Perché fallisce la rivolta di Korach? – Parashat Korach

Rav Pinchas Punturello

20090616144016

In fondo la sua critica era giusta ed aveva spinte democratiche che non possiamo ignorare: “Questo vi basti, perché l’intera assemblea, tutti loro, sono santi e l’Eterno è in mezzo a loro. Perché, dunque, vi dovete innalzare al di sopra della congregazione dell’Eterno?” (Numeri 16, 3) Con queste parole Korach critica il potere assoluto di Moshe ed il legame familiare con Aaron HaCohen, fratello stesso della guida Moshe. Il senso è chiaro: in una comunità di tutti santi, la guida e la concentrazione del potere in poche mani non ha nessun senso. Ed ecco quindi che partendo da questa necessità democratica vediamo fallire e punire Korach. Forse che Dio non accetta il senso democratico di una critica? Forse che l’ebraismo non vuole la condivisione popolare dei diritti e dei doveri? Il punto centrale della risposta va trovato in Korach e nella realtà della sua critica. Korach non ha nessun interesse per il popolo ebraico ne’ tantomeno per la democrazia dello stesso. Non gli interessa la spiritualità di esso, la sua crescita ed il suo sviluppo. A Korach interessa il suo posto nel mondo: lui cugino maggiore di Moshe’ e di Aaron ed è lui, Korach, che sarebbe dovuto essere il Cohen Gadol. Lui avrebbe dovuto avere quell’onore e quell’onere e questo è il punto della questione. Korach lotta per se stesso ed usa la Tora’ come mezzo per la propria carriera e trascina una finta guerra “democratica” contro due guide spirituali per portare potere a se’ ed al suo gruppo. Comprendendo il punto personale di Korach risolviamo e scopriamo il dramma morale che egli nascondeva: l’arrivismo politico spinto senza elementi morali. Questo forse è il più grande insegnamento moderno che impariamo da Korach.

Pareri soggettivi per un valore oggettivo – Shelach Lecha

images (1)

Rav Eliahu Birnbaum

In questa parashà vengono definiti i successivi quaranta anni del popolo di Israele nel deserto. Durante gli eventi nel deserto viene alla luce molto chiaramente il criterio che definisce chi sarà capace di arrivare a vivere in libertà e chi non lo sarà. Di conseguenza è proprio in questa parashà che si determina il futuro di tutta una generazione: chi morirà nel deserto e chi invece giungerà a vivere nella terra di Israele.

Moshè mettendo in pratica le istruzioni di Dio, invia una delegazione di dodici uomini a scoprire le caratteristiche della Terra di Israele prima che vi giunga tutto il popolo. Si tratta dei capi delle dodici tribù che non partono per proprio volontà, ma che sono inviati. Non si tratta di spie come quelle che verranno inviate in seguito da Yeoshua (Giosuè). Questa è una delegazione diplomatica che non si nasconde e che dovrà riportare più tardi informazioni di carattere militare.

Gli inviati devono giungere alla terra e osservarne le caratteristiche, devono vedere le sue città, gli uomini che le abitano, di quali armi dispongono, per poter poi informare Moshé e tutto il popolo di quello che hanno visto. I delegati portano a termine la loro missione: al loro ritorno consegnano le loro informazioni, chiare ed obbiettive, senza alcuna distorsione. L’informazione è positiva. Continue reading “Pareri soggettivi per un valore oggettivo – Shelach Lecha”

A volte dal lamento nasce il problema – Parashat Beaalotecha

Rav Eliahu Birnbaum

929478-5Questa parashà ci mostra il popolo di Israele che esperimenta diverse frustrazioni, a causa delle quali protesta e si lamenta davanti a Dio. In un uno di questi casi il popolo vive un senso di “vuoto” senza che vi sia alcun motivo particolare. E’ la percezione di tale vuoto che provoca un lamento che è fine a se stesso. La Torà ci racconta, in questo caso, che Dio reagisce incendiando parte dell’accampamento. L’altro caso è ben differente. Il popolo vive una necessità concreta e reclama: “Chi ci darà carne per mangiare?…Ci manca il pesce…”. Non è che Il popolo abbia fame, perché con la manna riesce a gustare tutti i sapori che desidera, ma si sente stufo di mangiare sempre la stessa cosa. Di fronte alla lamentela per una mancanza concreta, indipendentemente dalla sua validità, Dio soddisfa la richiesta del popolo e gli invia carne da mangiare.

