Accensione dei lumi di Chanukkà a Ferramonti di Tarsia

La luce si accende in un luogo dove non molto tempo fa c’era l’oscurità. Ferramonti di Tarsia era un campo di internamento italiano  utilizzato per internare dissidenti politici e minoranze etniche. Si trovava nel comune di Tarsia , vicino a Cosenza  , in Calabria  . Era il più grande dei quindici campi di internamento stabiliti da  tra giugno e settembre 1940. Oltre 3.800 ebrei furono imprigionati nel campo.

Antichi arnesi per la cucina: una testimonianza dal passato

Fino alla fine degli anni ’80 nei villaggi della Russia, come Vysoky, si usavano le stufe in muratura per la preparazione del cibo e il riscaldamento della casa. La stufa russa trattiene il calore per molto tempo, cosa che si abbina perfettamente alle leggi ebraiche e alla necessità di rispettare lo Shabbat. Questo ha aiutato molto gli ebrei Subbotnik della Russia.

Nella preparazione dei pasti di shabbat, delle feste ebraiche, della matzà di Pesach e per ogni necessità quotidiana, gli abitanti di Vysoki usavano degli arnesi fatti a mano da loro stessi, simili a quelli usati dai contadini russi per un migliaio di anni. Come parte della ricerca svolta dal Centro Maani di Shavei Israel siamo felici di presentarvi alcuni di questi arnesi. Oggi sono conservati presso il Museo di Storia degli Ebrei Subbotnik a Vysoki, così come in case private.

Vediamo matterelli vari, coltelli e altri arnesi per tagliare, pale per infornare e così via. Speciale attenzione va rivolta alla pestrilka, uno strumento usato per fare i buchi nella matzà, preparata per tutto il villaggio.

I leader della comunità in Guatemala visitano Israele

L’entusiasmo e la dedizione dei Bnei Anusim del Guatemala alla vita ebraica hanno colpito tutti quelli che conoscono questa vivace comunità. Nei giorni scorsi i suoi leader hanno partecipato ad un viaggio molto significativo in Israele, per visitare città e luoghi storici. Una tappa è stata presso gli uffici di Shavei Israel, che da diversi anni li supporta.

In Israele anche per partecipare al bar mitzva del figlio di un amico i tre guatemaltechi Fernando Flores, Gerardo Flores e Juan Gutierrez ci hanno parlato del loro viaggio: “Arrivare nella Terra Promessa del nostro patriarca Abramo ha significato un caloroso senso di ritorno, anche se eravamo in Israele per la prima volta. Da Haifa a Tsfat, da Eilat a Gerusalemme, abbiamo girato tutto il paese conoscendo meglio il suo passato e presente.”

Tra le cose che li hanno impressionati di più il Monte Carmelo e la grotta del profeta Elia. Il loro primo shabbat in Israele lo hanno passato a Haifa. Tutte le tappe hanno parlato loro dei millenni di storia del popolo ebraico.

Il bar mitzva del figlio di un amico si è svolto a Gerusalemme presso il Muro del Pianto. Nei nostri uffici hanno potuto incontrare il nostro presidente Michael Freund, così come altri membri dello staff, che finora conoscevano solo via mail. A Gerusalemme hanno anche acquistato bellissimi elementi di arte cerimoniale per ornare il loro rotolo di Torah e l’Aron Kodesh eseguito in Guatemala.

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La benedizione sul pane “Hamotzì”

Seconda parte

Ogni qualvolta una persona desideri mangiare un pezzo di pane (anche molto piccolo) dovrà prima recitare la seguente benedizione:

“Baruch Attà H. Elokenu Melech haolam hamotzy lechem min haaretz”

Benedetto sii Tu o Signore, Dio nostro, Re del mondo che fai uscire il pane dalla terra. 

Nel momento in cui la si recita, si dovrebbe tenere il pane in mano in modo che tutte e dieci le dita lo tocchino. Esse, sono in corrispondenza delle dieci parole contenute nella benedizione[1].

