Channukà, la cultura ebraica ed i sette re di Roma.

images

Con l’ingresso, politico e sociale, del potere dei Greco-ellenista dei Tolomei in Eretz Israel, i nostri padri si incontrarono con un problema identitario fino ad allora sconosciuto: il pericolo della schiavitù culturale,  dell’assimiliazione e della scomparsa dell’identità ebraica all’interno della cultura ellenista. Nella storia ebraica l’incontro- scontro con altri popoli ed altre culture aveva già prodotto drammi identitari e pericoli di sopravvivenza a causa dell’attrazione ebraica verso pratiche idolatre, ma questi incontri-scontri avevano separato il popolo ebraico in idolatri e non idolatri senza minare l’essenza della fede o della cultura ebraica. In pratica il pericolo assimilatorio vissuto fino all’incontro tra ebrei ed ellenisti aveva creato una classe di ebrei che proprio perché idolatri decidevano di abbandonare il proprio popolo senza metterne in discussione i principi e le caratteristiche peculiari. La nuova classe ebraica, dopo l’incontro con la cultura greca , comincia di fatto a sviluppare una concezione identitaria che partendo da un sincretismo culturale ebraico-ellenista, che è stato anche positivo per il nostro popolo, arriva poi ad essere una vera e propria sottomissione culturale rispetto al mondo greco. Un atteggiamento di schiavitù culturale ed identitaria che dai tempi degli ebrei ellenisti in poi, attraversando epoche diverse, luoghi diversi ed ebrei diversi, ha caratterizzato tutte quelle generazioni ebraiche che hanno provato, sperimentato e disperatamente creduto di diventare altro da sé ispirandosi a slogan quali: “essere ebrei in casa e greci, tedeschi, italiani, babilonesi o altro fuori casa…”. Assimilarsi, in definitiva,  significa prima di ogni cosa spegnere la luce della propria cultura  e vivere con essa e per essa una perenne frustrazione rispetto alla cultura di maggioranza, ritenuta inevitabilmente superiore. Perché nel gioco dell’assimilazione c’è sempre un ebreo che non sa (o non vuole?)   vivere una osmosi culturale tra sé ed il mondo esterno e si dona ( o si vende?) nella e per la cultura altrui. La perdita o la svendita culturale è la vera ed unica fonte della assimilazione. Scrive  lo storico Attilio Milano, commentando i primi passi della collettività ebraica italiana nella società non ebraica: “[…] L’attrazione verso la cultura e la storia italiane, che ormai erano molto più facilmente assimilabili  che non le corrispondenti ebraiche e, non ultima l’ambizione per un successo personale mai provato, sgretolarono nel giro di poco tempo quella che era stata la massa compatta dell’ebraismo italiano. Ne vennero fuori tanti ebrei isolati, con una passione piuttosto tiepida verso i propri antichi valori ideali.[…]” Perdere la propria cultura significa perdere i propri valori, significa perdersi e  significa far perdere un futuro al proprio popolo. Dai tempi dei giorni di Channukà ad oggi il nostro  problema identitario passa per la nostra ignoranza ebraica, per quanto ignoriamo la nostra storia, la nostra cultura, il nostro mondo. Una non conoscenza che abbraccia e colpisce molti più ebrei di quanto si possa immaginare, anche molti ebrei tradizionalisti, che pur festeggiando Channukà ed accendendo i lumi sera dopo sera, sarebbero in serio imbarazzo se chiedessimo loro di dire almeno tre nomi di maestri del Talmud, mentre saprebbero enunciare senza problemi tutti e sette i nomi dei re di Roma.
Di contro una semplice riconquista culturale della storia e della letteratura ebraica porta con sé il rischio di una sola erudizione ebraica , di un accumulo di dati che non toccano le corde della nostra identità. Una erudizione pericolosa come ben precisa rav Shimshon Refael Hirsch, il grande padre della moderna ortodossia, rabbino tedesco del XIX secolo: “ Mosè ed Esiodo, Davide e Saffo, Debora e Tirteo, Isaia ed Omero, Delfi e Gerusalemme, il tripode pitico e il santuario cherubino, profeti ed oracoli, salmi ed elegia- per noi giacciono tutti pacificamente in una sola scatola, riposano pacificamente in un’unica tomba, hanno tutti un’unica e medesima origine umana, un unico e medesimo significato: umano, transitorio, e apparentemente al passato. Tutte le nubi si sono dissolte. Le lacrime e i sospiri dei nostri padri non riempiono più i nostri cuori, ma le nostre biblioteche. I cuori caldamente pulsanti dei nostri padri sono diventati la nostra letteratura nazionale.[…]”. Se davvero vogliamo dare un senso alle accensioni delle nostre channukkiot, dobbiamo recuperare il senso della nostra cultura e dei sospiri antichi dei nostri padri, portarli nel nostro mondo, dove cultura ebraica e cultura non ebraica abbiano la stessa importanza e dove la prima sia ciò che noi siamo e la seconda ciò che noi sappiamo.

 

Coraggio: un grido dal Palazzo Steri di Palermo.

Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: "Coraggio".
Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: “Coraggio”.

Non è facile entrare nella Storia, ma è ancora meno facile rispondere alle grida silenziose che la Storia ti urla educatamente in faccia. Passeggiando per Palermo, nei giorni tra il 22 ed il 29 ottobre, ho scelto di visitare lo Steri, il palazzo Chiaromonte-Steri che dal 1601 al 1782 fu sede del tribunale dell’Inquisizione per la Sicilia. L’intera passeggiata  a Palermo evocava ad ogni mio passo suoni e presenza antiche e moderne, legami storici e personali, con una città  che resta uno dei luoghi più affascinanti e testardamente eleganti della nostra Italia. L’intera storia del mediterraneo è scritta nelle pietre di Palermo, nei ciottoli, nella vegetazione, nei fiumi sotterranei della città, nelle botteghe degli artigiani, nei mestieri antichi che ancora resistono e che sono stati portati a Palermo dai greci, dagli ebrei, dagli arabi, dai normanni, dai fenici, dai bizantini…in una parola dal mondo intero. Mentre quindi il mondo intero mi accompagnava nel Palazzo Steri, alto imponente, fortezza che fu casa dei nobili Chiaromonte e che divenne casa dell’Inquisizione,  un potere meno nobile ma molto più spietato, freddo, crudele e capace di tenere sotto assedio morale e sociale l’intera Sicilia per più di trecento anni, perché tanti furono gli anni della tetra attività del Santo Uffizio Inquisitorio nell’Isola.

