Parashat Behar Sinai-Bechukkotai

שנת-היובל“Santificherete il cinquantesimo anno e proclamerete la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e ognuno di voi tornerà nella sua famiglia.”

Con queste parole il versetto 10 del capitolo 25 del Levitico descrive la dichiarazione dell’anno del Giubileo: un anno di liberazione per tutti i suoi abitanti. La parola ebraica libertà usata in questo contesto è DROR e tenendo presente che nell’ebraico biblico ed in quello post biblico esistono altre due parole per indicare la libertà (chofesh e cherut) dovremmo chiederci perché nel linguaggio della Torà la libertà dell’anno del Giubileo è dror e non altra.

Il grande commentatore Rashì cita in loco una fonte e spiega in questo modo: “ Insegna Rabbi Yehuda: “Cosa significa DROR? Come chi abita in un luogo di residenza qualsiasi, che abita quindi ovunque egli voglia senza essere sottoposto ad altri.”

Ibn Ezra, commentatore medioevale spagnolo offre un secondo spunto di riflessione: “ Dror è risaputo che significa libero come è detto in Proverbi 26, 2 rispetto alla libertà di volo degli uccelli. Così come un piccolo passero canta quanto è libero nel suo luogo di residenza, si lascia invece morire di fame se è nelle mani dell’uomo.”

Sembrerebbe quindi che il senso delle libertà vista dalla parole dror sia legato alla capacità ed al diritto dell’uomo di mouversi e di risiedere dove preferisce, un diritto che per Ibn Ezra deriva quasi dalla natura nel paragone che lui compie con il mondo degli uccelli. Continue reading “Parashat Behar Sinai-Bechukkotai”

Come vivere a testa alta – Parashat Emor

Rav Eliahu Birnbaum

1_169213569In questa parashà ci viene insegnata una formula che richiama l’Ebraismo al suo dovere di mantenere viva la speranza, in modo tale che l’uomo non soccomba nella routine. Ogni persona del popolo di Israele ha il dovere di contare quarantanove giorni dalla seconda notte di Pesach fino a Shavuot per dirigersi alla fine verso il Tempio e presentare le offerte dei Bikkurim , delle primizie.

Il conteggio dell’Omer, delle sette settimane tra Pesach e Shavuot ha certamente un significato pratico per il mondo agricolo: la fine delle sette settimane coincide infatti con il momento della raccolta ed è per questo che a Shavuot le primizie, i “Bikkurim” sono offerte nel Tempio. Ma il conteggio dell’Omer lega e vincola altresì la festa di Pesach con Shavuot, l’uscita dall’Egitto con il dono della Torà: “sefirat haomer” è, di conseguenza, simbolo di un processo incancellabile che si trova al centro tra la libertà fisica e la redenzione spirituale.

Comprendiamo da questo passaggio che la redenzione spirituale non può mai essere istantanea e deve trascorrere un certo periodo affinché venga avvertita come ovvia la sua necessità. Un popolo non può vivere senza una identità culturale, senza una morale, senza leggi, senza precetti, senza norme, senza una coscienza collettiva: sono tutti elementi che accompagnano la mera liberazione fisica ma che necessitano di essere elaborati interiormente. Continue reading “Come vivere a testa alta – Parashat Emor”

Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim

RavEliahu Birnbaum

2441In questa parashà viene stabilito uno dei pilastri concettuali più importanti dell’Ebraismo e che riguarda l’essenza stessa della vita dell’uomo. “Sarete attenti al compimento delle mitzvot, l’uomo che le osserverà vivrà in esse” dichiara Dio al popolo di Israele. L’espressione “vivrà in esse” definisce una particolare singolarità della religione di Israele rispetto a tutte le altre. L’Ebraismo non solo non offre nessun tributo alla morte, né la idealizza né tantomeno è devoto ad essa, ma la definisce come una sospensione della vita e di tutto il suo corpus normativo e legale. I precetti sono donati all’uomo, all’uomo integro, affinché viva con essi ed interamente in essi, perché egli viva. I precetti perderebbero il loro significato se a causa loro l’uomo smettesse di vivere.

“Pikkuach Nefesh” è l’espressione ebraica che indica una situazione di pericolo per la vita fisica e temporale. Non esiste nella Torà nessuna espressione con la quale sia possibile concepire la morte dello spirito o quella dell’anima. L’unica morte concepibile è quella fisica, quella temporale, e ad essa si riferisce la Torà quanto autorizza la trasgressione delle sue stesse norme se esiste un reale pericolo di vita.

I nostri saggi, esegeti e legislatori, hanno unanimemente sottolineato il rispetto della vita: nulla deve essere posto al di sopra delle “norme per la vita”; deve essere rimosso qualunque ostacolo che possa comportare il benché minimo rischio per la vita. In caso di malattia, di guerra, di situazioni di emergenza, sono proprio i saggi ed i leader spirituali del popolo di Israele che devono agire, annullando tutte le norme dalle quali potrebbe dipendere la perdita anche una sola vita. Continue reading “Una religione per la vita – Parashat Achare Mot–Kedoshim”

Parashat Tazria Metzora

Rav Pinchas Punturello

maxresdefaultIn poche occasioni la Torà stabilisce una relazione lineare di causalità tra una azione commessa ed un castigo ricevuto. Questa parashà ci racconta di una epidemia simile alla lebbra conosciuta in ebraico come “tzaarat” che attacca coloro che incorrono nella calunnia o nella ingiuria (Lashon hara).

