Parashath Kitissà

Alzarsi prima delle difficoltà

Dio comanda a Mosè di sollevare le teste dei figli d’Israele per contarle durante il mezzo ciclo che ciascuno doveva contribuire. Senza differenze, sia i più ricchi che i più poveri, siamo tutti partecipanti e formiamo una comunità che dà, e non c’è nessuno che non abbia cosa contribuire.
In questo Parsha il popolo di Israele deve affrontare due nemici molto potenti, da un lato: la propria impazienza e mancanza di fede che li fa peccare con il vitello d’oro e dall’altro il popolo di Amalek.
Cosa simboleggia Amalek per ognuno di noi oggi?
Amalek è uno stato spirituale che rappresenta ciò che raffredda il nostro entusiasmo, che toglie l’emozione di affrontare le sfide, è ciò che “ci riscalda”. Potrebbe essere un commento meschino o la nostra stessa indecisione.
In questa battaglia contro Amalek, Mosè scalò una montagna con Aaronne e Ben Hur. Erano quelli che tenevano le sue braccia in modo che Mosè non si stancasse, perché mentre aveva le braccia distese verso il cielo, gli israeliti avevano sconfitto, ma quando non resistette al peso delle sue braccia e le abbassò, fu Amalek il vincitore.
Da ciò, chiaramente, possiamo dedurre che non dovremmo abbassare le braccia di fronte alle avversità, di fronte alle difficoltà che ci si presentano.
Amalek è tutto ciò che ci allontana dagli obiettivi che ci siamo prefissati, quindi dobbiamo chiederci ogni giorno cosa abbiamo fatto oggi per battere Amalek?
Intravediamo già la Pasqua, in questa festa smettiamo di essere schiavi, ci sbarazziamo dei nostri oppressori interni ed esterni per poter intraprendere il viaggio verso la Libertà per essere profondamente noi stessi.
Per iniziare il viaggio, per battere Amalek, abbiamo bisogno soprattutto di “alzare la testa”.

Parashat Terumà

“Dì ai figli di Israele che prendano un’offerta per tutti g li uomini che diano di cuore” ordina Dio a Moshè. “Offerte di argento, di rame, di lana tinta… e mi costruiranno un santuario…”. Verrebbe spontaneo chiedersi: “Per quale motivo Dio ha bisogno che il popolo parteci e contribuisca alla costruzione del santuario?” Ma come accade di solito quando si ricercano risposte semplici, una tale domanda confonderebbe il tema con la risposta. Non è Dio che ha bisogno di collaborazione né ha bisogno di santuari, ma sono il popolo e i singoli individui che lo compongono, che ne hanno bisogno. che di fatto soffrono per la mancanza di elementi materiali a cui aggrapparsi, di azioni che tendano a rafforzare una coesione e che li identificano come gruppo esistente.

La collaborazione economica di ogni individuo è stata sempre e continua ad essere un mezzo efficace per valutare ed eventualmente consolidare il livello di impegno delle persone con l’identità collettiva alla quale appartengono. Questo impegno che deve essere costantemente riaffermato, “ognuno secondo le sue possibilità”, in modo che si possa stabilire una comunicazione del gruppo con il Creatore, in modo che sia tangibile la possibilità di dialogo tra un intero gruppo umano ed il suo Redentore.

Non è sufficiente il “na’asè venishmà” il “faremo e ascolteremo”, pronunciato ai piedi del monte Sinai, occorre una prova che renda percettibile lo sforzo collettivo attraverso il quale rendere palese l’impegno di ogni membro della congregazione.

Fino a questa parashà, il popolo di Israele si è comportato come un soggetto ricevente: è stato liberato dal giogo egiziano, è stato portato nel deserto attraverso i miracoli e, in modo non meno miracoloso, ha ricevuto il suo sostentamento. Ora è giunto il momento in cui chi ha ricevuto, deve rispondere alla generosità divina divenendo un “trasmettitore”; il soggetto passivo dei miracoli di Dio deve diventare l’attore della propria storia e realizzare per il suo Dio uno standard che sintetizzi una particolarità rispetto alle divinità dei popoli vicini.

