Parashat Tzav

Rav Pinchas Punturello img_0394-201308051

“Il Signore disse a Moshè di comunicare ad Aronne ed ai suoi figli questi ordini. Ecco le regole per il sacrificio completo: questo sacrificio deve bruciare per tutta la notte sull’altare in cui si terra acceso il fuoco.”( Lv. 6, 1-2) Il fuoco dà una forte connotazione a questi versetti ed all’intera parashà. Il fuoco che bricia sull’altare e nell’altare, un fuoco perpetuo che nella tradizione chassidica diventa simbolo di fede, di attaccamento a Dio, di passione che fa battere il cuore dell’ebreo devoto.

Lo Shabbat, il sacro giorno della settimana ebraica,  è circondato dal fuoco:  noi accogliamo lo Shabbat con l’accensione delle candele e concludiamo lo Shabbat, aprendo  una nuova settimana con l’accensione del fuoco dell’Avdalà.

Nel roveto ardente Kadosh Baruch Hu si rivela a Moshè con un fuoco che brucia ma che non consuma, sul monte Sinai, al momento della ricezione della Torà la montagna bruciava del fuoco divino, nel deserto il popolo ebraico è guidato di notte da una colonna di fuoco.

Il fuoco è un punto di incontro come risultato del contatto tra sacro e profano. Continue reading “Parashat Tzav”

I Rusape in Zimbabwe

Il Tabernacolo dei Rusape
Il Tabernacolo dei Rusape

Vi è una comunità di autoproclamati ebrei nel villaggio di Rusape, a circa due ore di strada da Harare, in Zimbabwe. I Rusape sostengono di essere ebrei spiritualmente, anche se non geneticamente, discendendo da una delle Tribù Perdute di Israele, esiliate dalla nostra Terra dagli Assiri nel 722 p.e.V.

Secondo il sito Jews of Africa, gli ebrei Rusape possono tracciare la loro recente incarnazione all’incontro del 1903, tra un ex schiavo americano – William Saunders Crowdy, che era stato anche pastore battista, e Albert Christian che portò gli insegnamenti di Crowdy, infine, in Sud Africa.

La comunità Rusape ha costruito il proprio “tabernacolo” a circa 7 km dalla cittadina, dove si riuniscono tutti insieme per pregare. Celebrano le stesse feste degli ebrei occidentali, studiano l’ebraico, e seguono le regole di vita ebraica, con origine nel Vecchio Testamento. La comunità conta diverse migliaia di persone.

Solomon Guwazah, della comunità Rusape, ha scritto una lettera al giornale The African Sun. Eccone qui un estratto:
“Noi crediamo che gran parte degli Africani (Neri) discenda di fatto dai primi Ebrei e quindi che la maggior parte dei Neri discenda dai 12 figli di Israele….Noi crediamo che la vera fede dei discendenti africani sia l’Ebraismo e non l’Islam, poiché l’Islam è la rivelazione dei discendenti di Ismaele”. Continue reading “I Rusape in Zimbabwe”

Belmonte in Portogallo accoglie la nuova insegnante di ebraico

Brian Blum

Penina Amid fa lo spelling del numero 9 per gli studenti di Belmonte
Penina Amid fa lo spelling del numero 9 per gli studenti di Belmonte

La comunità Bnei Anousim di Belmonte, in Portogallo, ha una nuova insegnante di ebraico. Penina Amid, che ha già insegnato ebraico nell’ambito del sistema scolastico israeliano per gran parte della sua carriera e ora in pensione, sta facendo volontariato a Belmonte in marzo, come parte di un progetto annuale chiamato “Il Mese dell’Ebraico”. Il programma, sponsorizzato dal comune di Belmonte, è principalmente inteso per i non ebrei che vorrebbero connettersi con il passato ebraico di Belmonte – la città ha avuto una florida comunità ebraica prima dell’Inquisizione. Amid tiene un corso settimanale per i residenti.