Dopo aver recitato la benedizione si intinge il pane nel sale e il primo a mangiare sarà colui che ha benedetto, successivamente la moglie ed infine tutti i commensali. È una mitzvà avere del sale sulla tavola, poiché essa è paragonata all’altare sul quale venivano fatti i sacrifici nel tempo in cui c’era il Tempio. E poiché sull’altare mai doveva mancare il sale, così anche oggi, quando recitiamo la benedizione sul pane, facciamo in modo che il sale sia sempre presente. 

È preferibile recitare la benedizione su un pane intero o su una porzione abbondante. Pertanto non si taglia il pane prima di aver recitato la benedizione. 

L’Hamotzì e le misure

Altre due benedizioni, sono strettamente connesse alla benedizione del pane, ovvero:

  • Netillat Yadaim (prima di mangiare il pane)
  • Birchat haMazon (dopo aver terminato il pasto)

Per quanto riguarda queste due benedizioni si fa riferimento al quantitativo di pane che si desidera mangiare. Ovvero, se una persona desidera mangiare un quantitativo di pane inferiore a 56 gr[2].Kabeitzà (volume di un uovo), dovrà compiere l’azione del lavaggio delle mani, ma non dovrà recitare la benedizione. Se invece, mangerà un quantitativo inferiore di 28 gr. Kezayt (volume di una oliva), non dovrà recitare la birkat haMazon.

Netillat Yadaimmeno di 56 gr.Azione, senza berachàpiù di 56 gr.Azione con berachà
Birchat haMazonmeno di 28grNon recito la birchat hamazonpiù di 28gr.Recito la birchat hamazon

[1] Shulchan ‘Aruch 167

[2] Non si fa riferimento al peso del pezzo di pane, ma al volume.

Le benedizioni della tavola ebraica

Netilat Yadaim e Hamotzy (abluzione delle mani e la benedizione su pane)

Parte 1

Apriamo ora l’argomento inerente al lavaggio delle mani prima di mangiare il pane e alla benedizione sul pane. Ogni qualvolta una persona desideri mangiare il pane, deve necessariamente seguire questo iter:

Netilat Yadaim2 – Hamotzy3 – Birkat hamazon
Lavaggio delle maniBenedizione sul paneBenedizione finale. Al termine del pasto si ringrazia il Signore mediante questa benedizione. 

Andiamo ora ad analizzare ogni singolo passaggio.

  1. Netillat Yadaim

La netillat yadaim deve essere eseguita con un recipiente integro, senza fori e col margine superiore privo di intaccature. È necessario che il Kelì (recipiente) possa contenere almeno la quantità di 86 cc. di acqua. Prima di eseguire la netilat Yadaim, è fondamentale che le mani siano già pulite e che non vi sia nessun oggetto che possa fare separazione tra l’acqua e le mani, ad esempio anelli.

 In seguito, riempio il kelì e inizio a versare l’acqua su tutta la mano, partendo dal polso. È bene iniziare versando l’acqua sulla mano destra prima di versarla sulla sinistra.

Su ogni mano dovrò versare almeno 86 cc. (1 reviit) di acqua in una sola volta. Pertanto dovrò versare per due volte su ciascuna mano un reviit d’acqua.

Dopo aver completato l’abluzione,prima di asciugarsi le mani, si recita la seguente benedizione:

“ Baruch Attò Hashem Elokenu Melech ha’Olam Asher kiddeshanu Bemizvotav vetzivanu al Netillat Yadaim”

  • Benedetto sii Tu o Signore, Dio nostro, Re del mondo, che ci ha santificato con i suoi precetti e ci hai comandato di lavare le mani.

Dopo aver recitato la benedizione si asciughino le mani, e ci si affretti a recitare la benedizione sul pane. Da quando si inizia la netillat Yadaim fino a quando non si è mangiato il pane non si deve parlare o occuparsi di altro.

Morà Chana Grazia Gualano

Fonte: Kizzur Shulchan ‘Aruch, benedizioni

La preparazione della challà a Cali, in Colombia

La scorsa settimana, ragazze e donne, della comunità Bnei Anusim di Cali, in Colombia, si sono preparate per shabbat organizzando una speciale cottura della challà, con Shavei Israel.