La costruzione del Santuario non è ristretta a un settore benestante del popolo di Israele, ma per la stessa essenza, del suo significato e rispettando le possibilità di ognuno, è una missione che anche una semplice omissione individuale potrebbe invalidare. Nessuno può restare fuori da questa missione. Si tratta di uno sforzo comune e congiuntivo per tutti i beneficiari della grazia di Dio ed il cui valore quantitativo è soggetto alle possibilità collettive ed individuali.

Ancora oggi questo schema resta immutato. Il contributo individuale, senza eccezione alcuna, resta una condizione necessaria per l’ esistenza di tutta l’identità collettiva. La collaborazione economica per un progetto congiunto rappresentata oggi dalla solidarietà per gli indigenti di ogni comunità così come per la necessità dello Stato di Israele, non smette di essere un’azione collettiva per il benessere di tutta la comunità.

Rav Eliahu Birnbaum

Parashà Mishpatim

Genitori e figli: autorità e libertà

Le crisi dei sistemi educativi, della famiglia e della vita urbana formano un contesto che ci costringe a ripensare alle radici, al processo di configurazione dell’essere umano.
La Parasha di Mishpatim ci dà uno sguardo a questi problemi attraverso un problema principale. Ci fermeremo su tre versi che trattano del problema di colpire e maledire i genitori. (Esodo cap. 21)
15 Chiunque ferisca suo padre o sua madre morirà.
16 Allo stesso modo, chi ruba una persona e la vende, o se lo trova nelle sue mani, morirà.
17 Allo stesso modo, chi maledice suo padre o sua madre morirà.
L’ordine dei versetti ci dà un indizio per comprenderne il significato.
È sorprendente che la disposizione dei versi sia questa, ovvero che tra due situazioni che riguardano il rispetto per i genitori appaia un versetto nel quale si parla di chi ruba una persona, la rapisce e chiede il riscatto per lei o la vende come schiava, perché questo ordine?
Prima di rispondere a questa domanda, diamo un’occhiata ai versi che riguardano i genitori. Sembra logico che chiunque ferisca suo padre o sua madre riceva una pena più severa di quella che lo maledice. Le sanzioni di questi due crimini ci mostrano che la Torah non la considera così. Chi fa male al padre o alla madre riceve la punizione del soffocamento. Chi maledice suo padre o sua madre riceve la punizione per lapidazione.
Chi maledice suo padre o sua madre o entrambi danneggia la sua anima ciò che non accade quando li ferisce fisicamente.
Ritorniamo all’ordine dei versi,ovvero a colui che ruba una persona, in questo caso i saggi ci dicono che si riferisce a chi ruba soprattutto bambini o neonati (un fatto che purtroppo è molto attuale ). Questo crimine ha una duplice conseguenza, in primo luogo il fatto del furto e in secondo luogo, separando i genitori dai bambini, la struttura sociale della famiglia è rotta. Da qui i nostri saggi vedono la relazione tra le due questioni, dal momento che chiunque sia cresciuto nella sua famiglia, o alienato da essa, potrebbe finire per ferire o maledire i suoi genitori che non conosce. 
Ma dobbiamo chiederci se il figlio che insulta i suoi genitori merita la pena di morte poiché questo fatto sembra avere una sanzione molto grave.
Per rispondere a questa domanda dobbiamo analizzare quale posto occupano il padre e la madre nella società, la Torah ci dice che se il loro valore diminuisce, i bambini non saranno cresciuti con un senso di rispetto e limiti. Un mondo in cui padre e madre non esercitano la loro autorità assomiglia a un mondo senza Dio, e si aspetta solo che noi vediamo un mondo di caos e decadenza.
In questo modo possiamo capire perché il precetto del rispetto per il padre e la madre è nelle tavole della Legge accanto ai comandamenti che riguardano il rapporto tra Dio e l’uomo; quando sembra che il suo posto naturale sarebbe nella seconda tavola , dove compaiono i precetti che riguardano il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo.
Ma proprio per quello che stiamo analizzando in questa Parashá, possiamo capire la logica secondo cui il principio del rispetto per padre e madre è vicino ai precetti relativi alla fede in Dio e alla mitzvah di Shabbat. È una vertebra essenziale nella fede, senza genitori, la fede nel Creatore diventa impossibile. Questi sono responsabili dell’educazione del bambino in un mondo con fede.
Attraverso i genitori il bambino è legato ai precetti ricevuti sul Monte Sinai.
In cosa risiede realmente l’autorità parentale? Nell’autorità ebraica si dice “samchut”, che esprime il concetto per il quale c’è qualcuno di cui fidarsi e su cui contare. La mancanza di autorità dei genitori genera la separazione del figlio da questi, crea un mondo in cui non ha nessuno su cui contare e su chi fidarsi ed è in questa realtà che viene creato un campo propizio per coloro che rubano le anime, ad esempio i trafficanti di droghe.

