Bentornata a casa Abigail: una portoghese riscopre il suo ebraismo

Abigail (Marina) Erlich doveva presentarsi davanti alla corte rabbinica per la sua conversione formale, quando all’ultimo momento, ha rivelato a Rav Elisha Salas, emissario di Shavei Israel in Portogallo e sua guida durante i diversi anni di studio, che credeva di essere già ebrea.

“Ho sempre saputo nel mio cuore di essere ebrea, ma non ne avevo nessuna prova, e quindi non l’ho mai detto a nessuno”, ci racconta Abigail. Ma proprio prima della partenza ha condiviso la sua storia.

Quando era una bambina, sua nonna le disse di essere ebrea. Ma i genitori di Abigail erano dei comunisti convinti e non volevano avere niente a che fare con la religione. Abigail crebbe in una famiglia totalmente laica. “Ogni qualvolta il tema veniva fuori, i miei genitori facevano di tutto per sopprimere la loro identità”, ci dice.

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Cracovia corre per i Vivi e celebra la vita ebraica in Polonia

Nel 1945, quando i Nazisti furono sconfitti e la II guerra mondiale si concluse nella sua tragicità, Marcel Zielinski (nella foto qui sotto ad Auschwitz), uscì dal campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e camminò fino alla sua città natale di Cracovia.

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Settantuno anni dopo, Zielinski è ritornato ad Auschwitz, ma questa volta come uno dei 150 partecipanti della terza annuale Corsa per i Vivi.

L’evento di beneficenza, fondato nel 2014 dal JCC di Cracovia (Centro Comunitario Ebraico di Cracovia) come versione ciclistica della nota Marcia dei Vivi  ad Auschwitz, consiste in una pedalata di 8 ore, 55 miglia, attraverso la campagna polacca – dagli orrori dei nefasti campi fino alla vivace rinascita della vita ebraica della Cracovia di oggi.

L’emissario di Shavei Israel in Polonia, Rav Avi Baumol, ha accompagnato Zielinski nella corsa quest’anno. Essere lì insieme è stato molto toccante, Rav Baumol racconta: “per me e per le 150 persone è stato forte vedere la tenacità e resistenza del popolo ebraico”.

La Corsa per i Vivi, è stata ispirata da Robert Desmond, un ciclista di Londra che nel 2013 ha voluto segnare il “percorso di liberazione” della sua famiglia al contrario: da Londra fino alle spiagge del D-Day in Normandia, attraverso Parigi, fino in Germania e in Repubblica Ceca, terminando al campo di Auschwitz-Birkenau.

Dopo il viaggio di 1350 miglia in un mese (del quale ha scritto nel suo blog), Desmond è arrivato a Cracovia dove ha fatto amicizia subito con Rav Baumol. Desmond si è innamorato di Cracovia e ha voluto dimostrare al mondo cosa stava succedendo in Polonia.

La Corsa per i Vivi è stata un grande successo, quest’anno sono stati raccolti 200mila dollari per le attività del JCC. Rav Baumol è il rabbino del JCC.

“Puoi spezzare le nostra ossa, distruggere le nostre comunità e cercare di sradicare la nostra memoria, ma noi sopravviveremo a tutto questo, noi continueremo a costruire” ha detto Rav Baumol dopo l’ultima Corsa.

Paul Schneller è un fotografo ebreo dei Paesi Bassi che sta scrivendo un libro sulla rinascita della vita ebraica a Cracovia. Ha fatto delle foto stupende della Corsa per i Vivi. Ecco qui una selezione:

I partecipanti alla Corsa hanno celebrato con una cena alla Sinagoga Itzhak di Cracovia. Ecco qui alcune foto:

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Un Bat-mitzva in Nigeria

Come ti vesti per il tuo Bat-mitzva in Nigeria? Non molto diversamente che in Israele: con un abito vaporoso rosa e una corona!