L’ottobrata siciliana rendeva l’ingresso nel cortile del palazzo piacevole, piazza Marina alle mie spalle aveva una luce meravigliosa e anche la campana che suonava ad ogni uscita di condannato al rogo sembra essere baciata da una luce benevola. Un gruppo di turisti giapponesi mi ha preceduto e mentre mi avviavo verso il cortile interno, luogo di impiccagioni e giustizia per il popolo, ho incontrato una giovane coppia…lui ha la barba…lei il capo coperto da un fazzoletto…lanciando una frase in ebraico ci siamo ritrovati ed ecco che non ero il solo ebreo  che visitiva con timore lo Steri. Per uno strano gioco di incastri tra la visita e gli impegni del rettorato che oggi ha sede nel palazzo, abbiamo visitato prima le segrete, le carceri più terribili, quelle destinate a chi era accusato di eresia.

La luce del caldo sole siciliano faceva a pugni con le parole della nostra guida che sottolineava come il buio fosse la costante presenza di ogni centimetro delle segrete. Il Buio era l’arma più potente dell’Inquisizione: il buio nelle relazione familiari, il buio del sospetto dell’accusa, il buio di un sistema spionistico che non escludeva nessuno, povero o ricco, nobile o plebeo, dal rischio di essere accusato ed imprigionato anche su indicazione del proprio fratello, amico, marito o moglie. Il buio di una accusa che contrariamente ad ogni diritto non veniva comunicata al prigioniero che giaceva così, solo, abbandonato, senza avere contatti con il mondo esterno e con il sospetto di essere stato denunciato da chiunque e per qualunque cosa: una bisnonna ebrea come anche solo uno sguardo romantico verso una luna piena. Un Buio quello della macchina dell’Inquisizione che ha colpito l’intera società siciliana in una progressiva e costante crescita delle vittime e della voracità, passando dalle persecuzioni sistematiche dei moriscos e dei conversos, musulmani ed ebrei costretti al Cristianesimo, fino alle persecuzioni per i calvinisti e luterani arrivando alle accuse di stregoneria  e magia nera per chiunque fosse una persona dotata di pensiero e spirito critico.

In una società concepita nel buio dell’Inquisizione non ci poteva essere spazio per la luce del pensiero, della tolleranza, della solidarietà, della fiducia, della reciprocità. L’unica luce che resta di quei secoli è rappresentata dai graffiti dei prigionieri sulle pareti: grida, lame di luce, anche fisica nelle terribili condizioni delle segrete. Questa luce va raccolta e custodita e per questo motivo che una nelle sere di Channukkà accenderemo la Channukkia a palazzo Steri, fino alla grande accensione dell’ultimo giorno della festa, grazie alla sensibilità del Magnifico Rettore di Palermo. Riprendiamo tra le mani la luce di chi nonostante tutto  non perse la propria umanità anche con le catene dell’Inquisizione alle braccia ed alle gambe. Faremo nostro il messaggio di un graffito tracciato sulle mure delle prigioni filippine che grida al mondo:  “Coraggio!”. Coraggio società siciliana, coraggio popolo ebraico di Sicilia, coraggio umanità tutta, coraggio mondo. Coraggio ed impegno, coraggio e luce: perché il Buio, qualunque sembianza oggi voglia avere, sia sempre sconfitto delle luci.

Rimandare la pioggia, avvicinare l’Altro

Pioggia sul lungomare di Tel Aviv.

La nona berachà della Amidà viene chiamata la Birkat HaShanim, la benedizione per gli anni poiché in essa sono racchiuse le richieste per le benedizioni materiali, nutrimento in primis, del popolo ebraico. Si tratta di una berachà dal forte richiamo agricolo e meteorologico, tipica di un popolo e di una terra,  Eretz Israel, che alzano sempre il loro sguardo verso l’Alto mentre lavorano in basso per la propria sopravvivenza.

La caratteristica agricola di questa berachà-richiesta si dimostra con chiarezza nell’invocazione della pioggia che va a sostituire la normale formula estiva con la quale si chiede a Dio soltanto la rugiada ed il testo della tefillà cambia in questo modo: “Ve Ten Tal uMatar Livrachà” E dacci Tu Hashem rugiada e pioggia in benedizione ( Shulchan Aruch O.C. 117,1), mentre per i sefarditi cambia l’intera benedizione che passa da Barech Alenu ( benedici per noi) a Barechenu ( Benedici noi). Altro dato importante da verificare è il cambiamento temporale: quando comincia la stagione della pioggia? Da quando è possibile invocare e pregare per la pioggia?

Prima di tutto dobbiamo sapere che esiste una distinzione netta tra Eretz Israel ed il resto del mondo, ovvero la Diaspora.

In Israele infatti si comincia a pregare per la pioggia dalla sera del 7 del mese di Chesvan mentre per la Diaspora la versione invernale della Birkat HaShanim si recita solo dal 60° giorno dopo il periodo del mese di Tishri, giorno che in genere, quando il calendario gregoriano non è bisestile, cade la sera del 4 dicembre o del 5 dicembre se si tratta di un anno bisestile.

