Parashà Bechukkotai – La gravità dell’inganno e della frode

“Non ingannerai il tuo prossimo” questo è il comandamento di questa parashà che immediatamente aggiunge, attestando la provenienza della noma: “Io sono Dio.”

Nella Torà il concetto dell’inganno ha un significato molto ampio: per la morale ebraica l’”inganno”, in tutte le sue forme, che sia volontario o meno, che sia legalmente giustificabile o anche solo una deformazione della realtà, significa defraudare un’altra persona. Per la Torà ingannare il prossimo significa approfittare dell’ignoranza di qualcuno su un determinato tema, per esercitare una illecita influenza materiale, spirituale o morale.

Il Talmud cita a titolo di esempio una persona che, a un certo punto della sua vita, si avvia su una cattiva strada, ma dopo se ne pente e torna su quella buona: è considerato “inganno nei confronti del prossimo” anche il solo ricordare ad altri il suo comportamento precedente. Nei confronti di un convertito è proibito menzionare qualcosa che si riferisca in modo offensivo alla sua precedente condizione di gentile. Allo stesso modo è proibito attribuire le disgrazie di colui che siede in lutto al suo comportamento personale, facendo aumentare l’intensità delle sue sofferenze.

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Parashà Vaikrà – Parlarsi

La Parashà di Vaikrà con cui si apre l’omonimo libro, inizia col verso:”vaikra el Moshe” e H. chiamò Moshè.

Rashi e tutti i parshanim concordano sul fatto che questa chiamata è un invito amorevole di D. a moshè che si differenzia invece dalla chiamata ai profeti si altri popoli, per Bilam arasha e detto vaiker leshon mikre: gli apparve D. per caso…

Quando si tratta di oshè c’è una chiamata, una volontà di star vicino da parte di H. Per gli altri invece avviene casualmente.

Quando è il compleanno di un nostro amico lo chiamiamo.

Non gli scriviamo un messaggio,

“Alziamo la cornetta” gli facciamo sentire la nostra voce, la nostra vicinanza….come D. con Moshè.

Nel chiamare una persona col proprio nome la si onora mostrando il nostro interesse nei suoi confronti.

È scritto nella Ghemara  che 7 cose sono state  create prima della creazione del mondo …

Trattato di yomà:

Neshama 

Torà

Bet amikdash 

Gan eden

Il nome del Mashiah (si collega al discorso dell’importanza del nome che determina la personalità di una persona, quando chiamiamo una persona col proprio nome ci rivolgiamo alla sua neshamà)

Kise acavod (trono divino)

Gheinom ( inferno)

Dedichiamo queste parole di Torà alle refuashelemà di Judit bat avraam avinu.

Che H. ascolti le nostre tefillot amen.

Parashà Vaikrà – L’appartenenza ad una identità collettiva

Il libro di Vaikrà, terzo nell’ordine in cui è divisa la Torà, comincia insegnando i differenti tipi di sacrificio che dovevano essere offerti a Dio da parte di tutto il popolo di Israele.

All’inizio della nostra parashà ci imbattiamo in una espressione molto particolare che non ha nessuna analogia possibile nel resto della Torà: “E chiamò Moshé e parlò l’Eterno dal Santuario dicendo: Parla ai figli di Israele e dì loro: “Chiunque voglia fare una offerta all’Eterno, tra gli animali…prenderà la sua offerta”. Dio ha parlato a Moshé dal Santuario.

Generalmente la Torà si esprime in questo modo: “E parlò Dio a Moshé…”; questa è l’unica occasione nella quale, nonostante l’infinita potenza della voce divina, ad ascoltare Dio c’era solo Moshé e solamente quando entrava nel Santuario trasportabile del deserto.

Ma Dio parlava davvero solo con Moshé? ci verrebbe da chiederci. O forse parlava solamente in un determinato spazio fisico? La concezione ebraica del divino tende a considerare che Dio è presente in ogni tempo, in ogni luogo ed in ogni spazio così come in ogni elemento del creato. Avere un messaggio di Dio è un qualcosa che dipende totalmente da colui che riceve, data la non mutabilità del trasmettitore. Giustamente è nel Santuario, solo in esso, che Moshé era capace di “sintonizzarsi” con l’Eterno, ponendo la sua “antenna”, il suo decodificatore interno nel solco del linguaggio divino, ricevendo in modo diretto il messaggio del Creatore.

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