Gadi Bentley, uno dei nostri emissari per gli Ebrei Igbo in Nigeria (ne avevamo già scritto qui e qui), ci ha inviato le foto di questa giovane ragazza durante il suo Bat-mitzva, Tuvia Bat Pennyel, circondata da fratelli e genitori. Tuvia vive nella piccola cittadina di Ogidi.

Circa 3000 Igbo si identificano come Ebrei e praticano una moderna forma di ebraismo, con sinagoghe (26 nel paese), rotoli di Torah, casherut, indossano i Tefillin e il Tallit, e i maschi vengono circoncisi.

Gli Ebrei Igbo sono stati notati dagli occidentali circa 500 anni fa, quando dei missionari portoghesi arrivarono in Africa Occidentale. Inviarono alle loro sedi dei rapporti nei quali si parlava di africani che rispettavano lo Shabbat e le leggi della Casherut. Anche se i missionari iniziarono a convertire gran parte degli Igbo al cristianesimo, questi non dimenticarono delle loro origini e negli ultimi decenni hanno iniziato a ritornare alle proprie radici.

Questa riconnessione non riguarda solo le celebrazioni, smachot, come un bar-mitzva. Ogni mese i ragazzi della comunità si raccolgono per varie attività e per divertimento. Ecco alcune foto (quello alto non-Nigeriano è il nostro emissario Gadi).

L’idea è quella di incontrarsi in posti diversi ogni volta “per studiare Torah insieme e imparare gli uni dagli altri”, ci dice Gadi Bentley.

C’è sempre un quiz sul Legge Ebraica, Sionismo e lingua ebraica. Ci sono sempre tanti vincitori.

E ultimamente, come si vede dalle foto, c’è stato uno Shabbaton a Eboni.

Shavei Israel e il Maccabi Tel Aviv collaborano per i giovani ragazzi Bnei Menashe

Elad Israel e Yoel Kolshing sono tifosi di calcio da sempre – che nel loro caso significa da circa nove anni. I Bnei Menashe sono proprio così, danno calci al pallone da quando riescono già a dire Shemà Israel.

Ma nemmeno nei loro sogni più grandi avrebbero mai immaginato di entrare in campo accompagnando una delle più grandi squadre italiane – il Maccabi Tel Aviv – vestiti con la tipica uniforme della squadra, blu e gialla.

Il grande momento di Elad e Yoel ha inaugurato una nuova eccitante collaborazione tra Shavei Israel e la Fondazione Maccabi Tel Aviv Football Club. Altre attività in programma: un campeggio con calcio per i giovani Bnei Menashe, sponsorizzazione del torneo di calcio di Sukkot dei Bnei Menashe, e forse anche una visita ai Bnei Menashe che ancora vivono in India da parte del Maccabi Tel Aviv.

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Una bellissima e originale storia d’amore nata a Belmonte

Un’aristocratica romana pose una volta a Rav Yosi Ben Halafta, uno dei principali saggi della Mishna, una domanda provocatoria.

“In quanti giorni ha creato Dio il mondo?”, chiese.

“In sei”, rispose il Rav.

 

“E di cosa si è occupato Dio da allora?”, incalzò.

“Di formare le coppie per farle sposare”, fu la risposta.

 

“Giusto questo?”, disse con ironia. “Persino io riesco a farlo. Creerò centinaia di coppie in brevissimo tempo”.

E la storia continua nel Bereshit Rabba (68:4), quella notte la matrona romana fece unire un migliaio dei suoi schiavi con migliaia di schiave. Ma al mattino, uno schiavo aveva la testa mozzata, un altro aveva perso un occhio, mentre un terzo zoppicava a causa di una gamba rotta”.

Rav Yosi aveva predetto esattamente questa cosa. “Può sembrare facile ai tuoi occhi” disse all’aristocratica romana, “ma per il Signore è difficile come far aprire il Mar Rosso”.