 La differenza nel momento della richiesta di pioggia tra Diaspora ed Israele va cercata nei diversi bisogni di pioggia tra le due realtà. Israele ha più bisogno di pioggia della Diaspora perché la pioggia che cade in Israele è un dono Divino ed una necessità vitale per l’intera popolazione, l’intero paese, la sopravvivenza di tutti: animali, mondo vegetale, umanità. E’ scritto in Deuteronomio 11, 11: “Ma il paese che state per entrare ad occupare è un paese di monti e di valli, che beve l’acqua della pioggia che viene dal cielo” . Stabilita questa differente necessità la domanda che ci dovremmo porre è la seguente: “Se Eretz Israel è una terra che ha tanto bisogno di pioggia fino ad arrivare a “berla”, perché aspettiamo il 7 di Cheshvan e non chiediamo la pioggia immediatamente dopo Shemini Atzeret-Simchat Torà?” La risposta si trova nei passi di alcuni ebrei, cioè nei passi dei pellegrini che venivano a Gerusalemme per i chagghim, le festività autunnali di Tishri, e tornando a casa dopo Simchat Torà, in caso di pioggia, si sarebbero trovati in condizioni di scomodità lungo il cammino.

E’ mai possibile che la scomodità di alcuni pellegrini sia un giusto motivo per rimandare la richiesta di pioggia, uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza di tutti gli altri ebrei del paese, pellegrini compresi? L’assenza di pioggia potrebbe portare poi ad una assenza di cibo, di acqua e non è forse vietato per una persona mettersi di sua sponte in condizioni di difficoltà per la salute? Eppure, il rimandare la richiesta di pioggia, è simbolo di un concetto fondamentale per l’intero popolo ebraico e la sua responsabilità condivisa.

 L’ebreo, pieno di amore per il proprio popolo e conscio della necessaria unità che deve esistere all’interno del popolo stesso, si preoccupa di ogni persona, di ogni parte di Am Israel, anche del più piccolo o dell’ultimo tra i pellegrini che torna a casa. Preoccupandosi dell’altro non ha tempo e non ha nessuna necessità di preoccuparsi per il proprio campo, per la  richiesta di pioggia che sta rimandando, per l’acqua che cadrà dopo qualche settimana anziché dopo qualche giorno.

 La pioggia, in un contesto di responsabilità e reciprocità ebraica, non è più un elemento fondamentale per la vita: fino a quando l’ultimo pellegrino non torna a casa, la berachà può aspettare ed, anzi, nell’attesa diverrà più grande perché si è nutrita della solidarietà sociale. La richiesta di berachà per la pioggia che viene posposta di qualche giorno diviene essa stessa un grande simbolo di umanesimo, di amore, di fratellanza, di abnegazione e di fiducia in HaShem: Colui che si è ritratto dal Mondo per lasciare agire l’Uomo, non potrà che amare l’Uomo che pospone il suo diritto alla pioggia in nome di un tranquillo ritorno a casa per il proprio fratello.

Una Capanna per sapere.

La Festività di Sukkot rompe con una espressione di originalità il rischio di una identità, quella ebraica, che troppo spesso viene fatta combaciare con il mantra del ricordo.

In Levitico 23, 44, parashat Emor, è scritto: “Abitere in sukkot ( capanne) per sette giorni…affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare in sukkot i figli di Israele…”. Chiaramente il Soggetto parlante in questo caso è l’Onnipotente, ma perché usa l’espressione “sapere” e non “ricordare”, come per le altre festività come per esempio Pesach?

Proviamo ad analizzare una discussione talmudica rispetto alla Sukkà. “Una sukkà più alta di venti amot è da ritenersi invalida, per quale motivo? Insegna Rava perché è scritto “affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare i figli di Israele in sukkot”. Fino ad un’altezza massima di venti amot una persona sa di vivere in una sukkà, sopra le venti amot, nessuno si accorge di vivere in una sukkà, perché l’occhio non ci pone attenzione.” ( Sukkà 2a)

Il “sapere” del versetto della Torà diventa nella discussione talmudica consapevolezza: una sukkà eccessivamente grande non permette all’uomo che dimora al suo interno di avvertire il senso della mitzvà, la sua pregnanza educativa, la sua importanza. In altre parole: una sukkà eccessivamente grande non educa perché non avvolge l’uomo con la sua struttura, diventa una maestosa assenza di consapevolezza, pur nella validità del “ricordo” della festa. Ma il ricordo non basta. Se noi avessimo seguito la logica degli eventi storici avremmo dovuto festeggiare Sukkot a ridosso di Pesach, ricordando le prime tappe del nostro peregrinare nel Deserto. In quel caso però il ricordo avrebbe avuto un legame logico con il clima perché è normale in una cultura agricola uscire verso la campagna con l’inizio dell’estate e proteggersi dal sole con capanni ombrati. Sukkot non vuole offrirci il mero ricordo di ciò che fecero i nostri padri e non ci propone un modello museale come elemento identitario. Non si tratta di conservare con cura le foto di famiglia, dobbiamo comprendere per sapere cosa e chi siamo e sopra ogni cosa per capire come portare avanti il messaggio del nostro passato, sia esso una foto di inizio secolo o una Sukkà di tremila anni fa.

Usciamo dalle nostre comode case in un momento climatico di confine, tra estate ed autunno, di contrasti tra caldo e fresco, tra sole e nuvole che si sperino portino una pioggia  di benedizione alla fine della Festa di Shemini Atzeret. Usciamo verso i confini dell’interno e dell’esterno, verso i limiti di una capanna che è aperta agli altri ma ha anche dei confini, usciamo portando con noi elementi del nostro interno vivere, del nostro interno sentire. Questa è la sfida di Sukkot: sapere tutto questo, saperlo ereditare dal passato, saperlo portare avanti nel futuro.

 

 

 

Confessione, rimozione e il nostro prossimo.

images[9]

                                                                                                                                                                                                            ב”ה

Confessione e rimozione.

