Viaggio nella Napoli Ebraica – parte IV (e ultima)

Continuiamo il racconto sulla Napoli Ebraica, pubblicato da Ariel Borestein sul giornale israeliano Israel HaYom a questo link.  I precedenti episodi tradotti in italiano, si trovano sul nostro blog www.anousimitalia.shavei.org

Tradizionalmente osservante

Internet gioca un ruolo centrale nella storia della rinascita degli Anusim. Negli ultimi cento anni, gli abitanti dell’Italia meridionale, inclusi quelli che sospettavano di avere origini ebraiche, non avevano modo di attingere alle informazioni sull’ebraismo. La crescita della rete ha ampiamente risolto questo problema. Chiunque volesse interessarsi alla storia della propria famiglia, poteva leggere dei Marrani, venire a conoscenza di storie simili e trovare sostegno nella continuazione del processo. Quindi, una comunità virtuale di Anusim è cresciuta in rete, ed è ritenuta il catalizzatore del viaggio di ritorno all’ebraismo, per molti di loro.

Ma ancora oggi, le tracce dei Marrani in Italia meridionale, non sono semplicemente virtuali. Come già detto, Ciro vaga nelle viuzze del centro di Napoli ed è come se facesse un viaggio nel tempo. Per esempio nella zona di Bacoli: è qui che nel Cinquecento vivevano molti Marrani, ed è qui che crearono una comunità che ancora in segreto osservava alcune tradizioni ebraiche. Molte famiglie, per allontanarsi dai ferrei controlli della Chiesa, hanno lasciato le zone adiacenti il mare, vicino a Posillipo, per stabilirsi in un’area fuori dal perimetro cittadino, Bacoli per l’appunto. Gli antichi muri non vogliono svelare tutti i loro segreti, ma in alcuni edifici sono stati ritrovati un mikve e una sinagoga.

Allo stesso tempo, più prove sono emerse. Nei registri della chiesa di S. Anna, a cui Bacoli appartiene, non vi sono registri di matrimoni o battesimi di Marrani fino al 1704. Sembrerebbe incredibile che duecento residenti di Bacoli siano rimasti fedeli alla loro religione di provenienza e non abbiano assecondato il potere delle cristianità.

La popolazione di Bacoli è rimasta omogenea fino alla II guerra mondiale. Questo isolamento potrebbe essere alla radice della preservazione di alcuni usi ebraici, per generazioni. Si dice che qui la circoncisione venisse fatta ancora ai primi del Novecento. E ancora oggi, nelle famiglie Cordoba pare persista l’uso di circoncidere i neonati. Secondo Ciro si tratterebbe di una famiglia di mohel (“circoncisori”) ed ecco perché l’uso sarebbe così radicato.

Anche l’inumazione a Bacoli avrebbe avuto per molto tempo una radice ebraica. I corpi venivano accuratamente lavati da un uomo esperto nel compito, che li avvolgeva in lenzuola di lino. Anche se venivano portati al cimitero in una bara, questa veniva rimossa e il corpo avvolto nel tessuto veniva semplicemente messo nella terra. Anche l’osservazione di altri precetti, quali la purità famigliare e l’osservazione dello Shabbat, non sono completamente spariti in epoca moderna. Le donne a Bacoli usavano riunirsi il sabato nei cortili per leggere la Bibbia insieme.

La tradizione culinaria del quartiere, a detta di Ciro, non può lasciare indifferente nessun ebreo. Solo pesci venivano preparati a Bacoli – sarde, pesce azzurro e acciughe. Alla domanda come mai i frutti di mare non fossero presenti sulle tavole, le donne rispondevano con stizza che la preparazione era difficile e richiedeva molto tempo. Questa risposta non convinceva nessuno e una spiegazione più “casher” appare qui plausibile.

In un modo o nell’altro, le comunità Anusim sono sopravvissute per cinque secoli, si potrebbe dire un miracolo. I risultati di questo miracolo sono adesso alla nostra porta. Effettivamente è difficile girare la ruota della storia all’indietro, all’incrocio dove i Marrani sono stati separati dal Popolo Ebraico, ma anche se è difficile, è tuttavia possibile.