Dio deve avere osservato l’ultimo Shabbaton che si è tenuto a Belmonte, in Portogallo, visto che alla fine una coppia inusuale si era formata.

A metà maggio, l’emissario di Shavei Israel in Portogallo, Rav Elisha Salas, aveva ospitato 120 Ebrei Hassidici da New York, nell’albergo della cittadina appena inaugurato casher (ne avevamo scritto qui). Rav Isroel Nachum di Safed aveva organizzato questa gita, che Rav Salas aveva definito come “una straordinaria e unica esperienza in Portogallo”.

Ed è proprio così che si devono sentire Chunie Reinhold e Ruth Rodrigo.

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Un altro successo: Sonia Manlun diventa la terza assistente sociale di origine Bnei Menashe in Israele

Congratulazioni a Sonia Manlun Lhungdim appena diventata l’ultima degli immigrati Bnei Menashe in Israele, a laurearsi in una scuola per assistenti sociali. Sonia raggiunge i suoi amici, Itzhak e Esther Colney, anche loro laureati presso l’Academic College di Safed, negli ultimi anni.

“Siamo così orgogliosi della laurea triennale di Sonia, grazie anche all’aiuto di Shavei Israel”, dice Michael Freund, presidente di Shavei Israel. “Sonia progetta di dedicare la sua carriera all’aiuto degli altri – un altro esempio di come i Bnei Menashe facciano Israele migliore e più forte. Mazal tov, Sonia!”.

 

Sonia è arrivata in Israele nel 1998. Ha iniziato i suoi studi quattro anni fa, durante i quali Shavei Israel ha pagato la sua retta e ha stanziato per lei una borsa di studio, affinché potesse dedicarsi pienamente sui suoi studi.

Sonia si è anche sposata durante i suoi studi, e Shavei Israel ha aiutato suo marito con un training professionale, inclusa la preparazione agli esami psicometrici, molto usati dagli Americani, ma sconosciuti in India. Sonia e Shalom hanno due figli piccoli.

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Shavei Israel in svedese

Il presidente di Shavei Israel, Michael Freund, è stato descritto nel giornale di lingua svedese in Finlandia – Kyrkpressen – la scorsa settimana, dove ha parlato delle attività di Shavei Israel in generale e dei Bnei Menashe in particolare.

Sapete leggere o capite lo svedese? Allora date un’occhiata alle due pagine apparse nel giornale dedicato alla cultura.

 

Cliccate quest link per vedere l’intero articolo (in svedese).

Fede, coraggio e scoperta: da El Salvador a Gerusalemme

Tutto è cominciato nel 1982, quando la madre di Yael e Elisheva Franco aiutò nella fondazione di un nuovo liceo in El Salvador, chiamandolo “Gerusalemme”. La madre delle sorelle Franco non sapeva niente di tradizione ebraica e la scuola era un normale liceo laico.

Dieci anni dopo la madre delle sorelle Franco arrivò in Israele con una borsa dell’Ambasciata Israliana per studiare pedagogia a Haifa. Di nuovo, non vi era una reale connessione all’ebraismo. “Sentiva un legame con Israele, ma non sapeva come mai”, racconta Yael.

Oggi tutta la famiglia Franco pratica l’ebraismo tradizionale. Il fratello maggiore, Eliyahu, ha fondato la sinagoga nella capitale San Salvador, e tutti i familiari ne sono i membri fondatori.

Yael e Elisheva hanno fatto un passo avanti. Dopo una conversione formale l’anno scorso, adesso risiedono in Israele. Elisheva ha fatto regolare aliyah, mentre Yael ancora aspetta la sua carta d’identità che dovrebbe essere pronta a giorni.

Yael ci dice come ha sentito la presenza di Dio che piano piano ha guidato l’intera famiglia, passo dopo passo, nella connessione all’ebraismo.

