Parashà Behar Sinai – commento video di Rav Pinhas Punturello

L’importanza di un orizzonte ampio e costruttivo, il tema del commento alla porzione settimanale di Torah, del nostro emissario Rav Pinhas Punturello. Shabbat Shalom!

Contare l’Omer – Parashà Emor

La mitzvà di contare l’Omer occupa un posto non secondario nella parashà di Emor ed al di là della mitzvà tecnica dell’agitazione dell’Omer, il senso del conteggio e dei giorni da contare porta con sé moltissimi significati.

Rambam, Maimonide, scrive nelle Guida dei Perplessi, 3, 43: “E Shavuot è il giorno del Dono della Torà. E per rendere più grande questo giorno, si contano i giorni dal primo Moed che lo procede, come colui che aspetta il fedele amato e conta i giorni ed anche le ore: questa è la motivazione del conteggio dell’Omer dal giorno della nostra uscita dall’Egitto fino al Dono della Torà, che era di fatto l’intenzione primigenia e lo scopo dell’uscita dall’Egitto come è detto “ E vi porterò a me” ( Esodo, 19, 4).

Per Rambam il conteggio è legato al giorno finale tra tutti i giorni dell’Omer, cioè Shavuot, e la mitzvà del conteggio prende il suo senso dall’attesa per il giorno in cui celebriamo il dono della Torà.

Continue reading “Contare l’Omer – Parashà Emor”

Parashat Kedoshim – La santità della comunità

“ Siate Santi, perché Io, il Signore vostro Dio, sono santo.” Levitico 19,2.

E’ interessante, in questo versetto, il cambio tra un comandamento al plurale, “Siate santi, (kedoshim)” e la contestualizzazione, al singolare, di questo stesso comandamento: “Perché Io il Signore vostro Dio, sono santo,(kadosh).”

Nella sua completezza il versetto recita: “Il Signore disse ancora a Mosè: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”

Alla santità unica, inimitabile ed irripetibile di Dio corrisponde un comandamento collettivo che richiama la santità della comunità, di tutta la comunità dei figli di Israele e ci invita ad ulteriori riflessioni.

Prima di ogni cosa dobbiamo sottolineare che il termine kadosh, in ebraico, non significa propriamente “santo” bensì “consacrato per” e “separato da”. Comprendiamo con facilità che nella sua essenza solo Dio può essere realmente separato dal reale in quanto Egli stesso è il Reale e consacrato, ovvero intrinsecamente santo.

Per l’umanità, nel loro essere singoli e soli, la tensione verso la completa sacralità divina resta una sfida inimitabile ed irripetibile.

L’uomo nella propria ricerca spirituale, quando ha provato ad imitare la tensione santa di Dio ha scelto di separarsi dalla società per consacrarsi ad un vita di preghiera, ascetica, monastica e questo è accaduto ed accade sia in Oriente che in Occidente.

E’ questo il senso del comandamento contenuto in Levitico 19, 2?

Leggendo con più attenzione ci rendiamo conto che l’ebraismo non chiede all’uomo la separazione dalla società e dalla vita comunitaria per poter giungere ad una piena sacralità e tensione di santità.

Continue reading “Parashat Kedoshim – La santità della comunità”

Le domande e il Seder

Se guardiamo alle fonti che descrivono il seder di Pesach nella Mishnà e nella Ghemarà non possiamo non notare differenze profonde rispetto a come si osservava il seder nei due periodi della storia ai quali i testi fanno riferimento. Nella Mishnà Pesachim 10, 2 è scritto: “ Si versa il primo bicchiere, Bet Shammai afferma che si santifica prima il giorno di festa e poi si benedice il vino, Bet Hillel dice che prima si benedice il vino e poi il giorno di festa.” La Mishnà 3 continua descrivendo il resto del seder in questo modo: “Gli portano davanti (le verdure) intinge la lattuga fino a che non deve spezzare il pane. Gli portano davanti la matzà, la lattuga, il charoset e due cibi cucinati….al tempo del Bet Mikdash (Santuario di Gerusalemme) gli servivano anche il corpo stesso del korban ( lil sacrificio con l’agnello) di Pesach.” Alla Mishnà 4 troviamo infine che si versava la seconda coppa di vino ed a questo punto il figlio domandava a suo padre il senso di quanto visto e mangiato e se il figlio “non ha senno, il padre insegna: “In che cosa si differenzia questa notte dalle altre notti? Che in tutte le altre notti noi mangiamo chametz o matzà e questa notte solo matzà […]”