“Tzaarat” non è una patologia fisica bensì è la manifestazione esteriore di deviazioni intime dell’individuo, dell’indole morale e spirituale. L’individuo che calunnia o ingiuria è affetto e debilitato, così come tutta la società, nello spargere il germe di un male che porta al suo proprio interno.

La sua condanna è di conseguenza una infermità fisica che lo obbliga ad allontanarsi dall’accampamento, dal popolo, dalla società e deve restare isolato in completa solitudine. Il castigo vuole essere una correzione: obbligandolo a restare solo si spera che l’individuo cominci a dare un reale valore alla necessità di essere in maniera armoniosa parte della società.

L’unico al quale si affida la cura del malato di tzaarat è il cohen, il sacerdote, e non il medico, cosa che riafferma il concetto di infermità spirituale. Continue reading “Parashat Tazria Metzora”

Parashat Shemini

Rav Pinchas Punturello

107“Non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo…”

Con questo versetto la Torà giustifica l’intero senso della Kasherut, le regole alimentari e ci obbliga al suo rispetto. In genere la Torà non si dilunga in spiegazioni per i precetti specifici, ma ci dona una visione del sistema generale dei precetti che sono finalizzati ad approfondire i concetti di santità e giustizia. La santità è il fondamento e l’aspirazione di ogni azione dell’ebreo devoto e con essa come orizzonte noi dobbiamo guardare ad ogni obbligo, positivo e negativo, della Torà. Eppure, lungo il corso delle generazioni, sono state accumulate interpretazioni che hanno cercato il senso di ogni precetto. Ogni generazione ha apportato il suo contributo in accordo con le correnti filosofiche e culturali che sono esistite in ogni epoca e delle quali era influenzata. Il precetto della kasherut include diverse leggi e tutte queste insieme formano la concezione generale della kasherut. Continue reading “Parashat Shemini”

Parashat Tzav

Rav Pinchas Punturello img_0394-201308051

“Il Signore disse a Moshè di comunicare ad Aronne ed ai suoi figli questi ordini. Ecco le regole per il sacrificio completo: questo sacrificio deve bruciare per tutta la notte sull’altare in cui si terra acceso il fuoco.”( Lv. 6, 1-2) Il fuoco dà una forte connotazione a questi versetti ed all’intera parashà. Il fuoco che bricia sull’altare e nell’altare, un fuoco perpetuo che nella tradizione chassidica diventa simbolo di fede, di attaccamento a Dio, di passione che fa battere il cuore dell’ebreo devoto.

Lo Shabbat, il sacro giorno della settimana ebraica,  è circondato dal fuoco:  noi accogliamo lo Shabbat con l’accensione delle candele e concludiamo lo Shabbat, aprendo  una nuova settimana con l’accensione del fuoco dell’Avdalà.

Nel roveto ardente Kadosh Baruch Hu si rivela a Moshè con un fuoco che brucia ma che non consuma, sul monte Sinai, al momento della ricezione della Torà la montagna bruciava del fuoco divino, nel deserto il popolo ebraico è guidato di notte da una colonna di fuoco.

Il fuoco è un punto di incontro come risultato del contatto tra sacro e profano. Continue reading “Parashat Tzav”

L’appartenenza ad una identità collettiva – Parashat Vaikrà

Rav Eliahu Birnbaum

vayikraIl libro di Vaikrà, terzo nell’ordine in cui è divisa la Torà, comincia insegnando i differenti tipi di sacrificio che dovevano essere offerti a Dio da parte di tutto il popolo di Israele.

All’inizio della nostra parashà ci imbattiamo in una espressione molto particolare che non ha nessuna analogia possibile nel resto della Torà: “E chiamò Moshé e parlò l’Eterno dal Santuario dicendo: Parla ai figli di Israele e dì loro: “Chiunque voglia fare una offerta all’Eterno, tra gli animali…prenderà la sua offerta”. Dio ha parlato a Moshé dal Santuario.

