Pesach – La festa dell’impegno per la libertà

“ Commuove il cuore come se si ascoltasse la dolcezza di una delicata ninna nanna. Persino quegli ebrei che si sono allontanati dalla fede dei loro padri nella folle ricerca di altre gioie ed altre glorie sono portati verso il profondo del loro essere quando, per caso, sentono di nuovo le vecchie melodie di Pesach che una volta a loro erano tanto care.”

Chi dice queste parole è Heinrich Heine poeta, scrittore, letterato ebreo tedesco che per seguire lui stesso la sua carriera nel 1825 si battezzò definendo questo gesto: “Il proprio biglietto di ingresso in società”. In definitiva un ebreo di quelli che egli stesso descrive: Persino quegli ebrei che si sono allontanati dalla fede dei loro padri nella folle ricerca di altre gioie ed altre glorie sono portati verso il profondo del loro essere quando, per caso, sentono di nuovo le vecchie melodie di Pesach che una volta a loro erano tanto care.”

Di fronte alle parole di Heine possiamo scegliere di intraprendere due strade che conducono a due tipi di reazioni diverse. Una è la strada della commozione, della lacrima identitaria che vede alla nostalgia dei nostri fratelli lontani con speranza di redenzione e di ritorno….verso quel “profondo del loro essere” che viene mosso e commosso dall’ascolto del mah nishtana.

L’altra strada è quella della consapevolezza che sul romanticismo, sulla nostalgia, sul sospiro identitario non si basa Pesach, né la preparazione necessaria ad essa né alcuna delle mitzvot legate al seder ed ai sette giorni di festa che ci aspettano.

Il romanticismo identitario, il sospiro verso il ricordo di un sapore e l’odore di un ricordo non sono azioni halachiche né gesti di consapevolezza storica o tradizionale. Certo, potremmo obiettare che un messaggio fondamentale di consapevolezza rispetto a Pesach è quello della libertà ed anzi lo stesso Heine diceva che: “Dopo l’Esodo la libertà ha parlato con accento ebraico.”

Certo questo è vero. Scriveva il compianto maestro rav Giuseppe Laras zl: “ Se non fosse accaduto quanto noi ebrei, oggi come ieri, celebriamo a Pesach (o se -Hass-ve-shalom!- noi dovessimo dimenticarcene e ridimensionarlo), gli esseri umani si sarebbero in vario modo rassegnati al Male e ai più o meno invasivi e distruttivi rapporti di potere e di subordinazione esistenti, ritenendoli immutabili, inevitabili, giusti e addirittura preferibili rispetto alla libertà, alla sua durissima scuola e ai suoi rischi. “Pesach” ci insegna che il reale può sì essere corrotto e crudele ma che tuttavia esso può essere corretto, rovesciato e redento.”

Il punto è che Pesach non è solo una questione di libertà, Pesach è la festa dell’impegno per la libertà, non del ricordo della libertà. E qui capite che si rompe il punto di nostalgia identitaria di un ricordo ebraico come Heine.

Pesach non porta con se solo messaggi universali o richiami verso l’idea di libertà, Pesach porta con se l’esempio storico di un impegno, di una fede, di una risposa ed una partecipazione umana ad un richiamo divino, di Dio che interviene per dare libertà e di un opolo che risponde attivamente per meritare questa libertà.

In questa ottica possiamo e dobbiamo capire meglio perché Pesach sia, indubbiamente, un chag impegnativo. Pesah viene a dirci che la libertà non è un elemento scontato e che sopra ogni cosa la libertà è un dovere da tramandare e che non si è liberi se non si è fedeli a se stessi ed al proprio essere ebrei.

Celebrare il seder significa firmare un contratto con noi stessi e con Dio, significa dire a noi e a Dio che siamo pronti ad investire ebraicamente sul futuro.

Quando noi diciamo, o meglio leggiamo nella Haggadà, durante la notte o le notti de seder:

בְּכָל דּוֹר וָדוֹר חַיָּב אָדָם לִרְאוֹת אֶת עַצְמוֹ כְּאִלוּ הוּא יָצָא מִמִּצְרַיִם, שֶׁנֶּאֱמַר: “וְהִגַּדְתָּ לְבִנְךָ בַּיוֹם הַהוּא לֵאמֹר: בַּעֲבוּר זֶה עָשָׂה יְיָ לִי בְּצֵאתִי מִמִּצְרָיִם)” שמות יג ח(.

poniamo sempre l’accento sulla necessità del “sentirsi” liberi in ogni generazione come se fossimo usciti noi stessi dall’Egitto e non poniamo abbastanza attenzione sul fatto che diciamo: “In ogni generazione” presente e futura e concludiamo il brano citando il versetto di Shemot dove “parliamo a nostro figlio”, cioè ci impegniamo ad educare ebraicamente e religiosamente una nuova generazione pronta a fare domande, ad avere coscienza di sé, ad avere una identità non solo ebraica, ma religiosamente ebraica.