Inoltre, Amid sta insegnando ebraico agli oltre 100 membri della comuntà Bnei Anousim di Belmonte. Questi corsi si tengono quotidianamente, sia in gruppo che individualmente.

Belmonte è la base dell’emissario di Shavei Israel in Portogallo, Rav Elisha Salas, che insegna alla comunità le basi dell’ebraismo – in Portoghese. I Bnei Anousim di Belmonte non hanno mai avuto un insegnante di ebraico specializzato…fino ad ora. La sua permanenza in città non sarà molto lunga, ma sicuramente apprezzata.

Amid risiede nel centro Shavei Israel Beit HaAnusim in città. Prima della sua visita in Portogallo, ha fatto volontariato come insegnante di ebraico per i recenti immigrati ebrei Etiopi in Israele.

“Divenire Mosè” (Becoming Moses) – un profilo di Shavei Israel in Tablet Magazine

Becoming-Moses-cover-300x275Tablet Magazine ha recentemente pubblicato un ampio profilo di Shavei Israel e del suo presidente e fondatore Micheal Freund. L’intero articolo, intitolato “Becoming Moses”, può essere letto qui. Il reporter Matthew Fishbine ha passato mesi lavorando sul pezzo, inclusa una visita in India con Shavei Israel, per descrivere la vita dei Bnei Menashe. Fishbine ne racconta la sua impressione, visitando Manipur e descrivendo il loro anelito per Zion. Ci narra poi di uno dei voli di aliyah di Shavei Israel dall’India e continua con l’incontro dei Bnei Menashe nel centro di Kfar Hasidim in Israele. L’articolo descrive anche le pittoresche origini dell’organizzazione Shavei Israel.

Leggi l’intero articolo

L’appartenenza ad una identità collettiva – Parashat Vaikrà

Rav Eliahu Birnbaum

vayikraIl libro di Vaikrà, terzo nell’ordine in cui è divisa la Torà, comincia insegnando i differenti tipi di sacrificio che dovevano essere offerti a Dio da parte di tutto il popolo di Israele.

All’inizio della nostra parashà ci imbattiamo in una espressione molto particolare che non ha nessuna analogia possibile nel resto della Torà: “E chiamò Moshé e parlò l’Eterno dal Santuario dicendo: Parla ai figli di Israele e dì loro: “Chiunque voglia fare una offerta all’Eterno, tra gli animali…prenderà la sua offerta”. Dio ha parlato a Moshé dal Santuario.

Generalmente la Torà si esprime in questo modo: “E parlò Dio a Moshé…”; questa è l’unica occasione nella quale, nonostante l’infinita potenza della voce divina, ad ascoltare Dio c’era solo Moshé e solamente quando entrava nel Santuario trasportabile del deserto. Continue reading “L’appartenenza ad una identità collettiva – Parashat Vaikrà”

Una lettura della Torah in Polonia per…il Segretario Generale delle Nazioni Unite!

Rav Ellis legge la Torah per il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon
Rav Ellis legge la Torah per il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon

Di Brian Blum

Il capo delle nazioni unite terrà a breve uno yad – l’indicatore d’argento usato per le letture dello Sefer Torah in sinagoga – per concentrarsi su importanti documenti diplomatici, a New York? Probabilmente no. Ma la storia su come uno yad è stato donato dall’emissario di Shavei Israel al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, proprio nella vecchia sinagoga di Oswiecim (la città adiacente all’infausto campo di concentramento di Auschwitz), è tuttavia notevole.