Generalmente la Torà si esprime in questo modo: “E parlò Dio a Moshé…”; questa è l’unica occasione nella quale, nonostante l’infinita potenza della voce divina, ad ascoltare Dio c’era solo Moshé e solamente quando entrava nel Santuario trasportabile del deserto. Continue reading “L’appartenenza ad una identità collettiva – Parashat Vaikrà”

Parashat Vayaqel-Pequdè

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Rav Pinchas Punturello

Dobbiamo ammettere che la parashà di Pequdè può essere ripetitiva ed a tratti risultare noiosa: un lungo elenco di tutti i materiali che furono impiegati nella costruzione del Mishkan, un lunghissimo e dettagliato elenco del quale non capiamo a prima lettura lo scopo, il senso profondo e la necessità. Moshè, la grande ed impareggiabile guida del popolo ebraico, il maestro che mai sarà superato nella storia del nostro popolo, perché ha sentito il dovere di offrire agli ebrei una così precisa e pignola lista? C’è un timore alla base di questa puntuale esposizione che ci lascia perplessi. Moshè è espone ogni dettaglio, ci fornisce ogni minimo uso di ogni minima quantità di materiale per un solo motivo: ha usato offerte pubbliche e deve renderne conto pubblicamente. Ci saremmo aspettati che Moshè, servo di Hashem, fosse al di sopra di ogni sospetto, perché chi mai potrebbe sospettare di lui? La questione non è il sospetto e nemmeno la purezza e l’onestà di Moshè che non sono in discussione, l’insegnamento di questa parashà e del comportamento di Moshè è profondo e di una modernità straordinaria. Moshè offre una contabilità pubblica e puntuale per non dare a nessuno la più lontana possibilità di sospetto, ma anche per dimostrare che chi ha una carica pubblica deve agire con una maggiore trasparenza ed onestà proprio nei confronti del pubblico da lui diretto ed amministrato. L’onestà, il buon nome, la fama e la riconoscenza del pubblico non bastano. Non possono bastare e non sono garanzia di una libertà da critiche. Per piacere a “Dio ed agli uomini” (Prov. 3,4) bisogna amministrare la cosa pubblica come se si vivesse in una casa di vetro, come se le stesse mura delle scuole, delle sinagoghe, delle comunità, delle yeshivot che amministriamo e che gestiamo per nome e conto di tutti, siano di vetro, trasparenti e fragili. Ci racconta la Mishnà nel trattato di Shekalim (3, 1-2) che quando prima delle festività di Pesach, Shavuot e Sukkot bisognava entrare nella sala del Tempio di Gerusalemme dove erano conservate le monete delle tasse annuali, colui che entrava a prendere il denaro non vestiva né mantello né tunica con maniche, né scarpe né sandali affinché non avesse nessun luogo dove poter nascondere anche una sola moneta. Il mantello, le maniche, le scarpe, i sandali sono i simboli della nostra stessa attitudine al potere, ai ruoli dirigenziali, alle cariche pubbliche. Sono i luoghi dei quali dovremmo liberarci per offrire al pubblico un servizio puro, limpido, senza sospetti e senza fonti di sospetto, un agire che abbia il Cielo come confine e l’uomo come meta.

Quando si confonde la sicurezza con l’inerzia – Parashat Ki Tissà

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Rav Eliahu Birnbaum

Prima di salire sul Monte Sinai, Moshè avverte il popolo di Israele che vi resterà per quaranta giorni e quaranta notti, ovvero per il tempo in cui il Creatore gli donerà la Torà che egli dovrà insegnare al Suo popolo.

“E Moshé tardò…” dice la Torà ed il Talmud interpreta che il ritardo fu di non più di sei ore: secondo il calcolo del popolo Moshè avrebbe dovuto discendere all’alba, invece non apparve fino alla metà del giorno. Furono sufficiente sei ore fugaci per fare in modo che si consumasse una delle più grandi tragedie spirituali della storia del popolo di Israele. Avendo necessità di sicurezza, un popolo che conservava la propria indole di schiavo, dovette crearsi una divinità priva di volontà propria, che agisse su comando di coloro che l’avevano creata, fingendo di governare ed indirizzare. Continue reading “Quando si confonde la sicurezza con l’inerzia – Parashat Ki Tissà”

Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo? – Parashat Tetsavé

Non è irrilevante, in un’epoca nella quale non abbiamo il Bet HaMikdash, studiare i particolari della Torà circa la costruzione ed il funzionamento del santuario. Il concetto ebraico riguardante il santuario è inevitabilmente legato alla concezione ebraica del “luogo”: il luogo nel quale si offre ciò che si possiede, uno spazio sacro nel quale ci si consacra per quello che si è. Al di là della distanza storica e, conseguentemente, psicologica che ci separa dal Mishkan e dalle regole relative alle offerte ed ai sacrifici, è necessario studiare il Mishkan, il santuario che i nostri antenati hanno costruito nel deserto, perché quelle pagine della torà contengono una infinità di insegnamenti che conservano intatto il loro valore fino ai nostri giorni.

Il Mishkan non era solo il centro della convergenza delle offerte rituali, bensì il fondamento della memoria del popolo. Un centro spirituale il cui scopo e la cui missione erano quelli di mantenere viva nel popolo di Israele la coscienza dei suoi legami e degli obblighi acquisiti ai piedi del monte Sinai. Il Mishkan era un santuario che il popolo portava con sé ovunque si recasse. Non è Dio a richiederlo ma sono gli uomini, perché sono stati loro a costruirlo quale strumento di comunicazione tra ciò che è puramente spirituale e l’esistenza quotidiana, umana, temporale. Continue reading “Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo? – Parashat Tetsavé”