Di fatto le eventuali domande del figlio, secondo quanto descritto dalla Mishnà, erano poste logicamente dopo aver visto e mangiato i cibi rituali della festa e solo dopo queste domande partiva il racconto biblico ed al contempo formativo della schiavitù egiziana e della nostra liberazione.

Ad un certo punto della nostra storia l’ordine del seder ( ricordandoci che la parola seder in ebraico vuol dire “ordine”) si capovolge: dobbiamo capire quando e perché.

Il tutto prende il suo senso ai tempi dei maestri della Ghemarà, gli Amoraim, quando la cena viene posposta alla fine del seder e di fatto il piatto del seder che contiene il cibo, seppur simbolico, viene tolto dalla tavola dopo il kiddush, la prima coppa di vino e la dichiarazione solenne che recita: “Questo è il pane dell’afflizione che mangiarono i nostri padri in terra di Egitto…” La Ghemarà si chiede il perché di questo cambiamento e la risposta che il testo offre è semplice: “ Perché si sparecchia la tavola dal cibo prima del racconto dell’uscita dall’Egitto?” In altre parole, perché non si mangia prima del racconto come si faceva prima? “ Insegnano nella scuola di Rabbi Yannai: “Affinché i piccoli se ne rendano conto e facciano domande”. ( T.Pesachim 116 b).

Continue reading “Le domande e il Seder”

Parashat Metzora – L’importanza della comunicazione

Al centro di questa nostra parashà di Metzora c’è in maniera simbolica e significativa la bocca, il linguaggio, la parola, la giusta o sbagliata comunicazione.

Fonte di grandi berachot, benedizioni, ma anche fonte ed origine della tzaraat, una sorta di malattia epidermica espressione della colpa della maldicenza, la bocca è l’organo che più di ogni altro può portare significato alla vita o allontanare da noi ogni benedizione per la vita. Re Salomone nella sua saggezza, nel libro dei proverbi afferma con certezza: “Colui che sta attento alla propria bocca ed alla propria lingua salva la propria anima dalla tzaarat.” Se quindi nella nostra parashà la tzaarat è un male fisico, epidermico, legato a precisi sintomi fisici, re Salomone sposta questo disagio ed i conseguenti sintomi fisici interiorizzarli e farli diventare elementi che colpiscono l’anima e non più o quantomeno non solo il corpo. Insegnamento, questo, che è al contempo profondamente arcaico eppure straordinariamente moderno: l’idea che alcuni disagi fisici, alcune sensazioni epidermiche abbiano radici in predisposizioni o atteggiamenti spirituali. Come a dire che tzaarat della pelle in un certo senso trova la propria vera sede di nutrimento e sviluppo nella tzaarat dell’anima.

Spesso questa nostra parashà trova il proprio spazio all’interno della liturgia dello Shabbat nei giorni o nelle settimane che precedono la festività di Pesach. In maniera sorprendente se associassimo ad ogni organo del corpo una festività ebraica non potremmo non legare Pesach al linguaggio, alla bocca che parla (pe-sach) alla comunicazione. Ed è significativo che l’idea centrale delle mitzvot fisiche che siamo chiamati ad osservare a Pesach passino per la bocca, passino per una kasherut specifica come quella dello sgombro, del non consumo e dell’annullamento del chametz, il lievitato, e dell’obbligo del cibarsi di matzot, il non lievitato.

Continue reading “Parashat Metzora – L’importanza della comunicazione”