Il mondo ha bisogno di autorità. La libertà è tale, quando ha dei limiti, allora ha senso.
Questo è il ruolo dei genitori all’interno del popolo di Israele, per creare quella sfera di autorità e rispetto in cui i loro figli possano sostenere se stessi e quindi unirli alla catena delle generazioni di Israele.

 Edith Blaustein

Parashat Itrò

Un matrimonio eterno

Nel corso della storia, sono state forgiate diverse metafore sul rapporto tra Dio e il popolo di Israele. Letteralmente centinaia di altre metafore sono invocate in Torah, Talmud, Midrash, scritti filosofici e pensatori moderni perché Dio sfugge alla comprensione ultima, perché Dio è unico e non esiste un modo perfetto per descriverlo. Parlare di Dio richiede l’uso di metafore, poiché ogni conversazione su Dio può diventare, nella migliore delle ipotesi, un’approssimazione.
Sicuramente la metafora più ripetuta è quella di un sovrano, Dio è descritto nella Torah e nel libro di preghiere come un Essere Onnipotente, infatti è così che inizia la maggior parte delle benedizioni, alludendo a Dio “melech haolam”(Re del mondo), il monarca di spazio e tempo. Il potere di questa immagine di Dio ci ricorda il potere travolgente del cosmo e della vita. Non abbiamo scelto di nascere o morire, come ci dice la Mishnah, quindi riferendoci a Dio come a un Re ricordiamo il nostro obbligo di gratitudine e obbedienza.
Un’altra immagine popolare di Dio è visualizzata da un insegnante. Secondo uno dei modi in cui il Talmud comprende la vita dopo la morte, le anime del giusto studiano il Talmud direttamente da Dio. È colui che offre conoscenza, comprensione e conferisce saggezza. Il potere di questa metafora, di Dio come insegnante, è che riconosce l’uso della mente al servizio di Dio e ci spinge a coltivare il pensiero chiaro e preciso come un modo di apprendere dall’universo e migliorare la qualità della vita.
Un’altra delle metafore per l’Altissimo è quella di un guerriero, la Torah parla di Dio come un “uomo di guerra” che sconfigge il faraone e gli oppressori di Israele con un braccio teso e una mano potente. Il giudaismo comprende questa guerra come una battaglia contro il male, in essa c’è la passione per la giustizia e la lotta contro la sofferenza.
Un’altra metafora che caratterizza il nostro rapporto con Dio è di capirlo come il vero Giudice, Dio odia il male e interviene per contrastarlo. Imitare Dio implica un desiderio simile di combattere contro il male e l’ingiustizia.
In questo Parashá appare una metafora sul nostro rapporto con Dio. La Torah ricorda i momenti schiaccianti in cui le persone si radunano ai piedi del Monte Sinai per ricevere la Torah. In cima alla montagna, le nuvole si estendono tra fulmini e tuoni. Con le persone dietro di lui, Mosè avanza verso l’alto e penetra nel tetto di nuvole. Lì, solo con la divinità, riceve le Tavole della Legge con i Dieci Comandamenti.
Il Midrash Mekhilta commenta: “Questo ci insegna che la Divina Presenza ha avanzato per riceverli allo stesso modo dello sposo che va a incontrare la sposa”. Secondo questa spiegazione rabbinica, Dio sposò il popolo ebraico sul Monte Sinai. Mosè era lì come il padrino delle nozze, le nuvole erano la Chuppà,il baldacchino nuziale e i Dieci Comandamenti erano la ketubá, il contratto nuziale che univa Dio e gli ebrei in un impegno pubblico di amore e cura reciproci. È una bellissima immagine. La metafora del Sinai come matrimonio ci permette di capire che l’essenza della nostra relazione con Dio è la conseguenza di un amore reciproco. Dio ci ama e noi rispondiamo amando Dio un’eterna alleanza, che ci unirà per sempre.
Per un buon matrimonio è necessario che entrambe le parti si impegnino a rispondere ai bisogni dell’altra e a crescere con il partner. Ecco perché ogni coniuge si impegna ad assumersi la responsabilità dell’altro e ad offrire assistenza e supporto nei momenti di necessità. La particolarità di ogni buon matrimonio è che, nel corso degli anni, l’amore diventa sempre più forte.
Così è tra il popolo ebraico e Dio. Gli impegni e le responsabilità iniziali che hanno formalizzato la nostra relazione sono codificati nella Torah.
Al centro di ogni matrimonio, al di là dei cambiamenti, c’è qualcosa che rimane costante: i reciproci obblighi di cura e risposta e il desiderio di ricevere i bisogni dell’altro come comandamenti. Questo amore eterno ha sostenuto i nostri antenati in passato e continua a motivarci e alimentarci nel presente.