 

Nel percorso di תשובה (teshuvà), di ritorno a D.o, di autoanalisi e di correzione dei nostri comportamenti in procinto di Yom Kippur e per tutto il futuro che ci aspetta la confessione dei propri errori, il וידוי (viddui), occupa un posto necessario  di fondamentale consapevolezza. La cultura occidentale vede nella confessione il momento catartico durante il quale, attraverso il racconto del proprio comportamento sbagliato, possiamo  ritornare allo stato di limpidezza precedente i nostri errori. Per l’ebraismo il viddui tocca corde più profonde dell’animo umano e soprattutto non lascia spazio agli innumerevoli tentativi di fuga che ogni giorno, ciascuno di noi mette in atto per fuggire la responsabilità rispetto ad azioni che non erano da commettere o semplicemente anche rispetto al senso di colpa che questi stessi atti fanno nascere. Eppure il senso di colpa è la prima porta di teshuvà, è il primo segnale di una moralità non sopita, di una purezza non persa del tutto. La persona che non ha sensi di colpa è destinata ad essere arrogante,  è destinata ad essere giudice altrui e mai giudice proprio, condannandosi di fatto ad una eterna giustizia privata che ha poco a che fare con la giustizia reale e condivisa. Dal senso di colpa, dalla sensazione anche lontana di aver commesso un errore non dovremmo fuggire, anzi dovremmo ascoltarla e farci condurre così al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.  Saper contare i propri giorni, parafrasando il salmo 90, significa saperli vivere senza sprecarli, senza annullare la carica morale che il tempo e l’esperienza portano con loro. Saper contare i giorni passati significa avere coscienza anche dei momenti sprecati, che in virtù della rinnovata coscienza non sono più tali. L’avere conoscenza dei propri errori non può essere un semplice esercizio di memoria ma deve diventare viddui, confessione e  ammissione di una realtà  palese che va metabolizzata e superata affinché non si tramuti in un abitudine.  Il rischio della rimozione costante della memoria delle nostre colpe è quello di perdere la capacità di distinzione tra bene e male in ogni atto della nostra vita poichè la rimozione dei nostri errori, un giustificazionismo poco limpido e l’incapacità di autoanalisi riducono la nostra percezione del male, la nostra capacità di inorridire davanti al male, la nostra forza morale di ribellione di fronte al male stesso, sia esso privato che collettivo, sia esso parte della nostra società che parte della nostra vita di individui. Saper confessare le nostre colpe, saperlo fare davanti a D.o e soprattutto davanti a noi stessi significa non accettare l’idea che tutto possa avere un suo perché ed una sua ragion d’essere: dall’assassinio al ladro, dalla corruzione alla falso in bilancio, dal razzismo alla maldicenza. Scrive Rav Hirsch, il grande maestro tedesco del 1800, che una volta che abbiamo riconosciuto i nostri errori la confessione a noi stessi ed a D.o degli stessi errori è moralmente necessaria per  comprendere anche la portata delle conseguenze di quello che abbiamo fatto, di contro la rimozione degli stessi errori, toglie a noi la visuale di queste conseguenze.  Comprendere  il male fatto significa per rav Hirsch fare i conti con se stessi חשבן נפש e riparare con ogni mezzo il male che si è fatto.   Non esiste  senso in un digiuno di Yom Kippur con gli occhi pieni di fastidio, di intolleranza per il proprio vicino, il prossimo o colui che semplicemente vive ad un passo da noi. Sempre più spesso nella nostra generazione ascoltiamo dichiarazioni generali ed universalistiche del tipo: “Amo il popolo ebraico!” “Amo Israele!” “Amo l’umanità”. Queste dichiarazioni, seppur nobili e di grande importanza, non rispondo al richiamo del Levitico 19,18: “ Ed amerai il prossimo tuo come te stesso.” L’umanità per poter raggiungere un alto livello morale ha bisogno che il nostro prossimo sia amato. Quello che incontriamo ogni giorno, quello con il quale dobbiamo condividere lo spazio vitale della nostra città, della nostra regione, del nostro mondo. Quello che è appena al di là del nostro naso. Quella goccia nel mare che fa sempre la differenza.

               

 

 

Suoni e movimenti tra Elul e Rosh HaShana: lo shofar.

Shofar,_BR

 

 Contrariamente a quanto si possa pensare, l’unica mitzvà esplicitamente comandata per Rosh HaShanà è quella della Tekiat Shofar, del suono dello Shofar, il resto sono usi e minhaghim.

Il nome con il quale la Torà chiama la festa di Rosh HaShanà è Yom Teruà, non Rosh HaShanà e nemmeno il Giorno dello Shofar, bensì Yom Teruà che è proprio uno dei suoni dello Shofar. 

 

 וּבַחדֶשׁ הַשְּׁבִיעִי בְּאֶחָד לַחֹדֶשׁ מִקְרָא קֹדֶשׁ יִהְיֶה לָכֶם כָּל מְלֶאכֶת עֲבֹדָה לֹא תַעֲשׂוּ יוֹם תְּרוּעָה יִהְיֶה לָכֶם:  (במדבר פרק כט פסוק א)

Il settimo mese, il primo giorno del mese terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno dell’acclamazione con la teruà Deuteronomio 29, 1.

 

Nella Torà, quindi, si menziona Rosh HaShanà con il nome di Yom Teruà, Giorno della Teruà, mentre nelle preghiere del Machazor viene chiamato  Yom Hazikkaron, Giorno del Ricordo.

 

Rosh HaShanà viene quindi a riportare alla mente ciò che è dimenticato per questo è un YOM HAZIKKARON, UN GIORNO DI RICORDO. La maggior parte di noi vive immersa e legata al presente con tutto il peso delle nostre esigenze quotidiane ed immediate. Dimentichiamo spesso il nostro passato ed evitiamo di occuparci del nostro futuro. Per questo motivo esiste il suono dello Shofar la cui prima espressione è la Tekià: un suono limpido e continuo. Ci insegna la necessità di una continuità nella nostra vita. La vita di un uomo si esprime nel legame tra passato, presente e futuro. Un uomo che non pensa al futuro, che non ha aspirazioni, sogni e programmi e che vive tutto il tempo immerso nel passato è un uomo senza percorsi di vita reale. Yom HaZikkaron rappresenta il legame tra passato e futuro, tra l’esigenza di ricordare e non dimenticare le origini della nostra vita e le nostre aspirazioni ebraiche come non ebraiche.

 

I suoni dello Shofar sono tutti segni interrogativi. Chiedono all’uomo: Cosa sei? Come sei? Dice Rambam in Hilchòt Teshuvà 3,3 che il suono dello shofar ci dice : “ Svegliatevi fate un esame delle vostre azioni, fate teshuvà e ricordatevi del vostro Creatore.”