Questi due casi sono una porta che si apre, attraverso cui comprendiamo le circostanze nelle quali è valido reclamare. La Torà non si oppone all’uomo che si lamenta, che critica e reclama, purché abbia una ragione specifica e concreta per farlo. In varie occasioni il popolo di Israele si è lamentato davanti a Dio ed Egli ha accettato le sue lamentale. La Torà ci fa notare che anche Abramo si lamentò di fronte al Creatore, così come, più volte, si lamentò lo stesso Moshé.

La situazione acquisisce una diversa valenza e diviene problematica quando ci si lamenta a vuoto, senza un motivo apparente, quando ci si lamenta e si piange senza un perché. A volte ci si lamenta idealizzando le situazioni, alienandosi dalla realtà. Non si è coscienti di ciò che accade effettivamente intorno a sé, si chiudono gli occhi e, con essi, si chiude anche la possibilità di comprendere le ragioni della propria lamentela. In questo modo, l’ambiente negativo, lontano da essere causa di tristezza e di lamentela, risulta essere la sua conseguenza. Continue reading “A volte dal lamento nasce il problema – Parashat Beaalotecha”

La differenza tra “Pace” e “Shalom” – Parashat Nasò

Rav Eliahu Birnbaum

הורד“Che Dio volga su di te lo sguardo e ti conceda shalom.” Questa è la benedizione che la nostra parashà mette sulla bocca dei cohanim, i sacerdoti, per tutto Israele.

“Shalom” non ha lo stesso significato di pace. Pace è la negazione della guerra, è uno stato di non violenza. Shalom, invece, proviene da “shalem”, da “shelemut”, che significano completezza ed integrità. Shalom, per essere tale, presuppone uno stato di tranquillità, sostegno, quiete, calma, concordia, armonia, amicizia. Il concetto di shalom lascia la sua manifestazione visibile nella realtà congiunturale, mentre pone le proprie radici più nel profondo, nel mondo dei sentimenti e delle attitudini vitali dell’uomo.

Il Talmud ci insegna che “il mondo si base su tre pilastri: la giustizia, la verità e lo shalom” e che Dio “creò il mondo affinché esistesse shalom tra gli uomini.” Colonna e fine dell’universo, lo shalom, è un referente cruciale nella vita ebraica. Continue reading “La differenza tra “Pace” e “Shalom” – Parashat Nasò”

Parashat Bamidbar

Rav Pinchas Punturello

file_0I figli d’Israele si accamperanno ciascuno vicino alla sua bandiera sotto le insegne della casa dei loro padri; si accamperanno tutt’intorno alla tenda di convegno. (Numeri 2,2).

Nel deserto il popolo di Israele organizza se stesso e si divide secondo gli schemi propri di una nazione e di una popolazione che si appresta a diventare anche Stato o Regno a seconda dei casi. Ogni tribù prende il proprio posto, la propria bandiera ed il proprio stemma, ognuna di esse conosce e rispetta la funzione e la responsabilità che le è stata attribuita in una visione di insieme che se dovesse essere smarrita sarebbe fonte di conflitti ed egoismi così come spesso è avvenuto ed avviene. Perché se ci concentriamo troppo sul senso della “bandiera sotto le insegne delle nostra casa” o gruppo che dir si voglia il rischio di faziosità, di palude intellettuale, di chiusura agli altri è inevitabile e pericoloso.