Edith Blaustein

Parashat Beshalach

Quando i miracoli non bastano

In questa Parashà troviamo una delle scene più drammatiche e conosciute della Torah. La liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù da parte di Dio, la successiva persecuzione del faraone e del suo esercito verso gli ebrei, la separazione del Mar Rosso, con il popolo di Israele che attraversava in modo sicuro e l’esercito di faraone che sprofonda nelle acque.
Queste scene hanno forgiato indelebilmente la coscienza del popolo ebraico attraverso la nostra tumultuosa storia. Siamo ciò che siamo proprio perché ricordiamo le nostre origini e perché gran parte della pratica ebraica è progettata per ricordarci che dobbiamo la nostra libertà al Dio dell’amore e della giustizia.
La storia della liberazione dall’Egitto è la pietra angolare dell’esistenza ebraica. Ma è davvero così? Se leggiamo attentamente la Parashá, scopriremo che non sono i miracoli che attirano la nostra attenzione, nonostante siano sorprendenti. Ciò che attira particolarmente l’attenzione è la rapidità con cui il popolo dimentica la loro straordinaria Redenzione.
Il popolo, non appena raggiunge la libertà, inizia a piangere davanti a Mosè e Dio. Si lamentano della mancanza di acqua, della mancanza di cibo e rimpiangono l’Egitto.
Il Midrash Shemot Rabah si chiede: “Hai dimenticato tutti i miracoli che Dio ha fatto con te?” Sembra che i miracoli siano un modo poco efficace di instillare la coscienza di Dio. In effetti, l’intera Torah può essere letta come un libro sulla costante incapacità di Dio di insegnare agli ebrei di essere grati.
Primo, Dio mette alla prova in un giardino idilliaco Adamo ed Eva ed essi disobbediscono. Poi manda loro un diluvio e fallisce anche: gli uomini continuano ad agire violentemente. Durante la schiavitù degli ebrei, invia loro un liberatore e li redime dall’Egitto. Dopo dieci piaghe miracolose e la separazione di un mare, gli ebrei continuano ad agire in modo ingrato.
L’Altissimo dà loro la Torah e gli ebrei la ignorano con il vitello d’oro. Dio manda loro profeti con visioni profonde e gli ebrei si ribellano contro di loro. La Bibbia sembra dirci che i miracoli non funzionano a lungo termine. Gli uomini si meravigliano di loro quando sono in corso e poi li dimenticano nel momento in cui finiscono.
Per riformare il carattere umano ci vuole molto più di “effetti speciali”, non importa quanto divina sia la sua origine. Trasformare il comportamento umano non richiede un grande dramma, ma un’educazione, un rafforzamento, una disciplina e un lavoro costante e graduale.
La trasformazione dall’ebraismo biblico e rabbinico riflette un processo di crescita. Il percorso di plasmare un popolo sacro non si trova nei miracoli esterni, ma nella trasformazione interna. Questa evoluzione si ottiene attraverso piccoli progressi, attraverso la graduale incorporazione delle “mitzvot” nella nostra vita, facendo un passo alla volta per adempiere a Shabbat, tzedakah, kashrut e giustizia sociale, preghiere e studiare come parte regolare del nostro essere.
Questa trasformazione è molto più difficile che “semplicemente” separare le acque dal mare. Ciò implica una tenacia e un’apertura che deve essere continuamente coltivata. Ma la ricompensa di tale trasformazione è esattamente ciò che Dio ha cercato più di tremila anni fa sulle rive del Mar Rosso, una comunità ebraica che pone Dio al centro attraverso lo studio, la pratica e lo sviluppo della nostra sacra eredità.