Ban stava visitando la Polonia a novembre, per partecipare alla conferenza mondiale sull’ambiente. Il suo assistente (ebreo), che scrive i suoi discorsi, gli ha suggerito un viaggio ad Auschwitz e nella vicina Oswiecim, dove il segretario generale è stato accompagnato in una visita al Centro Ebraico di Oswiecim da Rav Yehoshua Ellis di Shavei Israel. Nella sinagoga Rav Ellis ha aperto l’Arca, mostrando il Sefer Torah con la sua corona e copertura. Rav Ellis ha detto a Ban: “Una sinagoga è come una persona. L’aron (l’arca) è la sua mente, la bima (l’area sopraelevata da dove viene letta la Torah alla congregazione) è il suo cuore, l’amud (il leggio) è la sua bocca e il ner tamid (letteralmente “la fiamma eterna” che solitamente pende sopra la bima) ne rappresenta l’anima. Continue reading “Una lettura della Torah in Polonia per…il Segretario Generale delle Nazioni Unite!”

Dalla Sicilia a Napoli, i cripto-giudei italiani stanno tornando

Gli sforzi di un rabbino, attraverso l’Italia, per costruire nuove comunità di ebrei da tempo dispersi.

Di Gedalyah Reback – Arutz Sheva

Rav Pinhas (al centro, con gli occhiali) accende le luci di Hanukkah a Palermo
Rav Pinhas (al centro, con gli occhiali) accende le luci di Hanukkah a Palermo

Quando parliamo di cripto-giudei, abbiamo la tendenza a pensare ai discendenti degli ebrei spagnoli (1492) e portoghesi (1497), che furono costretti a convertirsi al cattolicesimo, seppur mantenendo la Torah in segreto. Però tendiamo a dimenticare che anche la Chiesa Cattolica e l’Inquisizione hanno influenzato l’Italia, in particolare la Sicilia. In spagnolo erano spesso chiamati conversos o marranos; in ebraico “bnei anousim”, letteralmente “i figli dei costretti”.

Rav Pinhas Pierpaolo Punturello (che per fortuna, a causa delle mie scarse capacità con la lingua italiana, viene chiamato Rav Pinhas) è un prodotto di quella poco conosciuta comunità cripto-ebraica italiana. Si ricorda i suoi familiari coprire gli specchi in casa dopo che sua nonna era morta, quando era bambino (un’usanza comune durante i lutti per gli ebrei); ha trovato connessioni con l’ebraismo da ambedue i lati della sua famiglia; e dopo avere infine scelto di appartenere all’ebraismo, è diventato capo spirituale della piccola comunità di Napoli. Continue reading “Dalla Sicilia a Napoli, i cripto-giudei italiani stanno tornando”

Parashat Vayaqel-Pequdè

packing-list2

Rav Pinchas Punturello

Dobbiamo ammettere che la parashà di Pequdè può essere ripetitiva ed a tratti risultare noiosa: un lungo elenco di tutti i materiali che furono impiegati nella costruzione del Mishkan, un lunghissimo e dettagliato elenco del quale non capiamo a prima lettura lo scopo, il senso profondo e la necessità. Moshè, la grande ed impareggiabile guida del popolo ebraico, il maestro che mai sarà superato nella storia del nostro popolo, perché ha sentito il dovere di offrire agli ebrei una così precisa e pignola lista? C’è un timore alla base di questa puntuale esposizione che ci lascia perplessi. Moshè è espone ogni dettaglio, ci fornisce ogni minimo uso di ogni minima quantità di materiale per un solo motivo: ha usato offerte pubbliche e deve renderne conto pubblicamente. Ci saremmo aspettati che Moshè, servo di Hashem, fosse al di sopra di ogni sospetto, perché chi mai potrebbe sospettare di lui? La questione non è il sospetto e nemmeno la purezza e l’onestà di Moshè che non sono in discussione, l’insegnamento di questa parashà e del comportamento di Moshè è profondo e di una modernità straordinaria. Moshè offre una contabilità pubblica e puntuale per non dare a nessuno la più lontana possibilità di sospetto, ma anche per dimostrare che chi ha una carica pubblica deve agire con una maggiore trasparenza ed onestà proprio nei confronti del pubblico da lui diretto ed amministrato. L’onestà, il buon nome, la fama e la riconoscenza del pubblico non bastano. Non possono bastare e non sono garanzia di una libertà da critiche. Per piacere a “Dio ed agli uomini” (Prov. 3,4) bisogna amministrare la cosa pubblica come se si vivesse in una casa di vetro, come se le stesse mura delle scuole, delle sinagoghe, delle comunità, delle yeshivot che amministriamo e che gestiamo per nome e conto di tutti, siano di vetro, trasparenti e fragili. Ci racconta la Mishnà nel trattato di Shekalim (3, 1-2) che quando prima delle festività di Pesach, Shavuot e Sukkot bisognava entrare nella sala del Tempio di Gerusalemme dove erano conservate le monete delle tasse annuali, colui che entrava a prendere il denaro non vestiva né mantello né tunica con maniche, né scarpe né sandali affinché non avesse nessun luogo dove poter nascondere anche una sola moneta. Il mantello, le maniche, le scarpe, i sandali sono i simboli della nostra stessa attitudine al potere, ai ruoli dirigenziali, alle cariche pubbliche. Sono i luoghi dei quali dovremmo liberarci per offrire al pubblico un servizio puro, limpido, senza sospetti e senza fonti di sospetto, un agire che abbia il Cielo come confine e l’uomo come meta.

