Parashà Vayakhel Pekudei – Una unione mistica con Dio

“E i capi dei popolo portarono pietre d’onice e pietre da incastonare per l’efod e per il pettorale,
aromi e olio per il candelabro, per l’olio dell’unzione e per il profumo fragrante, il ketoret hasamim” (Esodo 35, 27-28).
E’ sempre stato difficile comprendere fino in fondo l’offerta dell’incenso che bruciava nel Mishkan ed in seguito nel Mikdash, nel Tempio di Gerusalemme.
Il ketoret bruciava quotidianamente ed una volta l’anno bruciava all’interno del Kodesh haKodashim, il luogo più sacro del Tempio.
Si trattava di un rituale che esprimeva un’intima connessione con l’Eterno, una devekuth, una unione mistica con Dio stesso.
Dobbiamo notare che la parola ebraica katar, che vuol dire bruciare, in aramaico ha il senso di “attaccarsi, legarsi”.
Il senso di questo legame richiama un’unione con Dio che va al di là di un rito come il sacrificio o l’offerta sull’altare.
Affermano, infatti i nostri saggi: “ Tutte le offerte venivano portate a causa dei peccati o degli obblighi, ma il ketoret era offerto solo per gioia.” (Tanchuma Tetzaveh, 15)
Il ketoret era un’insieme di profumi e fragranze, il suo fumo profumato che saliva verso l’alto simboleggiava una perfetta connessione tra cielo e terra, tra spirito e materia.

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“Purim e Parashà Ki Tissa- Il Banchetto”

Questa settimana la parashà di Ki Tissà è preceduta dalla festività di Purim.

Conosciamo tutti i versetti tragici con i quali si apre la parashà al capitolo 32 del libro dell’Esodo: il popolo ebraico entra in panico per il ritardo con il quale Moshè scese dal monte Sinai e cade in preda all’ansia da guida, da materialità, da senso di ordine che ordine non è e costruisce il vitello d’oro che altro non è che una inutile proiezione materiale, frutto di un panico più profondo a livello spirituale. Conclusione di questa caduta spirituale è una festa, un banchetto, un mangiare insieme: “L’indomani, si alzarono di buon’ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi.” ( Esodo 32, 6) Lì dove il testo originale dice: “וַיֵּשֶׁב הָעָם לֶאֱכֹל וְשָׁתוֹ, וַיָּקֻמוּ לְצַחֵק.” Ed il verbo usato per indicare il divertimento, in generale indica un momento di assenza di limiti e di moralità.

E’ interessante notare che anche nella Meghillà i banchetti occupano un posto chiave nello drammaturgia della storia stessa.

La Meghillà si apre con un banchetto, quello del re Assuero, che è il segno tangibile del suo potere ormai consolidato, c’è poi il banchetto della regina Vashti che è il segno di una autonomia che verrà punita dallo stesso re Assuero e ci sono i banchetti di Ester che svela, in quei contesti, la propria origine e capovolge il senso della storia stessa.

Al centro della storia di Purim c’è però il digiuno, come a dire la ripresa di una moralità attraverso il gesto estremo dell’astensione dalla materialità. Continue reading ““Purim e Parashà Ki Tissa- Il Banchetto””

Parashà Tetzaveh – I luoghi del nostro incontro con Dio

La parashà di Terumà si apre con l’indicazione divina della costruzione del mikdash, un santuario, dove Dio avrebbe avuto, per così dire, il suo spazio di residenza in mezzo al popolo di Israele ( Esodo 25,8). Al verso successivo lo stesso comandamento torna a riferirsi alla costruzione di un mishkan (Esodo 25,9) che era il vero e proprio tabernacolo trasportabile nel deserto. Mikdash e mishkan sono quindi il luogo di incontro tra popolo e Dio e sono due elementi ben distinti e con significati diversi.