Basato sugli insegnamenti del rabbino Bradley Shavit Artson

Parashat Bo

Oscurità e luce

La Parasha Bo è uno delle più influenti parshoth che leggiamo durante l’anno. In essa, vengono esposte le ultime tre piaghe che Dio ha inviato in Egitto, compresa la morte dei primogenito. È qui che riceviamo i primi precetti come comunità e vediamo l’inclusione di “am rav”, una moltitudine di popoli che decidono di lasciare l’Egitto con il popolo di Israele.
La parashá inizia con Dio che dichiara a Mosè il motivo per cui le piaghe colpiscono l’Egitto: “così che tu possa dire a tuo figlio e al figlio di tuo figlio come ho agito verso l’Egitto e i segni (le piaghe) che ho fatto in mezzo a loro, e sappi che l’ho fatto per il popolo di Israele “(Esodo 10: 2). L’essenza dell’educazione si trova in questo versetto, il resoconto della liberazione della schiavitù dall’Egitto è ciò che forgia la nostra identità come popolo e che cosa che dobbiamo trasmettere ai nostri figli in una catena indistruttibile, dove ognuno di noi è un anello.
L’istruzione si trova in ciascuna delle azioni di questa Parashá o nella sua assenza, se la luce simboleggia tutto ciò che vogliamo che le nuove generazioni ricevano, l’oscurità che si aggiunge all’Egitto ci lascia un profondo insegnamento. La nona piaga ha un effetto molto importante per la storia e anche per le generazioni future: “Non si sono visti e nessuno è salito dal loro posto per tre giorni, mentre tutti gli israeliti hanno avuto luce nelle loro abitazioni”. (Esodo 10:23) La Torah ci racconta la penultima piaga in tre versi concisi. Nulla conta sulla reazione dei maghi egiziani, come nelle precedenti piaghe. Sappiamo solo che questa sarà un’oscurità che durerà tre giorni e che può essere “toccata” (10:21), mentre gli egiziani sono paralizzati, gli israeliti “avevano luce nelle loro abitazioni”
Che tipo di oscurità è questo che ferma l’intera società e come potrebbe essere che i membri del popolo di Israele fossero liberi dagli effetti di essa?
È dal Midrashim che sappiamo che l’oscurità aveva le caratteristiche della cecità, era un fatto unico, una vera manifestazione che colpisce il cuore dell’esperienza umana.
L’oscurità è associata alla paura, alla paura profonda per la mancanza di luce e alle cose che possono accaderci nel buio della notte. Molto di più in questo caso se pensiamo a un’oscurità che non conosciamo la sua origine e che dura per giorni. La mancanza di luce è un simbolo del caos che esisteva prima della creazione. Le prime parole di Dio furono “Lascia che ci sia luce”. L’oscurità dell’Egitto porta con sé la paura del caos e della distruzione. Gli egiziani furono testimoni del declino del loro mondo e dei valori che lo sostenevano.
