Parashà Haazinu – Radici e ricordo

Rabbi Nachman di Breslav insegna: “Nel ricordo è il segreto della liberazione.” La Torà in un sublime discorso di Moshè in Deuteronomio 32,7, fa dire al popolo: “ Ricorda i tempi antichi, cerca di capire il corso della storia! Chiedetelo ai vostri padri e ve lo spiegheranno, ai vostri anziani e ve lo diranno!”

Il ricordo chiaramente non basta, bisogna comprendere il passato, analizzarlo, farlo proprio e fare nostri i valori che esso ci offre come elemento ereditario.

Le radici di ogni persona, di ogni popolo sono la fonte della propria identità, la linfa vitale con la quale vivere la modernità e dare senso compiuto al presente che siamo chiamati a vivere ed al futuro che consegneremo a chi verrà dopo di noi.

Le radici sono fonte di orgoglio, di consapevolezza, ma il passo tra orgoglio e sciovinismo è davvero breve, perché se è vero che la “nobiltà obbliga” è anche vero che “lo snobismo obbliga” e che, come insegnava il rabbino Pinhas Peli: “ Per un ebreo avere un rabbino nell’albero genealogico è molto probabile, avere un rabbino come nipote è la vera sfida ebraica dei nostri tempi.”

Essere orgogliosi delle proprie radici, ebraicamente parlando, non è una fissazione o un passatempo, ma deve essere un impegno educativo delicato e profondo che si esprime in una consapevolezza tra il messaggio identitario che riceviamo dal nostro passato ed il messaggio identitario che trasmettiamo al nostro futuro.

E nella consapevolezza è racchiusa la salvezza di un orgoglio identitario sano e la distanza da uno sciovinismo razzista, un appartenenza che non trasmette nessun valore ma è solo una espressione egoistica di ciò che ci “raccontiamo essere”.

Hannah Arendt, la filosofa ebrea tedesca naturalizzata americana, tracciando una differenza tra il pariah, l’ebreo orgoglioso e consapevole, ed il parvenu, lo sciovinista al quale null’altro rimane se non il senso di casta, scrive: “Tutte le vantate qualità ebraiche – il “cuore ebraico”, l’umanità, lo humour, l’intelligenza disinteressata – sono qualità del pariah. Tutti i difetti ebraici – la mancanza di tatto, la stupidità politica, i complessi di inferiorità e l’avidità di denaro – sono caratteristiche dei parvenu. Ci sono sempre stati ebrei convinti che non valesse le pena scambiare la loro umanità e la loro innata capacità di comprendere la realtà con la grettezza dello spirito di casta.[…]”

La tragedia peggiore, dice il maestro chassidico Aaron di Karlin, si ha quando un principe dimentica di essere un principe.

L’orgoglio delle proprie radici è davvero un bene prezioso. E’ però un’arma a doppio taglio: se perdiamo i valori che le radici ci trasmettono, esse diventano solo un “ricordo”, un oggetto antico, un pezzo di antiquariato, mentre la Torà ci esorta a capire il “ricordo”, a farlo nostro, a farlo essere un valore per la vita.

One thought on “Parashà Haazinu – Radici e ricordo”

  1. Deuteronomio 32

    (1) Porgete orecchio, cieli, e parlerò: ed ascolti la terra i detti della mia bocca.

    L’organo dell’ascolto è l’orecchio:

    האוזן (azan) = orecchio = Entra (ה) Dio (אָ) porta (ו) come sostentamento (ז) il Messia (ן)

    La lettera ז zain significa anche arma, attrezzo con cui combattere per sostenersi nella battaglia della vita, ed anche il membro maschile deputato a trasmettere il seme per la procreazione. Così, in senso spirituale, l’orecchio vuole significare l’interfaccia che permette a Dio di annunciare il Messia all’umanità, e l’intervento potente di D-o.

    Dunque l’orecchio è il mezzo attraverso cui si recepisce il messaggio divino. La persona lo recepisce, lo vive e lo trasmette a sua volta.

    La parola ebreo:

    עִבְרִי (‘ivri)

    oltre a significare “colui che viene da oltre (il fiume)”,
    Ebreo = colui che diventa gravido (attraverso l’ascolto) עִבְרִ della iod י, cioè di Dio, per andare oltre, nel tempo e nello spazio.

    L’ascolto attento di D-o ha come conseguenza il rialzarsi da ogni situazione di sofferenza, dalla Nun piegata alla Nun diritta ן.

    Shalom,
    Giovanni

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