 E la risposte a queste domande sono  l’essenza del significato di Rosh HaShanà: il giorno nel quale rivediamo quello che abbiamo fatto e  progettiamo dove vorremo arrivare.

La vita di ogni persona non è mai caratterizzata da omogeneità di realtà e momenti: ci  possono esistere momenti orizzontali e momenti verticali, periodi più facili di altri.

I suoni dello shofar possono anche rappresentare acusticamente questi momenti diversi.

La Tekia, una voce chiara, forte, ferma, senza esitamenti e pause…

La Teruà e gli shevarim sono invece totalmente differenti, sono un insieme di suoni spezzati, corti, divisi…proprio come un pianto o un lamento: la voce dello shofar riflette la vita.

Rosh HaShana rappresenta la verità della realtà del mondo e ci invita a trasformare questa realtà e la nostra stessa vita ebraica in una tekià ghedolà, in una completa armonia.

Ci si potrebbe chiedere: ” Che tipo di mitzvà è lo Shofar? Lishmoa kol shofar, di ascoltare la voce dello Shofar?” Praticamente una mitzvà passiva: noi ascoltiamo ed un altro suona.

In realtà è esattamente il contrario: ascoltare lo shofar è una mitzvà attiva.

E’ un atto positivo quando il Rambam scrive: “Uru Yeshenim Mitardematechem…Svegliatevi dormienti dal vostro sonno” Intende dire che lo shofar è come una sveglia per la persona.

Dobbiamo ascoltare il suono dello shofar al di là delle grida e dei rumori esterni, dobbiamo connettere la nostra anima alla voce dello Shofar.

Perchè in realtà il valore dello Shofar non è solo quello di essere un suono.

Siamo, durante il suono dello Shofar nel mese di Elul, di fronte ad un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot, le richieste di perdono e nell’uso spagnolo e portoghese troviamo lo stesso richiamo:

“ Uomo perché dormi? Alzati e urla i tuoi tachanunim! Spargi i tuoi lamenti, Implora il tuo perdono dal Re dei re.”  (Il tuo appello, le tue preghiere di perdono).

Le Selichòt hanno più o meno una struttura concettuale che è questa:

  • Selichah (סליחה) —  Perdono. Noi chiediamo perdono…
  • Chatanu (חטאנו) —  Noi abbiamo peccato, testo che si dice da Rosh HaShanà, ma dipende dagli usi. E comunque si recita fino a Yom Kippur.  Alla fine si recitano i Tredici Atributi di Dio e poi il vidui, la confessione dei peccati, ripetendo il motivo che. “חטאנו צורנו סלח לנו יוצרנו”,  Abbiamo peccato nostra Rocca, perdonaci nostro Creatore
  • Techinah (תחינה) — Ebraico per richiesta, petizione.Questa selichà in genere appare alla fine del servizio delle Selichòt.

Secondo una maniera schematica simile possiamo tracciare dei punti per arrivare ad una teshuvà, pentimento e ritorno, consapevole:

 

  1. Abbandonare il peccato, עזיבת החטא
  2. Rimpianto del passato, חרטא על העבר
  3. Buoni propositi per il futuro, קבלה על העתיד
  4. Confessione, וידוי

 

La confessione dei propri errori, che in realtà è una ammissione di colpa contro la fuga dalle proprie responsabilità, aIl viddui, ha un posto necessario  di  consapevolezza ed ha un posto importante anche nella tefillà pubblica.

E’ in ordine alfabetico ed è al plurale:  una volta gli studenti di Rabbi Itzhak di Vork chesero: perché il viddui di Yom Kippur è secondo l’alfabeto? Rispose il Rav: “ Altrimenti non si saprebbe quando si deve finire di confessare, perché i peccati non hanno fine, ma l’alfabeto sì!”

Per l’ebraismo il viddui tocca punti  profondi dell’animo umano che non fugge dalla responsabilità per azioni che non erano da commettere.

Dobbiamo ascoltare la nostra anima ed arrivare  al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.

Camminando da Elul a Rosh HaShana’ al suono dello Shofar, all’ascolto dello Shofar, giungiamo a Yom Kippur. Un passo ed una riflessione alla volta.

 

 

Piccolo sentiero halachico per le tre settimane ben hametzarim.

destino-thumb

Queste poche righe non vogliono essere una guida completa per il periodo ed i giorni che stiamo vivendo, piuttosto si propongono come una sorta di sentiero halachico per le tre settimane ben hametzarim (Geremia 1,3) ma, in casi particolari, rivolgersi ad un rav sarà opportuno.

 

 

I divieti che cominciano con il  digiuno del 17 di Tamuz e ci conducono  fino al digiuno del 9 di Av servono a costruire intorno a noi una atmosfera di crescente lutto che, culmina, appunto in un digiuno, quello del 9 di Av che come lo Yom Kippur dura da sera a sera e non dall’alba al tramonto come per  gli altri giorni di digiuno,17 di Tamuz compreso.

Il crescendo dei divieti si esprime lungo le tre settimane in questo modo e con queste tappe:

• dal 17 di Tamuz

• dal Rosh Chodesh (primo giorno del mese di) Av

• la settimana in cui cade il 9 di Av, fino al digiuno

• la vigilia del 9 di Av.

• il giorno successivo al 9 di Av (nel quale il  Bet Hamiqdash continuò a bruciare)

 

Sull’applicazione delle regole esistono tradizioni diverse e in generale gli Ashkenazim tendono ad essere più rigorosi.

Trattandosi di una material tendenzialmente complicata, riassumo per contesti e momenti di vita ogni probabile minhag.

 

Matrimoni: non si celebrano matrimoni, secondo le opinioni prevalenti, in tutto il periodo; per

alcuni Sefardim dal Rosh Chodesh Av. Non si fanno i preparativi per i matrimoni (corredo ecc.) che possono essere rinviati a dopo .