Per altri commentatori l’oscurità non era fisica ma spirituale-psicologica. La malinconia deriva dalla parola greca che significa “umore nero”, secondo questa spiegazione ciò che gli egiziani hanno sofferto era una depressione sociale, quei tre giorni neri vissuti in preda al panico e alla desolazione. Il rabbino Yitzchak Meir Alter ha scritto che l’oscurità è maggiore quando non possiamo vedere il vicino o condividere il suo dolore con lui, né può farlo con noi. Il risultato di questa oscurità è l’isolamento e l’alienazione.
Il contrasto con il popolo di Israele non potrebbe essere maggiore, mentre gli egiziani stavano vivendo il loro declino, il popolo di Israele stava nascendo e si riunirono in comunità per ricevere da Dio i precetti che celebrano la loro libertà. Sono stati riscattati in primavera e assomigliano a questa stagione in cui le piante rinascono, ma i frutti non sono ancora stati visti, proprio come il popolo di Israele che è sorto con libertà, ma l’accoglienza della Torah e la vita nella La terra di Israele farà maturare i suoi frutti.
È attraverso l’educazione delle nuove generazioni che possiamo continuare con la luce che il popolo di Israele ha ottenuto durante la redenzione e che ci permetterà di combattere come popolo contro l’oscurantismo dell’ignoranza e contro le depressioni che affliggono il nostro lo stile di vita.

Parashath Shemoth

All’inizio della Parashà di Shemot, quando la figlia del Faraone apre la cesta contenente Moshe dice “È degli ebrei”. (Shmote 2: 6) Cosa impariamo dalla sua affermazione, dopo tutto è stato appena affermato che il padre e la madre del ragazzo provenivano entrambi dalla tribù di Levi, non so già che è ebreo? La sua dichiarazione non ci informa su Moshe, ma piuttosto sulla figlia del Faraone. Vide un neonato ebreo e anche se suo padre aveva comandato che tutti i bambini ebrei maschi venissero annegati quel giorno, (il rifiuto sarebbe stato punito con la morte), ebbe pietà di lui e gli risparmiò la vita. Questa è stata la prima persecuzione degli ebrei nella storia e la figlia del Faraone è stata la prima gentile della storia a rischiare la vita per salvare un ebreo, per resistere alla tirannia dell’odio religioso e dell’antisemitismo. La figlia del faraone fu la prima Giusta tra le nazioni.

     Perché la Torah sceglie di includere l’infanzia di Moshe? Perché non iniziare con l’episodio del roveto ardente e la sua chiamata a riscattare Israele? Raccontandoci la storia dell’eroismo e dell’empatia della figlia del Faraone, vediamo che tutta la nostra nazione esiste anche grazie al coraggio di una donna non ebrea, che ha rischiato la vita per salvare un bambino ebreo.

