Il diritto al ritorno (parte 3)

Continuiamo con l’intervista al presidente di Shavei Israel, Michael Freund:

E’ successo 500 anni fa, le persone iniziano a cercare le proprie origini ora?

“Negli ultimi 20 anni siamo stati testimoni di una grande crescita del numero dei discendenti di Anusim che vogliono tornare alle proprie radici. Lo vediamo dal Portogallo, alla Spagna fino al Brasile e Perù. Attraversa ogni strato sociale e socioeconomico.

Come può spiegare questo fenomeno?

“E’ difficile da spiegare in maniera razionale. Abarbanel, che ha vissuto in Spagna al tempio dell’espulsione ed era ministro delle finanze del Re di Spagna, descrive la cacciata degli ebrei nel suo commentario al libro del Deuteronomio e a quello di Isaia, e promette che alla fine gli Anusim torneranno al popolo di Israele. Dice che all’inizio sarà solo un ritorno nei cuori, perché avranno paura di dichiararsi ebrei, ma arriverà un giorno in cui diranno: “Vogliamo tornare”. Credo che stiamo vivendo questi tempi. Le persone ci contattano di continuo parlando delle origini delle proprie famiglie.”

Ci sono degli usi che caratterizzano i discendenti degli Anusim?

“Molti ricordano delle nonne che il venerdì sera di nascosto accendevano candele e borbottavano qualcosa in una lingua incomprensibile. Un professore portoghese mi ha detto che da bambino i genitori gli proibivano di uscire la notte per contare le stelle, poiché era pericoloso. Gli Anusim contavano le stelle per sapere se Shabbat era già finito. A volte questo gli costava la cattura da parte dei tribunali dell’Inquisizione. Per questo le famiglie si comportavano in maniera così strana successivamente.

Qualche anno fa, ho conosciuto un diplomatico brasiliano in Israele. Mi ha raccontato come ci fossero tante famiglie di Anusim nel nord del suo paese. Queste usavano avere un tavolo con una mensola nascosta a capotavola, così che il capo famiglia potesse tirar fuori di lì un piatto con carne di maiale, se degli estranei fossero entrati all’improvviso in casa e metterlo al centro della tavola, affinché nessuno li sospettasse di usi ebraici.

Dopo quella conversazione ho visitato il Brasile settentrionale, chiedendo all’amico di portarmi in un negozio di antiquari, dove con i miei occhi ho visto questo genere di tavole. Ancora oggi ci sono famiglie che non mangiano carne e latticini insieme. In alcuni luoghi, Purim o come lo chiamano loro “Santa Estherica Festival” è diventato una festa centrale per gli Anusim. Sentono una vicinanza per la regina Esther, tenuta segregata nel palazzo di Ahashverosh. Durante la festa le donne digiunavano, accendevano candele in onore della fittizia santa e preparavano piatti casher con l’aiuto delle figlie.”

Un cerchio della storia si chiude

Nel Cinque e Seicento molti Anusim trovarono riparo ad Amsterdam, dove venivano aiutati nel ritorno alla propria religione. 200 anni fa era molto più facile provare l’ebraismo degli Anusim. Oggi dopo 500 anni dall’Inquisizione e dalla espulsioni, le prove sono sempre più difficili da trovare e quindi si devono fare conversioni tramite i tribunali rabbini.

Freund su questo ci dice: “E’ un momento molto commovente. Come se nel momento della decisione del tribunale rabbinico, gli antenati fossero presenti a sostenere questo momento di chiusura del cerchio.”

Oggi in molti paesi ci sono comunità di Bnei Anusim. Per esempio in Colombia ce ne sono addirittura 12. Ogni comunità ha la sua sinagoga, il mikveh e alcune anche un centro comunitario per i bambini. Molti di loro cercano di integrarsi nelle comunità ebraiche ufficiali, che spesso si dimostrano restie. Ma gli Anusim non si arrendono, fondando così le proprie comunità. Alcuni vogliono immigrare in Israele, mentre altri preferiscono restare dove sono ed essere ebrei praticanti.

Freund ci dice: “Molti credono che queste persone vogliano solo vivere nel ricco stato di Israele, ma fare una conversione non è un processo semplice. Quando si vedono gli sforzi che fanno queste persone, per vivere in maniera ebraica, senza risorse e senza il supporto delle comunità ufficiali, si capisce quanto la loro volontà sia sincera. In El Salvador, per esempio, dove la paga media è di un dollaro al giorno, le persone mettono da parte i soldi per comprare dei tefillin casher, al costo di diverse centinaia di shekel. Questo significa devozione. Siamo testimoni di una rivoluzione spirituale che sta crescendo di intensità. Sempre più persone trovano la verità nell’ebraismo, cosa che non dovrebbe spaventarci, al contrario – ispirarci.

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