Il diritto al ritorno (parte 1)

Nella notte dell’8 di Av, 527 anni fa, gli ultimi ebrei di Spagna furono deportati. Quelli che si erano già convertiti al cattolicesimo non potevano invece lasciare il regno, molti altri furono uccisi dall’Inquisizione. Negli ultimi decenni, molti discendenti di questi “Anusim” hanno scoperto le ragioni dei strani usi famigliari, passati di generazione in generazione. Ora, con entusiasmo, stanno facendo un ritorno emozionante alle proprie radici e all’ebraismo. Questo è un viaggio affascinante…

Diana Stern

Photo di Avital Hirsch

L’articolo è stato originariamente pubblicato in פנימה עלמה.

Spagna del Quattrocento. Nelle strade dove si sono sentiti fino a poco fa gli insegnamenti delle grandi menti durante l’Era D’Oro, adesso sono un luogo pericoloso e solitario per gli ebrei. Scappare, convertirsi o morire in agonia – queste le tre opzioni possibili per gli ebrei durante la misteriosa epoca delle espulsioni dalla Francia. Cinquecento anni sono passati, ma il mondo è ancora pieno dei discendenti, tanti ancora inconsapevoli.

Il sogno di Spagna

Ci parla Michael Freund, presidente e fondatore di Shavei Israel, che ha dedicato la sua vita ai discendenti degli Anusim e degli Ebrei Perduti, per aiutarli a tornare alle proprie radici.

“Milioni di persone in tutto il mondo che parlano spagnolo e portoghese sono discendenti di ebrei forzatamente convertiti al cattolicesimo. Sempre più persone cercando di riconnettersi alle proprie radici. Alcuni restano cattolici, ma la questione li intriga e commuove, e alcuni di loro iniziano un viaggio spirituale verso l’ebraismo”.

“La chiesa cattolica e l’inquisizione hanno impiegato davvero tante energie per portarli lontani dal loro popolo, per secoli. Anche noi dovremmo quindi investire per riportarli indietro.” L’organizzazione di Freund opera in più di 12 paesi e comprende diverse comunità: Bnei Menashe in India, i Kaifeng della Cina, i Bnei Anusim in Colombia, El Salvador, Cile, Spagna, Portogallo, Sicilia e anche Italia meridionale. “Abbiamo emissari che lavorano con queste comunità, insegnando Torah e rafforzando le conoscenze delle persone interessate”.

Freund è immigrato in Israele da New York nel 1995. Nel 1996, è entrato nel Dipartimento Informazione di Benjamin Netanyahu. Durante quel periodo, una missiva dall’India nord-orientale si è trovata nelle sue mani. Aprire quella lettera ha definito tutto il resto della sua vita, facendogli anche lasciare la politica.

“Con grande emozione, i leader della comunità Bnei Menashe ci raccontavano dei loro antenati, facendo risalire le loro radici ad una delle dieci tribù perdute durante l’invasione Assira circa 2700 anni fai. Scrivevano di quanto volessero ritornare alla loro madre terra, a Zion. All’inizio ho pensato fosse una follia, ma c’era qualcosa di molto autentico nella lettera e gli ho risposto”.

Freund ci ha anche rivelato che dai tempi di Golda Meir, i Bnei Menashe cercavano di fare appello al governo israeliano, senza mai ricevere risposta. “Ho incontrato molti membri della comunità. Ho capito che erano sinceri ed onesti, volevano seriamente diventare ebrei osservanti e vivere in Eretz Israel”.

Freund ha iniziato a studiare la questione delle comunità ebraiche più remote. “Ho cominciato a viaggiare nei posti più sperduti e mi sono reso conto di quante comunità ebraiche ci siano. Ho anche capito che nessuno gli tendeva la mano e penso tuttora che questo sia un errore strategico sia per il popolo ebraico che per lo Stato di Israele. Ho quindi deciso di fondare Shavei Israele e di aiutare tutte queste persone.”

“L’ebraismo non è una religione di missionari e noi non cerchiamo di mettere la kippà sulla testa di nessuno” – sottolinea Freund – “Aiutiamo quelli che cercano una connessione culturale con il popolo di Israele, ma anche quelli che sono interessati alla conversione. Ognuno deve prendere la sua decisione, comprendere cosa sia giusto per sé stesso e solo allora noi entriamo nella loro vita. Lasciamo le conversioni al beit din (tribunale rabbinico). Noi aiutiamo soltanto”.

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