     Nel corso della nostra storia siamo stati afflitti da periodi di intolleranza e antisemitismo, l’olocausto degli ebrei europei è la massima espressione di questo odio. Questi periodi di oscurità sono stati illuminati dalla luce delle azioni amorevoli dei nostri amici e vicini non ebrei; l’Olocausto era anche un esempio non parallelo di non ebrei che rischiavano la vita e la sicurezza per il nostro bene. Il messaggio della Parashat Shemot è che dobbiamo a queste persone e alle loro famiglie la nostra immensa gratitudine, che la continua esistenza della nostra nazione è dovuta alla loro volontà di sacrificare tutto.

Sefer Shemot è il libro della nostra redenzione; è il modello per tutta la storia ebraica e quindi la nostra redenzione finale, possa venire presto. Quindi vediamo che alla radice della nostra redenzione c’è l’azione altruista di un non ebreo. Perché la nostra redenzione inizia anche con un atto di Chesed (bontà) da parte di qualcuno al di fuori della nostra nazione.

Shabbath Shalom

Parashat Vayechì

Questa settimana abbiamo la nostra visione finale dei figli di Israele quando sono proprio questo “i figli di Israele”. Dopo questa settimana ci occuperemo della nazione e delle tribù di Israele in contrapposizione ai dodici figli di un uomo. L’atto finale di Israele / Yakov nella nostra Parshà è quello di benedire i suoi figli e come tale creare la formula per la futura integrazione nazionale. Attraverso le benedizioni, Yakov chiarisce ai suoi figli la necessità della cooperazione e la natura intrinseca della loro connessione. In effetti divide la benedizione che suo padre gli ha dato e la divide tra i suoi figli.

In passato ho letto la benedizione di Yakov con enfasi sul nostro obbligo di confrontarci con il resto della nazione, possiamo essere una sola nazione quando tutti ci mettiamo in fila. Il potere e la sfida della benedizione di Yakov è l’enfasi sull’unità dell’obiettivo e non sul metodo. La benedizione di Yakov richiede che ognuno di noi sia il massimo individuo, per rafforzare i nostri fratelli essendo diversi da loro. Yakov ci benedice nel riconoscere che l’unico modo per creare un ente nazionale è che ciascuno di noi sviluppi il suo percorso al massimo.

Shabbat Shalom!

Parashà Vaieshev 

Riconosci, per favore… e riconobbe Yehuda

La Parashà di Vayeshev (Genesi 37) ruota, principalmente intorno alla figura di Yosef. In essa sono narrate tutte le vicissitudini che colpiranno il nostro protagonista, dai sogni, alla vendita, fino alla discesa in Egitto. In questo scenario famigliare drammatico, si inserisce nel mezzo della narrazione, l’episodio di Tamar e suo suocero Yehudà.  

Chi era Yehudà?

Yehudà era il quarto figlio di Leah, il quale sposò una donna cananeadalla quale ebbe tre figli. Yehudà prese per Er, il suo primogenito, una moglie di nome Tamar. Er era malvagio agli occhi del Signore e Dio lo fece morire. Tamàr sposò il secondogenito, per obbedire al costume del levirato fin da allora vigente. Ma anche il secondo marito moriva, perché anch’egli, come il fratello agiva in malo modo agli occhi del Signore. Tamàr veniva rimandata alla casa paterna in attesa che il terzo figlio di Yehudà fosse cresciuto ed ella potesse ottenerlo per marito.  Il ragazzo crebbe, ma Yehudà non si pronunciò in merito. Tamar comprese le sue intenzioni ed escogitò un sotterfugio per attrarre Giuda presso di lei.

Tamar indossò le vesti da meretrice e si unì con Yehudà, in cambio lei chiese in pegno il suo sigillo, il suo drappo e la sua verga. Dopo di ciò Tamar si dileguò e quando Yehudà tornò per darle il capretto e riprendere i suoi oggetti, non la trovò. Passarono tre mesi e fu riferito a Yehudà che sua nuora Tamar era incita, egli immediatamente la mandò a prendere per darle la punizione.

