Parashà Acharei Kedoshim – La Santità

Dalla parashà di Shemin, seguendo un cammino interpretativo interessante, ci ritroviamo a confrontarci con il concetto di santità all’interno di  vari aspetti del mondo ebraico: la kasherut, le regole alimentari, la santità della nascita in Tazrià, delle relazioni  sociali in Metzorà, delle abitazioni,  dei luoghi di vita.

“ Siate Santi, perché Io, il Signore vostro Dio, sono santo.” Levitico 19,2.

E’ interessante, in questo versetto, il cambio tra un comandamento al plurale, “Siate santi, (kedoshim)” e la contestualizzazione, al singolare, di questo stesso comandamento: “Perché Io il Signore vostro Dio, sono santo,(kadosh).”

Nella sua completezza il versetto recita: “Il Signore disse ancora a Mosè: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”

Alla santità unica, inimitabile ed irripetibile di Dio corrisponde un comandamento collettivo che richiama la santità della comunità, di tutta la comunità dei figli di Israele e ci invita ad ulteriori riflessioni.

Una santità che non è mai un richiamo astretto, ma passa per il cibo, per le relazioni intime, per ogni azione quotidiana con significato, li dove la Torà richiama alla santità come impegno e come luogo non sempre razionalmente comprensibile. 

Prima di ogni cosa dobbiamo sottolineare che il termine kadosh, in ebraico, non significa propriamente “santo” bensì “consacrato per” e “separato da”. Comprendiamo con facilità che nella sua essenza solo Dio può essere realmente separato dal reale, in quanto Egli stesso è il Reale e consacrato, ovvero intrinsecamente santo.

Per l’umanità, nel loro essere singoli e soli, la tensione verso la completa sacralità divina resta una sfida inimitabile ed irripetibile.

L’uomo nella propria ricerca spirituale, quando ha provato ad imitare la tensione santa di Dio ha scelto di separarsi dalla società per consacrarsi ad un vita di preghiera, ascetica, monastica e questo è accaduto ed accade sia in Oriente che in Occidente.

E’ questo il senso del comandamento contenuto in Levitico 19, 2?

Leggendo con più attenzione ci rendiamo conto che l’ebraismo non chiede all’uomo la separazione dalla società e dalla vita comunitaria per  giungere ad una piena sacralità e tensione di santità.

Nel corso della nostra storia i gruppi ebraici che hanno scelto una vita per così dire ascetica sono scomparsi e falliti, mentre i messaggi di reale condivisione e crescita spirituale sono quelli che hanno sempre avuto una consapevolezza del senso di comunità, una piena coscienza del fatto che il comandamento è espresso al plurale: “Siate santi”.

Siate senti, cioè tenderete alla mia imitazione non come singoli, non come “animali asociali” ma come comunità, come società, come un insieme.

All’inizio del 19° secolo uno dei grandi maestri chassidici della Polonia, Rav Kalonimos nel suo commento “Maor veShemesh” commentando il versetto con cui si apre la nostra parashà, Levitico 19, 2, scrisse: “Quando un uomo vuole isolarsi e vivere da solo e sente che in questo modo merita di raggiungere la santità più elevata, cosa significa? Il Talmud insegna: “Poiché Io sono Santo.” “ La mia santità è superiore alla vostra santità” Come a dire che solo il Creatore possiede quel tipo di santità nella sua eccezionalità ed unicità, mentre se una persona vuole condurre la sua vita lungo la santità del Creatore non ha altri modi se non farlo all’interno di una vita comunitaria.”

La Torà ci comanda una santità condivisa e condivisibile, una santità che sia comunitaria e non isolata nello splendore egoistico di una vita ascetica.

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