Parashà Vayakhel Pekudei – Una unione mistica con Dio

“E i capi dei popolo portarono pietre d’onice e pietre da incastonare per l’efod e per il pettorale,
aromi e olio per il candelabro, per l’olio dell’unzione e per il profumo fragrante, il ketoret hasamim” (Esodo 35, 27-28).
E’ sempre stato difficile comprendere fino in fondo l’offerta dell’incenso che bruciava nel Mishkan ed in seguito nel Mikdash, nel Tempio di Gerusalemme.
Il ketoret bruciava quotidianamente ed una volta l’anno bruciava all’interno del Kodesh haKodashim, il luogo più sacro del Tempio.
Si trattava di un rituale che esprimeva un’intima connessione con l’Eterno, una devekuth, una unione mistica con Dio stesso.
Dobbiamo notare che la parola ebraica katar, che vuol dire bruciare, in aramaico ha il senso di “attaccarsi, legarsi”.
Il senso di questo legame richiama un’unione con Dio che va al di là di un rito come il sacrificio o l’offerta sull’altare.
Affermano, infatti i nostri saggi: “ Tutte le offerte venivano portate a causa dei peccati o degli obblighi, ma il ketoret era offerto solo per gioia.” (Tanchuma Tetzaveh, 15)
Il ketoret era un’insieme di profumi e fragranze, il suo fumo profumato che saliva verso l’alto simboleggiava una perfetta connessione tra cielo e terra, tra spirito e materia.


Lo Zohar ci insegna che chiunque sentisse il suo profumo avvertiva immediatamente nel proprio cuore la luce e la gioia del puro atto nel servire Dio. Ogni istino verso il male, ogni richiamo egoista e materialista spariva completamente dal suo cuore che a quel punto si rivolgeva esclusivamente verso Dio.
Quel profumo, quell’insieme di essenze aveva il grande potere di rompere ogni istinto materialista ed ogni yetzer hara. 
Ma il potere del ketoret non era solo legato all’unione tra l’uomo e Dio, bensì anche quello di contenere e di combattere ogni epidemia, è scritto infatti che Aaron haCoen fermò una piaga abbattutasi sul popolo ebraico bruciando gli incensi del ketoret e ponendosi tra “ i vivi ed i morti” (Bemidbar 17, 11-12).
Il senso di questo potere straordinario richiama essenze al di là della fisicità e delle leggi naturali proprio perché si collega all’unione del cuore del popolo ebraico completamente rivolto a Dio e sul cuore ebraico le parole più significative le ha scritte il Rambam: “ Ogni ebreo desidera essere parte del popolo di Israele e di osservare tutte le mitzvot e di astenersi da tutte le averoth e, qualora peccasse, è il suo yetzer hara che lo ha attaccato.” (Mishne Torah, Leggi sul Divorzio, 2,20)
Le parole del Rambam ci insegnano che nella sua intima identità un cuore ebraico non pecca mai, perché non è nell’essenza stessa dell’ebreo il senso del peccato. Come il ketoret, attraverso le sue essenze è legato e si rivolge verso l’alto, così il cuore ebraico nella sue essenza si rivolge verso l’Alto.
Di fatto, comprendere il senso del ketoret, significa comprendere il senso dell’identità ebraica e superare gli istinti e la materia che allontanano l’ebreo dalla sua fonte che altro non è che Dio stesso.

One thought on “Parashà Vayakhel Pekudei – Una unione mistica con Dio”

  1. INCENSO קְטֹרֶת (Cheturà)
    L’incenso è una gommoresina odorosa che, bruciando, profuma l’aria, la purifica, la rende gradevole all’olfatto e, nei sacri riti, predispone lo spirito all’incontro con D-o.
    Questa resina preziosa è prodotta da un arbusto che cresce spontaneamente in Asia e in Africa. L’incenso sgorga sotto forma di gocce dalle incisioni che vengono praticate sulle piante che lo producono, e solidifica al contatto con l’aria. La prima secrezione della pianta non ha alcun valore e viene gettata via, la seconda è ritenuta mediocre e, soltanto la terza dà il prezioso incenso, conosciuto fin dall’antichità da popoli di lingue e culture diverse.
    Usato in molte e differenti occasioni, l’incenso è legato ad una ricca simbologia profana e religiosa. Alcuni popoli orientali che praticavano il culto dei morti, credevano che il fumo dell’incenso, salendo verso il cielo, guidasse le anime dei defunti nell’aldilà.
    Presso i pagani, l’incenso veniva bruciato davanti alle immagini degli dei e davanti all’imperatore ad essi equiparato.

    Nel Culto d’Israele
    Diamo ora un rapido sguardo alla presenza dell’incenso nella liturgia dell’Antico Testamento, iniziando dalla narrazione biblica in cui Mosè ricevette dal Signore l’ordine di costruire un altare speciale riservato all’incenso e legato al culto divino.

    “Farai un altare sul quale bruciare l’incenso: lo farai di legno di acacia (…). Rivestirai d’oro puro il suo piano, i suoi lati, i suoi corni e gli farai intorno un bordo d’oro (…). Porrai l’altare davanti al velo che nasconde l’arca della Testimonianza, di fronte al coperchio che è sopra la testimonianza, dove io ti darò convegno. Aronne brucerà su di esso l’incenso aromatico: lo brucerà ogni mattina quando riordinerà le lampade e lo brucerà anche al tramonto, quando Aronne riempirà le lampade: incenso perenne davanti al Signore per le vostre generazioni (…).
    È cosa santissima per il Signore” (Es 30:1-10).

    L’incenso, veniva posto anche sopra le oblazioni bruciate sull’altare come memoriale: (Lv 2).

    Più tardi, nel Tempio di Gerusalemme, nella ricorrenza annuale di Yom Kippur il sommo sacerdote oltrepassava il velo del Tempio ed entrava con l’incensiere nel Santo dei Santi, per bruciarvi “due manciate di incenso odoroso polverizzato”, allora, una nube densa e profumata, avvolgeva ogni parte del luogo santissimo in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza.
    (Lv16:12-13).
    La resina profumata dell’incenso, era fra i balsami pregiati che componevano l’olio dell’unzione sacra, usato per la consacrazione del santuario, del Sommo Sacerdote Aronne e dei suoi figli
    (Es 30:22ss). In Israele, si incensavano le persone, gli oggetti, e i luoghi riservati al culto del D-o Unico.
    קְטֹרֶת

    «Come incenso salga a Te la mia preghiera» (Salmi 141:2)
    Salire קְטֹרֶ verso la totalità (verità) ת
    La santità קְ consiste nell’avere una grande attenzione טֹרֶ per la verità ת.

    “Cheturà” (Hagar) fu moglie di Abramo, dopo la morte di Sarah, e rappresenta il risultato dell’unione fra la natura superiore e quella inferiore, contatto fra la mente e lo Spirito, mediato dalla preghiera.

    Shalom, Giovanni

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