 

Restauri e abbellimenti domestici privati: da non eseguire nei nove giorni di Av. Riparazioni essenziali e che non possono essere rimandate  sono permesse.

 

Frutta nuova, sulla quale si recita la benedizione shehecheyanu: non si mangia in tutto il periodo, fino al 10 Av compreso, tranne che di Sabato. Se dopo il periodo il frutto sarà irreperibile si può mangiare, ma preferibilmente di Sabato.

 

Vestiti nuovi per i quali si recita la benedizione shehecheyanu: non si indossano da Rosh Chodesh fino al 10 Av compreso, compreso il Sabato. Proibito tagliarli, cucirli e acquistarli; le scarpe per il 9 di Av, che devono essere senza pelle, si possono comprare nuove (indossandole un momento nella settimana precedente).

 

Controversie legali e liti con non ebrei: da evitare nei primi dieci giorni di Av.

 

Manifestazioni di gioia: deve essere tutto ridotto a meno che non si tratti dioccasioni che non possono essere rimandate in cui bisogna seguire regole precise (milà ecc.).

 

Taglio dei capelli e della barba: per gli Ashkenazim proibito in tutto il periodo, per molti Sefardim e per gli Italiani è proibito solo nella settimana del 9 di Av.

 

Pettinarsi, tagliarsi le unghie, lucidare le scarpe: permesso in tutto il periodo (Shabbat escluso ovviamente!).

 

Lavare abiti e indossare abiti puliti: la regola proibisce di lavare gli indumenti anche se non si indossano e di indossare abiti puliti anche se sono stati lavati prima; questo nella settimana in cui cade il 9 di Av (Sefarditi, Italiani) o da Rosh Chodesh (Ashkenazim). Per ovviare alle difficoltà dato  il clima caldo, si suggerisce, alla vigilia del periodo proibito, di preparare tutta la biancheria e gli altri abiti che si pensa di indossare, di indossarli per breve tempo (rav Ovadia Yosef dice un’ora) e quindi  riusarli quando serviranno nei giorni successivi.

 

Lavaggio del corpo: proibito con acqua calda dal Rosh Chodesh (Ashkenazim e Italiani) o solo nella settimana del 9 di Av (maggioranza dei Sefardim). Comunque permesso alla vigilia di Shabàt. Permessa la tevillà in acqua calda alle donne

(in tutto il periodo, escluso ovviamente il 9 di Av); agli uomini che hanno l’abitudine di farla alla vigilia del Sabato è permessa in acqua calda, negli altri giorni preferibilmente in acqua fredda. Il bagno in mare non è incluso nel divieto, secondo i Sefardim. Alcuni Ashkenazim proibiscono anche il lavaggio del corpo intero con acqua fredda.

 

Pulizia della casa: c’è chi usa non farla nella settimana precedente, ma l’opinione prevalente è di permetterla. Secondo l’uso italiano e sefardita si pulisce casa dopo minchà del 9 di Av.

 

Carne: proibito mangiarla da Rosh Chodesh (qualcuno lo esclude dal divieto, non gli Italiani) fino al 10 compreso (maggioranza dei Sefardim). Di Sabato è permessa. La carne che avanza dal pasto sabatico secondo alcuni si può finire l’indomani. Si possono comunque cucinare cibi in recipienti di carne puliti. La carne dei volatili è compresa nel divieto e si può permettere in prima istanza a chi

deve per motivi di salute mangiare carne.

 

Vino e alcolici: c’è chi si astiene dal vino dal Rosh Chodesh, chi si limita alla settimana del 9 chi non si astiene affatto (alcuni Sefardim); di Sabato il vino è

Permesso. Birra e alcolici sono comunque permessi

 

Tre settimane di lutto?

tempio_distrutto

 

Sono iniziate, dopo il digiuno del 17 di Tamuz, le tre settimane di lutto che ci obbligano a ricordare ed a ripercorrere, attraverso diversi minhaghim e tristi gesti, il periodo tra le “ristrettezze” ben hametzarim, secondo l’espressione del profeta Geremia 1,3. 

Ristrettezze che storicamente calcano i passi della distruzione del Tempio di Gerusalemme avvenuta il 9 di Av, così come il ricordo e le conseguenze della cacciata degli ebrei dalla Spagna. Che senso ha ripercorrere quegli avvenimenti ed attualizzarli ogni anno con minhaghim stabiliti per momenti storici accaduti migliaia di anni fa? La nostra storia in queste ultime generazioni ci ha offerto il ritorno alla terra di Israele, la liberazione di Gerusalemme, la costituzione di una libertà politica collettiva che mai avremmo pensato prima. Che senso hanno queste settimane di lutto? Eppure queste tre settimane,  viste da Gerusalemme, ci suggeriscono riflessioni diverse sul concetto di Redenzione e Diaspora.

L’idea della Redenzione è un concetto centrale dell’Ebraismo che non si ferma alla sola liberazione fisica o redenzione politica, peraltro parziale, del popolo ebraico.  Proprio perché non è qui in discussione una liberazione fisica, le tre settimana ben hametzarim assumono una dimensione concettuale importante.

La Diaspora non è, dal punto di vista storico, una condizione normale per il popolo ebraico nè nella sua origine nè nella sua  nascita. Dopo le distruzioni dei due Templi, ad opera dei Babilonesi prima e dei Romani poi, la Diaspora è divenuta una componente essenziale della nostra identità, recepita talmente profondamente da divenire norma e da essere vissuta come luce quando è di fatto un prodotto del buio della distruzione.

Una distruzione che si richiama ad elementi fisici e guerre reali ma le cui conseguenze dopo millenni possono essere anche molto lontane dal mondo fisico.  La vita in Diaspora, una Diaspora che essendo identitaria coinvolge anche Israele, proprio perché da millenni distoglie lo sguardo ebraico dalla realtà, diminuisce il nostro potenziale umano che invece dovrebbe saper distinguere nettamente elementi negativi da quelli positivi.