Vi presentiamo il progetto dei Tefillin per i Bnei Menashe

Di Brian Blum

Uomini Bnei Menashe indossano i Tefillin durante le preghiere in India
Uomini Bnei Menashe indossano i Tefillin durante le preghiere in India

I Tefillin (filatteri) sono uno dei più antichi e riveriti comandamenti del giudaismo. Sono una coppia di piccole scatole di pelle, che contengono rotoli di pergamena su cui sono iscritti versi della Torah, e che vengono indossate dagli ebrei sul braccio e sulla fronte, durante le preghiere infrasettimanali della mattina. La fonte di questa pratica viene dal Deuteronomio 6:8, che dice “

Quando gli ebrei vennero esiliati dalla Terra d’Israele portarono con sé la pratica dei Tefillin. E quando alcune delle tribù esiliate continuarono il loro viaggio verso oriente, dall’Assiria o Babilonia, i Tefillin hanno fatto da costante connessione con le radici della loro fede.

I Bnei Menashe, i figli di Menasse, sono una delle dieci tribù di Israele “disperse”. Mentre vagavano tra la Persia e la Cina, prima di stabilirsi in India nordorientale, i Bnei Menashe hanno faticato per circa 2700 anni per riuscire a mantenere le loro tradizioni ebraiche. Continue reading “Vi presentiamo il progetto dei Tefillin per i Bnei Menashe”

Le Mitzvòt legate a Purim hanno aspetti che visti superficialmente mi lasciano sempre perplesso

Rav Pinchas Punturello

11025204_428545803962451_7786416572602720004_nTra la sera e la giornata di Purim l’ebreo è obbligato alla lettura della Meghillà la sera e la mattina della festa, ad inviare “mishloach manot” ovvero due portate di cibo pronto ad almeno un’altra persona, dare doni ad almeno due diverse persone indigenti, “mattanot laevionim” ed organizzare un pranzo festivo nella giornata di Purim, dopo mezzogiorno.

Se ebraicamente posso concepire il senso della mitzvà che mi impone il dovere di leggere il libro biblico di Ester, di rivivere attraverso il racconto gli eventi che hanno portato prima alla disperazione e poi alla salvezza degli ebrei di Persia, non riesco a comprendere fino in fondo il senso di mitzvòt che mi impongono di inviare dolciumi e cibo ai miei amici, di dare doni o denaro ai poveri e di organizzare un pranzo in un giorno che in fondo resta, per molti di noi, semi lavorativo o comunque non completamente esente da obblighi di lavoro. Continue reading “Le Mitzvòt legate a Purim hanno aspetti che visti superficialmente mi lasciano sempre perplesso”