Il rituale del seder, il rito più antico che il mondo occidentale conosca, rappresenta uno spazio educativo, è la fonte della energia spirituale e religiosa che ritroveremo a Kippur: in altre parole a Pesach durante il rito del seder formiamo la famiglia e la nuova generazione che avremo sotto i nostro tallitot o alla quale daremo la nostra berachà a Yom Kippur.

In questo senso il rito di Pesach rappresenta il simbolo, ma anche l’occasione più alta, dell’idea di investimento educativo che poniamo come impegno per noi stessi: un seder veloce e con poca attenzione halachica e poco spazio ludico ed educativo avrà la sua risposta in un Kippur formale, in un digiuno mal sopportato, in una occasione di dovere e non di incontro con Dio, così come Pesach saranno otto giorni di sopportazione per l’assenza del chametz e non di presenza positiva di matzot.

Pesach è la festa dove il senso della nostra Alleanza con Dio prende forma, potremmo dire, fisica, dove lo spazio intimo della nostre case cambia al contrario di Sukkot dove a cambiare è lo spazio pubblico. E proprio perché durante Pesach cambia il nostro spazio privato lo sguardo dei nostri figli su di noi sarà ancora più attento ed ancora più   profondo ed il nostro esempio avrà effetti molto più incisivi di quello che possiamo pensare.

Ed è su quell’esempio che giochiamo la partita di una trasmissione che sia impegno per ogni generazione.

Ora ammettiamolo, rispetto all’idea di una identità ebraica per i nostri figli noi israeliani tendiamo sempre a considerare come meno problematica il nostro rischio di assimilazione rispetto ai nostri fratelli in Diaspora, ed è pur vero che di fatto il pericolo di un matrimonio al di fuori dall’Ebraismo è significativamente meno ricorrente in Israele piuttosto che a Roma, Napoli, Firenze o Budapest.

Eppure in Israele non teniamo conto, di un altro pericolo che non è meno drammatico di un matrimonio fuori dall’Halachà e che è anche esso un processo di assimilazione: mi riferisco alla perdita di religiosità, la non coscienza, per una nuova generazione, dell’importanza dell’osservanza delle mitzvot al di là del facile ritmo di una società, quella israeliana, dove il 70% dei supermercati non vendono chametz di Pesach e dove tutti si augurano: “Chag Sameach”.

La condivisione di una identità che da diasporica e minoritaria è diventata collettiva e nazionale può contenere il rilassamento o la superficialità con la quale invece guardiamo alla perdita di religiosità per alcune nuove generazioni in Israele, elemento che di fatto rappresenta un pericolo identitario sia per il singolo, ovviamente, che per l’identità ebraica collettiva del paese.

Vero è che nel 90% dei casi, con l’aiuto di Dio, i nostri nipoti saranno ebrei, ma è pur vero che potrebbero essere tra coloro che a Pesach partono per andare a mangiare la pasta in Italia, chas veshalom o potrebbero essere tra coloro che faranno Pesach kehilchatò, secondo le sue regole.

Ma proprio perché tutto è apparentemente più facile, la sfida per la trasmissione delle mitzvot e non solo della “tradizione” diventa più impegnativa ed è lì che la parola חיב che abbiamo ricordato nel בכל דור ודור diviene fondamentale perché Pesach è anche la festa dove l’impegno, la “mechuiavut” halachica diventa più reale e più quotidiana rispetto agli altri giorni dell’anno.

Il Talmud Meghiillà 14a discute la famosa halachà del perché non si recita l’Hallel a Purim ed i maestri, Rabbi Chiià bar Abin a nome di Rabbi Yeoshua ben Karcha, (è lui che apre la questione) si chiede come mai si canti l’Hallel a Pesach, quando siamo usciti dalla schiavitù alla libertà e non si canti lo stesso a Purim quando siamo passati dal rischio di morte alla vita certa.

Una delle prime risposte che otteniamo dalla Ghemarà è che il miracolo di Purim è avvenuto fuori da Israele, risposta che però non soddisfa la discussione visto che anche l’apertura del Yam Suf è avvenuta fuori da Israele ed è lì che i benè Israel hanno intonato l’Hallel. La questione viene risolta, in questo caso dicendo che fino a quando Israele non è entrato in Eretz Israel si poteva stabilire di recitare l’Hallel anche in terre fuori di Israele, dopo non è stato più possibile.

Chiude questa discussione l’ipotesi logica più forte: uscendo dall’Egitto gli ebrei sono diventati servi di Dio e non più servi del Faraone, mentre a Purim restano servi di Achashverosh.

Ed è questo il punto fondamentale di Pesach: una libertà che è servizio divino prima di tutto, una libertà che ci rende   ,עבדי ה’ ed è questo il messaggio da trasmettere alle nuove generazioni, perché una libertà politica e nazionale, senza un impegno spirituale non è mai una vera libertà, non diversa da quella di Purim per la quale non c’è Hallel.

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