Sotto la supervisione e guida di Rav Shimon Yehoshua, emissario di Shavei Israel nella regione, hanno colto l’occasione per approfondire le proprie conoscenze. Hanno imparato del significato spirituale di ogni ingrediente, ed eseguito il comandamento della hafrashat challah (distaccamento di una porzione prima di cuocere), pregando per sé stesse e per i propri cari.

Maguen Abraham, la nostra comunità di Cali, è solo una delle 12 comunità ebraiche in Colombia, appartenenti all’ACIC – Asociación de Comunidades Israelitas de Colombia. Oggi, la nostra comunità, conta circa un centinaio di membri e possiede tre rotoli di Torah.

“La comunità è la nostra famiglia” – una storia personale

Quindici famiglie ebraiche a Città del Guatemala, senza sapere più a chi rivolgersi, si sono unite per creare il centro comunitario Shaar Hashamaim Bnei Anousim. Tra i fondatori ci sono Gerardo Flores assieme alla moglie, Aury de Flores. Ma qui non si parla solo di nomi e numeri.

La coppia, sposata da 22 anni, è attiva nella comunità ebraica già da tempo. Gerardo è laureato in ingegneria elettronica ed è un dirigente in una importante azienda dell’America Latina nel campo delle telecomunicazioni.

Aury ha studiato relazioni internazionali, ma ha deciso di dedicarsi alla famiglia e alla crescita dei loro tre figli, che oggi hanno già 20, 19 e 8 anni.

“Shaar Hashamaim è la nostra famiglia”, ha dichiarato Aury. “Qui possiamo incontrare persone che condividono il nostro profondo desiderio di vivere appieno una vita ebraica, attraverso il rispetto delle mitzvot.”

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Recitare le benedizioni con concentrazione

Quando si recita una benedizione, bisogna prestare attenzione al significato di ogni singola parola che si sta pronunciando. Nel momento in cui una persona si appresta a recitarla e in particolar modo quando pronuncia il Nome del Signore, deve essere pienamente consapevole di ciò che sta facendo e del fatto che le sue parole sono rivolte all’ Eterno. Inoltre, in questo lasso di tempo, è assolutamente vietato occuparsi di altro, in modo da non dare l’impressione di dire del tutto casualmente una cosa che si considera priva di importanza[1].

Si raccomanda di recitare la benedizione a voce alta sia perché questo contribuisce a tenere desta l’attenzione e sia per far uscire d’obbligo coloro che non la sanno recitare da soli. Nel momento in cui la si pronuncia, non si deve avere nulla in bocca, qualora avesse introdotto del cibo senza recitare la rispettiva benedizione, se può, lo deve togliere, dire la relativa benedizione e poi rimetterlo in bocca. Se il cibo introdotto non fosse più in condizione di essere estratto e poi mangiato nuovamente, lo si metta da un lato della bocca e poi la si pronunci[2]. Come espresso nel salmo 71, 8: ‹‹possa la mia bocca essere colma della Tua Lode›› a significare che la bocca deve contenere soltanto la benedizione del Signore e null’altro.

Colui che recita una benedizione con attenzione e concentrazione si rafforza nella propria fede, poiché ognuna di esse lo fortifica nel Signore dal quale dipende ogni cosa, senza il Suo consenso e le Sue direttive, nulla esisterebbe al mondo.

Morà Chana Grazia Gualano


[1] Shulchan Aruch 191,

[2] Shulchan Aruch 172

La determinazione di una piccola comunità ebraica in Guatemala

La comunità Shaar Hashamaim del Guatemala, creata grazie ad una iniziativa locale, ha unito persone di diverse età e origini determinate a mantenere le tradizioni ebraiche, senza essere collegati a comunità più grandi presenti nel paese.