Ci chiederemmo allora perché la Torà specifica, in questo secondo conteggio del popolo ebraico e della sua sistemazione nell’accampamento, il senso dell’accamparsi di ogni persona accanto alla propria bandiera e le proprie insegne?
Il Malbim, Rabbi Meri Leibush ben Yechiel Michel Weiser, nato in Ukraina nel marzo del 1809, rabbino capo di Bucharest e poi di Konigsberg, autorevole commentatore biblico morto nel 1879, a Kiev suggerisce un interessante ragionamento. Continue reading “Parashat Bamidbar”

Parashat Behar Sinai-Bechukkotai

שנת-היובל“Santificherete il cinquantesimo anno e proclamerete la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e ognuno di voi tornerà nella sua famiglia.”

Con queste parole il versetto 10 del capitolo 25 del Levitico descrive la dichiarazione dell’anno del Giubileo: un anno di liberazione per tutti i suoi abitanti. La parola ebraica libertà usata in questo contesto è DROR e tenendo presente che nell’ebraico biblico ed in quello post biblico esistono altre due parole per indicare la libertà (chofesh e cherut) dovremmo chiederci perché nel linguaggio della Torà la libertà dell’anno del Giubileo è dror e non altra.

Il grande commentatore Rashì cita in loco una fonte e spiega in questo modo: “ Insegna Rabbi Yehuda: “Cosa significa DROR? Come chi abita in un luogo di residenza qualsiasi, che abita quindi ovunque egli voglia senza essere sottoposto ad altri.”

Ibn Ezra, commentatore medioevale spagnolo offre un secondo spunto di riflessione: “ Dror è risaputo che significa libero come è detto in Proverbi 26, 2 rispetto alla libertà di volo degli uccelli. Così come un piccolo passero canta quanto è libero nel suo luogo di residenza, si lascia invece morire di fame se è nelle mani dell’uomo.”

Sembrerebbe quindi che il senso delle libertà vista dalla parole dror sia legato alla capacità ed al diritto dell’uomo di mouversi e di risiedere dove preferisce, un diritto che per Ibn Ezra deriva quasi dalla natura nel paragone che lui compie con il mondo degli uccelli. Continue reading “Parashat Behar Sinai-Bechukkotai”

Come vivere a testa alta – Parashat Emor

Rav Eliahu Birnbaum

1_169213569In questa parashà ci viene insegnata una formula che richiama l’Ebraismo al suo dovere di mantenere viva la speranza, in modo tale che l’uomo non soccomba nella routine. Ogni persona del popolo di Israele ha il dovere di contare quarantanove giorni dalla seconda notte di Pesach fino a Shavuot per dirigersi alla fine verso il Tempio e presentare le offerte dei Bikkurim , delle primizie.

Il conteggio dell’Omer, delle sette settimane tra Pesach e Shavuot ha certamente un significato pratico per il mondo agricolo: la fine delle sette settimane coincide infatti con il momento della raccolta ed è per questo che a Shavuot le primizie, i “Bikkurim” sono offerte nel Tempio. Ma il conteggio dell’Omer lega e vincola altresì la festa di Pesach con Shavuot, l’uscita dall’Egitto con il dono della Torà: “sefirat haomer” è, di conseguenza, simbolo di un processo incancellabile che si trova al centro tra la libertà fisica e la redenzione spirituale.

Comprendiamo da questo passaggio che la redenzione spirituale non può mai essere istantanea e deve trascorrere un certo periodo affinché venga avvertita come ovvia la sua necessità. Un popolo non può vivere senza una identità culturale, senza una morale, senza leggi, senza precetti, senza norme, senza una coscienza collettiva: sono tutti elementi che accompagnano la mera liberazione fisica ma che necessitano di essere elaborati interiormente. Continue reading “Come vivere a testa alta – Parashat Emor”

Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim

RavEliahu Birnbaum

2441In questa parashà viene stabilito uno dei pilastri concettuali più importanti dell’Ebraismo e che riguarda l’essenza stessa della vita dell’uomo. “Sarete attenti al compimento delle mitzvot, l’uomo che le osserverà vivrà in esse” dichiara Dio al popolo di Israele. L’espressione “vivrà in esse” definisce una particolare singolarità della religione di Israele rispetto a tutte le altre. L’Ebraismo non solo non offre nessun tributo alla morte, né la idealizza né tantomeno è devoto ad essa, ma la definisce come una sospensione della vita e di tutto il suo corpus normativo e legale. I precetti sono donati all’uomo, all’uomo integro, affinché viva con essi ed interamente in essi, perché egli viva. I precetti perderebbero il loro significato se a causa loro l’uomo smettesse di vivere.

“Pikkuach Nefesh” è l’espressione ebraica che indica una situazione di pericolo per la vita fisica e temporale. Non esiste nella Torà nessuna espressione con la quale sia possibile concepire la morte dello spirito o quella dell’anima. L’unica morte concepibile è quella fisica, quella temporale, e ad essa si riferisce la Torà quanto autorizza la trasgressione delle sue stesse norme se esiste un reale pericolo di vita.

I nostri saggi, esegeti e legislatori, hanno unanimemente sottolineato il rispetto della vita: nulla deve essere posto al di sopra delle “norme per la vita”; deve essere rimosso qualunque ostacolo che possa comportare il benché minimo rischio per la vita. In caso di malattia, di guerra, di situazioni di emergenza, sono proprio i saggi ed i leader spirituali del popolo di Israele che devono agire, annullando tutte le norme dalle quali potrebbe dipendere la perdita anche una sola vita. Continue reading “Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim”

Parashat Tazria Metzora

Rav Pinchas Punturello

maxresdefaultIn poche occasioni la Torà stabilisce una relazione lineare di causalità tra una azione commessa ed un castigo ricevuto. Questa parashà ci racconta di una epidemia simile alla lebbra conosciuta in ebraico come “tzaarat” che attacca coloro che incorrono nella calunnia o nella ingiuria (Lashon hara).

“Tzaarat” non è una patologia fisica bensì è la manifestazione esteriore di deviazioni intime dell’individuo, dell’indole morale e spirituale. L’individuo che calunnia o ingiuria è affetto e debilitato, così come tutta la società, nello spargere il germe di un male che porta al suo proprio interno.

La sua condanna è di conseguenza una infermità fisica che lo obbliga ad allontanarsi dall’accampamento, dal popolo, dalla società e deve restare isolato in completa solitudine. Il castigo vuole essere una correzione: obbligandolo a restare solo si spera che l’individuo cominci a dare un reale valore alla necessità di essere in maniera armoniosa parte della società.

L’unico al quale si affida la cura del malato di tzaarat è il cohen, il sacerdote, e non il medico, cosa che riafferma il concetto di infermità spirituale. Continue reading “Parashat Tazria Metzora”

Parashat Shemini

Rav Pinchas Punturello

107“Non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo…”

Con questo versetto la Torà giustifica l’intero senso della Kasherut, le regole alimentari e ci obbliga al suo rispetto. In genere la Torà non si dilunga in spiegazioni per i precetti specifici, ma ci dona una visione del sistema generale dei precetti che sono finalizzati ad approfondire i concetti di santità e giustizia. La santità è il fondamento e l’aspirazione di ogni azione dell’ebreo devoto e con essa come orizzonte noi dobbiamo guardare ad ogni obbligo, positivo e negativo, della Torà. Eppure, lungo il corso delle generazioni, sono state accumulate interpretazioni che hanno cercato il senso di ogni precetto. Ogni generazione ha apportato il suo contributo in accordo con le correnti filosofiche e culturali che sono esistite in ogni epoca e delle quali era influenzata. Il precetto della kasherut include diverse leggi e tutte queste insieme formano la concezione generale della kasherut. Continue reading “Parashat Shemini”