa loro l’uomo smettesse di vivere.

“Pikkuach Nefesh” è l’espressione ebraica che indica una situazione di pericolo per la vita fisica e temporale. Non esiste nella Torà nessuna espressione con la quale sia possibile concepire la morte dello spirito o quella dell’anima. L’unica morte concepibile è quella fisica, quella temporale, e ad essa si riferisce la Torà quanto autorizza la trasgressione delle sue stesse norme se esiste un reale pericolo di vita.

I nostri saggi, esegeti e legislatori, hanno unanimemente sottolineato il rispetto della vita: nulla deve essere posto al di sopra delle “norme per la vita”; deve essere rimosso qualunque ostacolo che possa comportare il benché minimo rischio per la vita. In caso di malattia, di guerra, di situazioni di emergenza, sono proprio i saggi ed i leader spirituali del popolo di Israele che devono agire, annullando tutte le norme dalle quali potrebbe dipendere la perdita anche una sola vita. Continue reading “Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim”

I Bnei Menashe celebrano Yom Ha’atzmaut in India (e a Safed)

Di Brian Blum

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Bambini Bnei Menashe celebrano Yom Ha’atzmaut in India

“Con speranza e preghiera celebriamo Yom Ha’atzmaut quest’anno a Manipur, ma l’anno prossimo a Zion!” scrive il coordinatore per i Bnei Menashe in India – Meital Singson. Questo è stato il tema della Giornata dell’Indipendenza di Israele di quest’anno, celebrata a Manipur, assieme a più di 1500 Bnei Menashe, donne uomini e bambini, che si sono raccolti nel centro B. Vegnom a Churachandpur.

Come in passato, ci sono state canzoni (dalla giovane band “Shining Star Kids” – i ragazzi della stella lucente), molti discorsi, e spettacoli tradizionali in costume delle comunità di Sijang, Tuila, Monglenphai e Phailen. Benjamin Haokip, uno dei nuovi “allievi” di Shavei Israel, ha messo insieme l’intero programma.

L’evento è iniziato con l’alzata della bandiera di Israele e si è concluso con il canto dell’HaTikva, l’inno nazionale israeliano, da parte di tutta la comunità unita. Un altro allievo di Shavei, Yehoshua Buhril, ha guidato una preghiera per lo Stato di Israele e per la salute dei soldati che servono nelle Forze di Difesa Israeliane. La comunità ha anche recitato il Salmo 126, una tradizione iniziata dal presidente di Shavei Israel, Michael Freund, basata sul testo del salmo: “Il Signore fece per noi grandi cose, eravamo felici. Restituisci, o Signore, nel nostro antico stato, come i letti dei torrenti in terra arida rifioriscono dopo le piogge. Coloro che seminano con lacrime, raccoglieranno con giubilo”. Continue reading “I Bnei Menashe celebrano Yom Ha’atzmaut in India (e a Safed)”

E’ stato pubblicato per la prima volta l’opuscolo in polacco, in occasione della Giornata d’Indipendenza d’Israele

di Brian Blum

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Quest’anno gli ebrei in Polonia hanno avuto un’ulteriore motivo per festeggiare la Giornata d’Indipendenza d’Israele: il primo opuscolo in polacco per Yom Ha’atzmaut è stato pubblicato da Shavei Israel. Il libello è stato un vero sforzo di squadra. L’idea è venuta all’emissario di Shavei Israel a Cracovia – Rav Avi Baumol, che ha notato come la comunità ebraica polacca festeggi sempre con gioia la fondazione dello Stato d’Israele, ma non abbia mai avuto la propria guida per quanto riguarda gli usi e le preghiere in polacco legate a questo giorno. Rav Baumol ha quindi preparato e scritto i testi; Olga, una giovane donna polacca, che ha già visitato Israele nel 2014 grazie ad un seminario sponsorizzato da Shavei Israel, lo ha tradotto; e i membri dello staff di Shavei Israel – Tzivia Kusminsky e Esther Surikova si sono occupate della grafica.

Rav Baumol e la sua squadra hanno lavorato velocemente – in meno di tre settimane, hanno creato un libro di 60 pagine, che include articoli su Yom Ha’atzmaut scritti da Rav Baumol, dal rabbino capo della Polonia Michael Schudrich, e dal presidente di Shavei Israel Michael Freund; il testo completo (in polacco e in ebraico con traslitterazione) delle preghiere recitate durante il servizio serale della Giornata dell’Indipendenza; canzoni tradizionali di Eretz Israel da cantare durante il tradizionale pasto festivo dell’Indipendenza; e addirittura alcune ricette israeliane per i falafel e l’insalata di cetrioli e pomodori a cubetti.

50 copie dell’opuscolo sono state stampate e distribuite a Cracovia. Ma la maggior parte della comunità ebraica polacca le scaricherà, per poi stamparle o semplicemente leggere su iphone e ipad (l’opuscolo è gratuito).

Se parli polacco e vorresti avere una tua copia, basta cliccare sul link qui sotto e l’opuscolo sarà tuo.

Opuscolo in polacco per Yom Ha’atzmaut

Felice 67° giorno dell’Indipendenza d’Israele – ovunque voi siate, dalla Polonia al Perù – da tutti noi di Shavei Israel!

Parashat Tazria Metzora

Rav Pinchas Punturello

maxresdefaultIn poche occasioni la Torà stabilisce una relazione lineare di causalità tra una azione commessa ed un castigo ricevuto. Questa parashà ci racconta di una epidemia simile alla lebbra conosciuta in ebraico come “tzaarat” che attacca coloro che incorrono nella calunnia o nella ingiuria (Lashon hara).

“Tzaarat” non è una patologia fisica bensì è la manifestazione esteriore di deviazioni intime dell’individuo, dell’indole morale e spirituale. L’individuo che calunnia o ingiuria è affetto e debilitato, così come tutta la società, nello spargere il germe di un male che porta al suo proprio interno.

La sua condanna è di conseguenza una infermità fisica che lo obbliga ad allontanarsi dall’accampamento, dal popolo, dalla società e deve restare isolato in completa solitudine. Il castigo vuole essere una correzione: obbligandolo a restare solo si spera che l’individuo cominci a dare un reale valore alla necessità di essere in maniera armoniosa parte della società.

L’unico al quale si affida la cura del malato di tzaarat è il cohen, il sacerdote, e non il medico, cosa che riafferma il concetto di infermità spirituale. Continue reading “Parashat Tazria Metzora”