Ecco cosa succede quando i discendenti dei Bnei Anousim, discendenti degli Ebrei perseguitati dall’Inquisizione in Spagna, Portogallo e Italia Meridionale, rinascono come torrenti nei più reconditi angoli del globo. Capita che fondino una scuola chiamata Gerusalemme a 10mila km dalla capitale dello Stato Ebraico.

Shavei Israel ha incontrato da poco quattro giovani donne da El Salvador, adesso in Israele in diverse tappe del loro percorso di aliyah, che studiano nelle midrashot ebraismo e ebraico negli ulpan.

Rachel, 27 anni, ha studiato comunicazione in El Salvador e vorrebbe diventare una brava giornalista. La sua famiglia è immigrata in El Salvador dalla Spagna e suo padre era originario della Turchia. Non è certa delle sue origini ebraiche, ma grazie a dei colleghi ebrei dell’Università, ha cominciato ad osservare lo Shabbat e piano piano anche le altre mitzvot, e ora non può farne a meno.

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I Bnei Menashe celebrano la Giornata di Gerusalemme

Yom Yerushalayim – Giornata di Gerusalemme – segna la riunificazione della capitale di Israele dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967. E’ un giorno toccante per i veterani israeliani e ancora di più, se possibile, per i nuovi immigrati che da poco hanno visto Gerusalemme per la prima volta.

Un gruppo di giovani ragazze Bnei Menashe, recentemente immigrate dall’India e ora residenti a Tiberiade, hanno girato Gerusalemme di domenica per Yom Yerushalaim. Abbiamo alcune foto della loro visita al Muro del Pianto, in posa davanti alla gigantesca Menorah che sovrasta il piazzale del Muro, e della loro passeggiata sulle pietre antiche del Cardo romano.

Non si deve essere però per forza indiani, o aspettare Yom Yerushalaim, per venire a visitare Gerusalemme. La capitale di Israele vi aspetta. Unitevi a noi!

Allo scoperto

di Laura Ben-David

Durante un lungo viaggio di conferenze alle quali ho partecipato negli Stati Uniti, ogni minuto era contato e ogni azione programmata. Quindi quando sono stata avvicinata, dopo un discorso che ho tenuto a Southfield in Michigan, da una donna che voleva sapere se potevo fare un discorso ad un altro gruppo quel pomeriggio stesso, la mia iniziale reazione era di crederlo impossibile.

Quando però mi ha detto che gruppo rappresentava, non ho avuto dubbi, avrei partecipato. Così un’aggiunta dell’ultimo minuto è diventata il momento più commovente di tutta la mia attività di relatore.

Mi ha detto di essere Esther Posner, una bambina che era stata nascosta durante la Shoah. Il suo “gruppo” si sarebbe riunito quel pomeriggio e avrebbero apprezzato forse il mio intervento.

Ma che gruppo è esattamente? Ho chiesto aspettandomi un club di lettura o di tè per signore. Mi ha detto che era la World Federation of Jewish Child Survivors of the Holocaust and Descendants. Questo sarebbe stato l’incontro annuale di Hanukkà del Michigan. Ci sarebbero state circa 70 persone, la maggior parte di loro bambini nascosti durante la Shoah.

Mi sono venuti i brividi solo a sentire dell’esistenza di un tale gruppo. E ad essere la relatrice principale…ero onorata come non mai. Ovviamente l’avrei fatto, anche se significava creare una nuova presentazione, adattarla al pubblico, avere solo poche ore per prepararmi e infilare il tutto in un programma già molto intenso.

Il programma esistente che avevo organizzato per il viaggio tratta degli Ebrei “perduti” e “nascosti” in tutto il mondo, ai quali Shavei Israel, dove lavoro come direttrice del marketing e dei nuovi media, aiutava a riconnettersi con il proprio patrimonio ebraico e con lo Stato di Israele. Una di queste comunità che seguiamo sono gli Ebrei nascosti della Polonia durante la Shoah – quasi l’inverso del gruppo al quale avrei parlato.

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