One thought on “Viaggio nella Napoli Ebraica – parte IV (e ultima)”

  1. posso lasciare per commento ciò che ho scritto nel mio romanzo autobiografico il koan del ramo spezzato come testimonianza attiva di un ex cittadino di Bacoli:”Dovevo trovare il tempo di sistemare nella mia memoria anche quello. Mio padre la guardava, era preoccupato, la lasciava parlare a tavola, perché, benché analfabeta, su questioni che riguardavano la nostra educazione, lei, nostra madre, aveva l’ultima parola. E terminava sempre con una dichiarazione di volontà divina. Che sia fatta la volontà del Padre Eterno. Era una specie di sigla auto-benedicente che noi prendevamo come una sorta di buon augurio, un lasciar passare sotto il tavolo una possibile sciagura. Un sortilegio che in genere riusciva ad allontanare i guai da sotto l’uscio di casa. Magia del magismo e di altre mescolanze varie di quella fertilissima mente. Trovai dunque il coraggio di salire su per la collina che mena sopra i declivi circostanti. A metà strada mi fermai davanti ad un basso che guardava bellamente verso il mare. L’indirizzo era quello:
    «Abita qui la signora Natalia Kugelmann?», dissi ad una ragazza dagli occhi cerulei, che indossava una maglietta ed un blue jeans corto.
    «Qui abita la nonna, Natalia, ma nun se chiamm comme dicite vuie!»
    Poi ad alta voce chiamò:
    «Nonna, nonna Natalia, c’è un signore che ti cerca!»
    Entrai in quella casa povera ma estremamente dignitosa, con mobili tipici delle famiglie napoletane antiche. Quelle che avevamo una volta anche noi e di cui troppo frettolosamente ci si sbarazzava negli anni settanta per far vedere che eravamo emancipati. Era seduta, Natalia, accanto ad un tavolo. Una bella nonna con uno scialle nero su una veste nera. I capelli bianchi raccolti dietro la nuca con un pettine. Mangiucchiava qualcosa accanto ad una stufa a gas. Mi avvicinai cautamente e dissi:
    «Posso accomodarmi?»
    «Prego», rispose, « assettateve…chi site?»
    «Sono il figlio di Giovanna Scarlato…»
    «Giannina?»
    « Sì, Giannina.»
    Giannina era come le persone di casa conoscevano mia madre. Tutti la chiamavano Giannina,
    «E’ ancora viva?»
    «No, è morta da due anni…», risposi.
    Natalia guardava davanti a sé come se cercasse nella memoria. Mangiò un pezzettino di noce, noci che aveva sopra il tavolo.
    «Vennero qui, mandati da tua madre. Stettero un anno, forse due. Li ospitammo sulla casa nella terra qui dietro. Poi partirono, se ne andarono in Palestina. Erano terrorizzati, venivano da Modena. Se ne andarono in Palestina, insieme ad altri. Non ne abbiamo saputo più nulla.»
    Esterina, la nipote di Natalia, ci guardava incuriosita. Forse era la prima volta che sentiva quel discorso. Bonariamente mi fece capire che era inutile stancare la nonna. Annuii. Salutai ringraziandola di tutto, lei aggiunse:
    «Non ci pensare, è passato tanto tempo, abbiamo sofferto tanto dolore.»
    Non sapevo cosa aggiungere. Era così bella nella sua grazia innocente. Feci per alzarmi, ma lei disse ad Esterina di prendere il rosario e una collanina che stava nel cassetto:
    «Prendi, è la collanina di tua madre, me l’aveva spedita per ricambiare la nostra ospitalità. Tua madre era fatta accussì… le piaceva fare aquiloni di carta pesta, dolci allo yogurt con uva passa e poi era fissata cu l’angiulill’…li faceva e tutt’ e’ maner’…ca’carta pesta. ‘E culurava ‘ e tutt’ ‘e culure. Ma ce mancava sempre qualcosa, diceva ch’ le piacevano accussì. Ne faceva poi uno, chille che piaceva a me, che teneva sette ali, era grosso come un pastore del presepe, era proprio bello! Chesti sette ali poi ognuna era ‘e nu’ culore…era proprio bello! Era l’Angelo della Pasqua, l’angelo che annunziava a Maria e alle pie donne la Resurrezione di Gesù.»
    Vincenzo Crosio.

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