Oggi la comunità è composta da circa 15 famiglie e offre ai suoi membri una vasta gamma di corsi e attività, quali studi ebraici, eventi comunitari e incontri all’aperto, preghiere e funzioni festive. Fornisce anche ai residenti cibo casher, libri ebraici e servizi religiosi di base. Ma finora c’era un grande problema: i membri della comunità vivono troppo lontano per potersi unire nella preghiera dello shabbat, senza infrangere la regola della non guida nel giorno di riposo.

Per migliorare quindi la qualità della vita ebraica, si è deciso di costruire un edificio che includa una sinagoga, un centro di studi ebraici, un ristorante, camere da letto, un appartamento per il rabbino e un mikve.

“Tempo e risorse vengono investite per aiutare le famiglie a riunirsi presso il centro il venerdì, per onorare lo shabbat con tutta la comunità”, ci spiega Fernando Flores Castañeda, rappresentante di Shavei Israel in Guatemala. “Per me, mia moglie, i miei figli e per tutti i membri della comunità Shaar Hashamaim, è stata, è e sarà una porta che ci ha consentito di riunirci come popolo di Israele e di vivere l’ebraismo in ogni aspetto delle nostre vite. E’ la porta che ci ha aiutati a connetterci con la Torah e con Dio stesso.”

Altri membri della comunità condividono l’entusiasmo di Fernando: “Shaar Hashamaim è il compimento di un sogno, che anni fa sarebbe stato difficile da immaginare” dice Alfredo Gutierrez. “Il desiderio di ritornare alla nostra tribù, al popolo dal quale i nostri antenati si sono dovuti allontanare a causa di drammatiche circostanze, oggi si è avverato. La comunità è la nostra famiglia, studiamoinsieme Torà e Halachà, ci prepariamo alla celebrazione di ogni shabbat e festa. E’ molto bello potere incontrare altre famiglie in situazioni simili alla nostra, condividendo lo stesso scopo: vivere una vita ebraica in tutta la sua pienezza.”

Come dimostrano le foto in basso, il processo di costruzione è in pieno sviluppo, ma molto ancora c’è da fare. Se vuoi fare la differenza, unisciti a noi e supporta la comunità Shaar Hashamaim donando a questo progetto.

Il diritto al ritorno (parte 5)

Dalla chiesa al Beit Midrash

Miriam ha conosciuto il marito, Daniel Fuentes, 45 anni, nell’ambito del suo lavoro. Daniel, all’epoca conosciuto come Federico Fernando, era un devoto cristiano e aveva anche fatto da pastore. Si sono sposati circa 9 anni fa, mentre Miriam continuava a studiare ebraismo. Dopo quattro anni di matrimonio, anche suo marito ha iniziato a studiare Torah: “Sapeva già cosa fosse il sabato e conosceva l’ebraismo, ma da lontano”.

Con il passare del tempo, ambedue impararono a pregare, tenere shabbat e casherut. “Potevamo restare in Messico. Io lavoravo come avvocato in un ottimo studio, guadagnavano bene. Ma più studiavamo e più capivamo che non potevamo realizzarci spiritualmente lì. Vivevamo bene in Messico, ma vivere a Gerusalemme mi rende felice e mi fa sentire a casa. L’ebraismo mi ha dato un senso. Anche se conoscevo e amavo mio marito da tempo, da quando abbiamo iniziato a studiare insieme la nostra relazione è diventata ancora più significativa. La consapevolezza di dovere mantenere la pace in casa ti cambia la vita. Adesso casa nostra è piena di santità e calma. Siamo anche venuti in Israele per dare una educazione ebraica alle nostre figlie.” ammette Miriam. “Già 20 anni fa avevo capito che l’ebraismo è verità, ma non riuscivo a progredire.”

Proprio due mesi fa, Miriam, Daniel e la figlia Leah finalmente hanno completato il loro processo di conversione. Vivono a Gerusalemme e aspettano la cittadinanza per potere vivere permanentemente in Israele. Shavei Israel li ha aiutati nel percorso. “Sono molto grata alle persone dell’organizzazione che ci hanno aiutati”, aggiunge con commozione.

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