Un potenziale che ebraicamente parlando e volendo entrare nella realtà ebraica italiana si perde in molti dei conflitti che affliggono troppe tra le nostre comunità, istituzioni, circoli culturali ed altri luoghi di incontro. Proprio questa “diaspora da se stessi” questa sorta di lontananza dalla radice della nostra stessa identità ebraica, unità ebraica nella diversità, senso di appartenenza e identificazione nazionale ( mai nazionalista!) è fonte di “odio gratuito” sinat chinam, il sentimento negativo che più di ogni altro è stato causa e fonte dei mail che ricordiamo in queste tre settimane tra il mese di Tamuz ed il mese di Av. Proprio l’odio gratuito  ha trasformato la nostra identità in un peso anziché in un modus vivendi naturale ed ha creato un diffuso sentimento di “trincea” in molti ambiti ebraici, italiani come israeliani o americani. L’altro, colui che ha una opinione diversa, una idea diversa, una diversa espressione della propria ebraicità o peggio ancora una approccio halachico diverso (ma legittimo) viene visto da una trincea difensiva, con armi in pugno, in una logorante attesa di battaglia come nella guerra del 1915-1918. La Diaspora storica è quindi penetrata nelle nostre persone, nelle nostre realtà quotidiane da molti secoli e ci ha reso, spesso, estranei a noi stessi ed estranei al nostro popolo, anche quando viviamo vite ebraicamente degne di questo aggettivo. In questa prospettiva tutti gli usi legati al lutto che mettiamo in pratica tra il digiuno del 17 di Tamuz ed il digiuno del 9 di Av provano a ricordare ad ogni ebreo che noi viviamo in Diaspora, che noi nutriamo la Diaspora e che noi sosteniamo la Diaspora, ovvero la Lontananza, ogni volta che non riconosciamo in noi stessi e negli altri una legittima appartenenza ebraica, nella legittima diversità ebraica. Questi giorni di lutto ci accompagnano verso un orizzonte di unità e di condivisione identitaria proprio perché storicamente ci ricordano le divisioni e le guerre fratricide tra ebrei che hanno portato alla dispersione, alla distruzione, alla perdita della centralità dell’Ebraismo dalla nostre vite il cui simbolo è proprio il Bet HaMikdash perduto, luogo centrale della spiritualità fino al 70 dell’Era volgare. Ma se, come è vero, che la Shechinà, la presenza Divina, è uscita in Esilio con noi, sta  a noi riportare a casa la Shechinà riportando a casa noi stessi, una casa dove l’Esilio di un popolo in conflitto diventi Esilio di un popolo in dialogo con se stesso, un dialogo che se veramente tale può cambiare l’Esilio in appartenenza reciproca ed a questo punto il Ritorno sarà inevitabile>

Uno shabbat con il gelato al basilico.

ImmagineIn Calabria, lo scorso Shabbat, ho mangiato un gelato al basilico. Non chiedetemi ricette perchè non potrei nè saprei darne e non è questo un blog di cucina ebraica. Ma allora perchè citare la presenza del gelato al basilico durante lo Shabbaton calabrese? Perchè forse quell gelato può diventare uno strumento interpretative delle nascenti realtà del Sud.

Di fatto un gelato al basilico farebbe pensare a qualcosa di dolce, ad una sorta di fusion tra una crema classica da gelato ed un’aroma al basilico. Sappiate che il gelato al basilico non è dolce, non chiude la fine del pasto e quindi non è ciò che ci aspettiamo sia. Un pò come il Sud Italia, storicamente considerato senza presenza ebraica a seguito delle Espulsione Spagnole ed invece in questa generazione ci reserva non poche soprese.

Un gelato al basilico va mangiato con una mozzarella o dei pomodori, come una sorta di gazpacho freddo che condisce ed accompagna piatti estivi. Si tratta di fatto di un esperimento culinario che azzarda l’idea della temperatura ma non quella della composizione dei piatti o dell’abbinamento dei sapori.

Ed anche questo ricorda i piccolo nuclei ebraici del Sud che azzardano l’osservanza delle mitzvoth, Shabbat, kasherut ed altro, nei piccolo numeri e nella lontananza dalle Comunità ma non stravolgono lo Shabbat o la sua sacralità trasformandolo in qualcosa di esotico e naïf e non mischiano sapori identitari con altri elementi non ebraici o ebraicamente discutibili.

Il gelato al basilico è fatto con il basilico. Un prodotto locale, mediterraneo, comune, quasi ovvio. Ovvio come un commento di Rashi, il grande maestro medioevale, che ha insegnato il senso profondo di ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi, i versetti del pshat, del senso comune, della lettura pura e semplice della Torà. Un basilico che è presente in tutto il Sud Italia, come la antica presenza ebraica, ma che solo la coscienza identitaria e la volontà di ritorno e di teshuvà (seria) possono trasformare da retaggio in quotidiano. Per questo motive ormai non ha più senso continuare a ripetere che il 40% per cento dei Siciliani ha radici ebraiche e lo stesso vale per la Calabria, la Puglia, la Campania. Sarebbe come dire che nel Sud Italia c’è il basilico. Certo che c’è ma portarlo nel 5773 in maniera sana e consapevole significa trasformarlo in gelato salato da mangiare con i pomodori.

A volte l’ovvio è straordinario, come un gelato al basilico mangiato con i pomodori coltivati a Palmi o Vibo Valentia, come uno Shabbat in Calabria, come un commento di Rashi che vide la sua prima stampa in italia il 18 febbraio del 1475 a Reggio Calabria. Il futuro ha sempre radici antiche.

WebYeshiva: postmoderno e tradizione.

WebYeshivaLogo

Quando la coordinatrice dei progetti esteri di Shavei Israel, Tzivia Kusminsky, mi ha comunicato della nostra partecipazione al progetto WebYeshiva, con sincerità devo ammettere che avrei preferito altro!

L’idea di dover imparare l’utilizzo della piattaforma web e l’idea di dover gestire lezioni con cuffia e microfono come un deejay ( cito mie parole dette a Tzivia) non mi entusiasmavano.

Ho provato fino all’ultimo a fuggire l’appuntamento on line con il responsabile del traininig, Rav Yeoshua Geller, ma alla fine ho dovuto capitolare…ed è iniziata questa avventura.