Il mishkan è il luogo del movimento, il luogo che il popolo può smontare e condurre con sé, è il luogo che segue l’uomo nel suo camminare, nel suo salire e scendere, sia fisicamente che spiritualmente. Il mishkan è la “tenda della radunanza”, la tenda dell’incontro, l’incontro tra l’uomo e Dio attraverso lo studio e la trasmissione della Torà. Per questo motivo nella parashà di Tetzaveh troviamo un versetto di fondamentale importanza. “…all’ingresso della tenda di convegno, davanti all’Eterno, dove io v’incontrerò per parlare con te.” (Esodo 29,42) Nel mishkan Dio si incontra con tutto il popolo di Israele, ma parla con Moshè, quel “te” che è specificato nel versetto. E cosa significa parlare con te? Rav Dessler z”l ci insegna che in quel contesto “parlare” significa trasmettere Torà, perché lo studio della Torà significa avvicinarsi a Dio con gioia e con pienezza di significato. Continue reading “Parashà Tetzaveh – I luoghi del nostro incontro con Dio”

Parashà Terumah – Uno sguardo sulla collettività

שמות פרק כה

(ב) דַּבֵּר֙ אֶל־בְּנֵ֣י יִשְׂרָאֵ֔ל וְיִקְחוּ־לִ֖י תְּרוּמָ֑ה מֵאֵ֤ת כָּל־אִישׁ֙ אֲשֶׁ֣ר יִדְּבֶ֣נּוּ לִבּ֔וֹ תִּקְח֖וּ אֶת־תְּרוּמָתִֽי:

“Parla ai figli di Israele che prendano per me un’offerta, da chiunque sia generoso di cuore prenderete la mia offerta.” Esodo 25, 2.

Il popolo ebraico è messo di fronte il proprio dovere di partecipare alla costruzione della nuova realtà fisica e spirituale all’interno del Mishkan, il tabernacolo portatile nel deserto. La costruzione del Mishkan richiede una partecipazione per così dire materiale, oltre che una tensione spirituale verso quel luogo di incontro tra rito, ritualità e spiritualità. Tutti coloro che possono e vogliono donare materiali sono chiamati a farlo, tutti coloro che sono capaci di costruire, di modellare, di creare sono invitati a farlo.

Rav Hirsch, Rav Samson Raphael Hirsch, il grande maestro dell’800 della Germania, padre della moderna ortodossia, fa notare alcune particolarità nel testo in ebraico.

Il testo infatti dice: “Prendano per me”, espressione strana lì dove ci saremmo aspettati una espressione al singolare: “Ognuno offra per me…”

Per Rav Hirsch la questione si risolve in uno sguardo sul pubblico, sulla collettività, piuttosto che sull’offerta del singolo.

La mitzvà di offrire e di partecipare alla costruzione del Mishkan non cade solo sul singolo, bensì sull’intera collettività del popolo ebraico e non solo attraverso i singoli donatori. Continue reading “Parashà Terumah – Uno sguardo sulla collettività”

Parashà Mishpatim – Occhio per occhio

“Occhio per occhio, dente per dente…” Esodo 21, 24.

Non esiste versetto della Torà che non sia stato peggio compreso, peggio utilizzato, peggio interpretato di questo.

Nel commento a questo passaggio biblico ad opera di Ibn Ezra (in Ebraico אברהם אבן עזרא; Toledo, 1092Calahorra, 1167) egli cita una disputa fra l’interpretazione caraita e quindi letterale del testo, sostenuta da Ben Zuta (Abu-l-Surri ben Zuta, che visse in Egitto nel 900 E.V. ed il grande maestro Rav Saadya Gaon (Saʿadya ben Yōssef , Dilas, 882Baghdad, 16 maggio 942)

Rav Saadya sostiene che non si può tradurre il versetto in maniera letterale, perché una qualsiasi punizione corporale potrebbe essere causa di un danno maggiore rispetto alla punizione stessa.

Ben Zuta afferma invece che è scritto in Levitico 24, 20 che se una persona rende disabile il suo prossimo, lo si punisce alla stessa maniera. Continue reading “Parashà Mishpatim – Occhio per occhio”