Ma a quel punto Tamar agì con saggezza e modestia. Le sue parole saranno ponderate e rivolte solo al diretto interessato, ella non punterà il dito per svergognare il suocero e renderlo ridicolo agli occhi dei presenti ma chiederà all’uomo, della quale è incita di “riconoscere” gli oggetti da lui lasciati in pegno. Altrettanto Yehudà, risponderà con grande integrità morale e non esitò ad ammettere “Ha ragione, è da me che è incinta.  E in quell’ istante riconobbe ed espresse apertamente di aver sbagliato nei confronti di Tamar. Un atto di grande responsabilità e saggezza.

Il Signore ripagò Yehudà “misura per misura”: con l’espressione “riconosci per favore, se questa è la tunica di tuo figlio (37,32)”. Yehudà aveva causato al padre un dolore immenso. A questo punto Tamar affrontò Yehudà con le stesse parole, le quali ebbero un forte impatto su di lui.  

C’è molto da imparare da questo episodio. Viviamo in una realtà dove ogni giorno siamo chiamati a riconoscere e ad affrontare il nostro operato, purtroppo non sempre siamo pronti ad agire di conseguenza e soprattutto ad ammettere la verità. Siamo sempre pronti a puntare il dito verso l’altro e mai verso noi stessi. La regalità apparterrà alla tribù di Yehudà poiché riconobbe e prese su di sé la responsabilità di quanto accaduto.

Parashà Vaishlach – Donare la propria benedizione

Anche se Yacov era il fratello minore, di pochi minuti, Esav continuamente imparava da lui. Tuttavia, Esav continuava con testardaggine ad avere il suo carattere, e tra tutte le caratteristiche spiccava la sua superficialità. E così quando Yacov chiedeva al padre come fare a donare il 10% dei propri possedimenti ai bisognosi, Esav voleva sapere come fare per evitare di fare tzedakà. Quando Yacov è partito per cercare moglie, e ne ha trovata una virtuosa nella famiglia della madre, Esav ha sposato una donna problematica discendente da suo zio Ismaele. Anche quando Esav cerca di imitare Yacov viene fuori tutta la sua piccolezza. Lo vediamo all’inizio della nostra Parashà.

Prima di incontrare il fratello, dopo quasi trent’anni, Yacov invia ad Esav un gran numero di bestie da allevamento. Dopo l’incontro Esav propone al fratello minore un regalo, sarebbe a dire la restituzione di tutti i doni ottenuti da Yacov. Infine gli propone una scorta militare, ma Yacov rifiuta.

I doni e la loro accettazione ci dicono molto sul carattere dei due fratelli. Rashi ci dice che le bestie da allevamento inviate erano pari di numero in quanto a maschi e femmine, proprio per potersi riprodurre. Il regalo di Yacov è un regalo pensato per moltiplicarsi in futuro, mentre Esav con le sue scorte di soldati pensa solo al presente. In pratica i guerrieri donati sono buoni solo nel combattimento, nient’altro. Devono contare sull’aiuto di altre persone per mangiare e dormire, quando non lo ottengono si ribellano. Esav ha donato a Yacov un problema, una potenziale rivolta.

Ambedue i fratelli inizialmente rifiutano i doni. Esav dice che ha già abbastanza, mentre Yacov dice di avere già tutto. La ricchezza di Esav è anche la sua maledizione, non una benedizione, un pozzo senza fondo, che richiede sempre di più. Alla fine della Parashà ci viene detto che Esav dovrà abbandonare la Terra d’Israele poiché non c’è spazio per ambedue i fratelli. La terra in cui adesso vivono più di 7 milioni di persone non poteva contenere due fratelli? Probabilmente Esav parte poiché vuole mantenere un gran numero di terreni. Per questo accetta il dono di Yacov, quello che ha non gli basta mai.

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