E’ passato già un mese dall’inizio delle lezioni e forse possiamo cominciare ad analizzare questo fenomeno postmoderno che è lo studio on line, in diretta con un rav che sta Gerusalemme, insegna in italiano ed ha una classe che è formata da persone che vivono a Gerusalemme  ed altre che vivono in Spagna, Italia del Sud nel suo diramarsi tra Sicilia, Calabria e Puglia, così come a Napoli, Roma, Cagliari ed altre città del centro nord.

Una classe, quella del corso in italiano di WebYeshiva, stimolante ed intellettualmente viva, attenta alle fonti di studio, alla riflessione e sopra ogni cosa figlia di un tempo, il nostro, che ha il grande dono degli strumenti moderni, strumenti che come tutte le realtà possono essere usati leshem Shammaim e quindi in maniera positiva o non leshem Shammaim e quindi diventare ulteriori veicoli di lashon harà, maldicenza, scontri, polemiche sterili e suicidi sociali.

Tutti noi, in questa era, facciamo parte di gruppi su Facebook, pagine di discussione, newsletter, gruppi aperti o chiusi ed altre cento piattaforme web, ebraiche e non che siano.

Tutti noi passiamo molto tempo davanti ad uno schermo, che sia di laptop o di un cellulare, che sia da casa o da ogni altri luogo: tutti noi abbiamo sviluppato una pericolosa velocità di lettura e comunicazione, una capacità da dito sulla tastiera che farebbe invidia alla generazione delle segretaria d’azienda che battevano a macchina centinaia di comunicati al giorno.

Questa velocità, questa immediatezza comunicativa non sempre aiuta e promuove la giusta riflessione, l’uso giusto di un tempo di pausa e di pensiero prima di ogni comunicazione pubblica o partecipazione ad una qualsiasi discussione.

Tutto il nostro comunicare, diventato immediato e veloce, porta con sé una pericolosa superficialità ed una irruenza di pensiero che spesso vediamo essere causa di incomprensioni, tensioni, distanze tra le persone.

Imparare l’uso del tempo, anche in un’epoca come la nostra dove il tempo è diventato immediato, significherebbe dare il giusto spazio al pensiero, all’analisi della risposta prima della risposta stessa, alla partecipazione ad ogni discussione dopo averne ponderato ogni aspetto.

Viviamo giorni strani, dove anche lo studio del sacro, dell’Ebraismo e gli stessi problemi halachici devono avere soluzioni veloci, pronte per l’uso, come i piatti da scongelare, cuocere in cinque minuti e mangiare.

Sono famosi qui in Israele i numeri di cellulare di alcuni rabbanim ai quali mandare domande via sms e ricevere risposte nel giro id pochi minuti, sono famosi anche in lingua italiana i gruppi di studio “cotti e mangiati”, sono inquietanti i tempi così ristretti del nostro essere studiosi, rabbini, studenti, ascoltatori.

Nel Salmo 90, al versetto 12 troviamo: “Insegnaci a contare i nostri giorni, affinché possiamo portare il nostro cuore alla saggezza.”

Un commentatore ebreo spagnolo del medio-evo Ibn Ezrà così commenta questa versetto: “ Aiutaci a ricordare che il nostro tempo è limitato, così che possiamo sfruttarlo con saggezza e proficuamente.”

Rav Hirsch rabbino capo della Comunità di Francoforte sul Meno, padre della moderna ortodossia cha ha vissuto alla fine del milleottocento afferma:  “Dalla consapevolezza della limitatezza dei nostri anni, insegnaci a contare i nostri giorni. Aiutaci a far tesoro di ogni momento come una opportunità unica di eseguire il tuo volere e quindi lo scopo vero della nostra esistenza.”

La consapevolezza è a mio parere la parola chiave per comprendere il versetto citato. Una consapevolezza che deve esprimersi in ogni ambito della nostre esistenza, anche con le dita su di una tastiera.

Personalmente credo che tra i tanti strumenti moderni o postmoderni che abbiamo a disposizione la piattaforma di WebYeshiva sia una buona opportunità, forse non unica, ma una delle poche.

Uno strumento che non si pone come mezzo di velocizzazione ed immediatezza dello studio che resta tale nei suoi tempi e nella sua realizzazione, bensì uno strumento che accorcia ed elimina le distanze fisiche per fare in modo che persone lontane studino insieme, come a dire che è lo spazio che si riduce e non il tempo dello studio.

Ecco quindi che la modernità del mondo di WebYeshiva si esprime nella realtà virtuale di una classe sparsa per il mondo e non in uno studio virtualmente reale che si esprime in cinque minuti.

Una lezione ha bisogno di ampi respiri e riflessioni, così come senza studio non può esistere nessuna identità ebraica, nemmeno quella del Kohen Gadol.

 

Vi riporto i link per conoscere i programmi di Shavei Israel su WebYeshiva http://www.webyeshiva.org/college.php?cid=27

 Ed anche le spiegazioni per potersi iscrivere e partecipare alle lezioni:

 

 

  1. Fare click al      link seguente: http://www.webyeshiva.org/class.php?cid=955

 

  1. Premere il      riquadro arancione dove è scritto: Add this course e vi verrà chiesto di      entrare nel sistema.
  2. Per      iscriversi premere “register now”, nel campo del telefono si potrà      scrivere nuovamente la propria mail.
  3. Dopo aver      riempito tutti i dati premere il rettangolo arancione dove è detto ““clik here to      submit your profile information”
  4. Dovrete ricevere due email: una che      vi confermi la registrazione al sito ed un’altra che confermi la      registrazione al corso, se non si riceve una delle mail significa che non      vi siete registrati correttamente.
  5. 15 ore prima della lezione stessa riceverete      un remind.
  6. Per entrare nella classe virtuale      potrete anche accedere attraverso la mail o la pagina: http://www.webyeshiva.org/shavei

Sul sito stesso potrete trovare altri corsi in altre lingue di vostro interesse.

 

Sfruttate la modernità e studiate in pantofole da casa!