Parashà Shelach Lechà – Uno sguardo femminile

Il suggerimento per la parashà di questa settimana non nasce autonomo nella mia mente: è stata la riflessione femminile di mia moglie, מב”ת, che me lo ha suggerito, perché a volte, sguardo maschile e sguardo femminile possono essere molto distanti.

Noi non ci stupiamo del fatto che tutte le persone coinvolte nella tragica spedizione voluta da Moshè e raccontata nella parashà di Shelach Lechà sono uomini.

Uomini i capi tribù, uomini gli attori principali dei dialoghi, uomini sono le spie che tornano e che raccontano di una terra sì bella e rigogliosa, ma impossibile da conquistare e che “mangia i suoi abitanti”, e maschili sono le prime lacrime di disperazione nonostante la promessa ed il sostegno divino.

Questo mondo maschile farà pagare al popolo ebraico la propria sfiducia con quaranta anni di cammino punitivo nel deserto.

Nella Haftarà che accompagna la parashà compare invece una donna: è Rachab che accoglie e nasconde le spie inviate da Giosuè per cogliere i punti deboli di Gerico e che è sicura che Dio accompagnerà Israele nella sua conquista.

Sorge spontanea la domanda: se in un mondo più attento al femminile la spedizione di Moshè fosse stata guidata da donne? Avremmo avuto lo stesso risultato? Avremmo avuto una stessa descrizione di Israele, piena di timori, angosce e terrori infondati? Avremmo pianto le stesse inutili lacrime?

La storia non si fa con i se, ma possiamo cogliere una risposta citando un altro passo della Torà.

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Parashà Naso – L’equilibrio tra spiritualità e materia

Indubbiamente il centro, o meglio il centro della nostra attenzione su questa parashà, è occupato dalla benedizione sacerdotale, che la Torà comanda ad Aaron ed ai suoi discendenti e  che si esprime con queste parole: “Queste sono le parole con le quali benedirete il popolo di Israele: Il Signore ti benedica e ti custodisca! Il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia. Il Signore posi su di te il suo sguardo e ti dia pace.” (Num. 6, 22-26) Di fatto queste parole di benedizione, che da allora in poi sono entrate nel servizio quotidiano sinagogale così come domestico, sono forse la fonte più antica di una liturgia giunta fino a noi.

Proprio perché si tratta di una fonte così antica è davvero importante notare come la Torà ci insegni con forza che non è il sacerdote ad aver il potere di donare bene o il suo contrario, ma solo Dio è fonte di ogni benedizione. Lontano dalla Torà è il mondo della magia, degli sciamani, degli stregoni mentre è interessante notare che la benedizione sacerdotale è divisa in tre parti e si riferisce a tre tipi diversi di emanazione di bontà da parte di Dio verso il suo popolo.

La prima parte della benedizione si rivolge e si riferisce ai beni materiali, la seconda parte si rivolge al mondo intellettuale ed agli sforzi dell’uomo in tal senso, la terza parte riguarda il nostro equilibrio spirituale, la nostra serenità.

La presenza dei beni materiali non è considerato un danno spirituale, ma va inserito in una custodia, in un senso di giustizia e di validità etica, segue poi l’idea che al benessere materiale corrisponda una capacità di comprensione e gestione del mondo e di noi stessi, non è un caso che “ti conceda grazia” in ebraico è una espressione legata al chinuch, alla educazione, alla formazione, allo sforzo ed all’impegno intellettuale. Chiude il cerchio di questa triplice benedizione l’idea di un equilibrio, di un senso di pace, che nasce proprio da un incontro sano tra una materialità eticamente giusta, un impegno intellettuale onesto e la proiezione verso una spiritualità che, proprio perché equilibrata, porta alla pace ed ottiene la pace da Dio.

Parashà Behar Sinai – commento video di Rav Pinhas Punturello

L’importanza di un orizzonte ampio e costruttivo, il tema del commento alla porzione settimanale di Torah, del nostro emissario Rav Pinhas Punturello. Shabbat Shalom!

Contare l’Omer – Parashà Emor

La mitzvà di contare l’Omer occupa un posto non secondario nella parashà di Emor ed al di là della mitzvà tecnica dell’agitazione dell’Omer, il senso del conteggio e dei giorni da contare porta con sé moltissimi significati.

Rambam, Maimonide, scrive nelle Guida dei Perplessi, 3, 43: “E Shavuot è il giorno del Dono della Torà. E per rendere più grande questo giorno, si contano i giorni dal primo Moed che lo procede, come colui che aspetta il fedele amato e conta i giorni ed anche le ore: questa è la motivazione del conteggio dell’Omer dal giorno della nostra uscita dall’Egitto fino al Dono della Torà, che era di fatto l’intenzione primigenia e lo scopo dell’uscita dall’Egitto come è detto “ E vi porterò a me” ( Esodo, 19, 4).

Per Rambam il conteggio è legato al giorno finale tra tutti i giorni dell’Omer, cioè Shavuot, e la mitzvà del conteggio prende il suo senso dall’attesa per il giorno in cui celebriamo il dono della Torà.

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