Parashà Terumah – Uno sguardo sulla collettività

שמות פרק כה

(ב) דַּבֵּר֙ אֶל־בְּנֵ֣י יִשְׂרָאֵ֔ל וְיִקְחוּ־לִ֖י תְּרוּמָ֑ה מֵאֵ֤ת כָּל־אִישׁ֙ אֲשֶׁ֣ר יִדְּבֶ֣נּוּ לִבּ֔וֹ תִּקְח֖וּ אֶת־תְּרוּמָתִֽי:

“Parla ai figli di Israele che prendano per me un’offerta, da chiunque sia generoso di cuore prenderete la mia offerta.” Esodo 25, 2.

Il popolo ebraico è messo di fronte il proprio dovere di partecipare alla costruzione della nuova realtà fisica e spirituale all’interno del Mishkan, il tabernacolo portatile nel deserto. La costruzione del Mishkan richiede una partecipazione per così dire materiale, oltre che una tensione spirituale verso quel luogo di incontro tra rito, ritualità e spiritualità. Tutti coloro che possono e vogliono donare materiali sono chiamati a farlo, tutti coloro che sono capaci di costruire, di modellare, di creare sono invitati a farlo.

Rav Hirsch, Rav Samson Raphael Hirsch, il grande maestro dell’800 della Germania, padre della moderna ortodossia, fa notare alcune particolarità nel testo in ebraico.

Il testo infatti dice: “Prendano per me”, espressione strana lì dove ci saremmo aspettati una espressione al singolare: “Ognuno offra per me…”

Per Rav Hirsch la questione si risolve in uno sguardo sul pubblico, sulla collettività, piuttosto che sull’offerta del singolo.

La mitzvà di offrire e di partecipare alla costruzione del Mishkan non cade solo sul singolo, bensì sull’intera collettività del popolo ebraico e non solo attraverso i singoli donatori.

Ci possono essere senza dubbio differenze di offerte tra un singolo ed un altro, ma l’offerta finale è del popolo ebraico e non del singolo, possidente o meno che sia.

Se quindi la missione dell’offerta è collettiva e non personale comprendiamo che la stessa offerta è una azione del popolo, una missione di tutto l’antico Israele.

Non è quindi corretto considerare l’offerta come un solo gesto di volontaria partecipazione del singolo, ma siccome siamo di fronte ad un gesto condiviso comunitario e popolare, comprendiamo il commento di Rav Hirsch che afferma: “ La parola offerta, תרומה, è legata alla radice רום con il senso di innalzare, di elevare, di essere al di sopra del gesto del singolo e del particolare guardando all’orizzonte del gesto collettivo e degli ego che ogni donazione porta inevitabilmente con se.

Proprio perché si tratta di una offerta che parte dai singoli ma in realtà trova il suo senso e la sua purezza intenti nella collettività esistono categorie che non possono donare perché il loro donare non innalzerebbe il gesto materiale. Ad insegnare questo è Rav Baruch Epstein il Torà Temimà morto a Karlin nel 1942 che cita tra gli altri colui che offre ciò che non è suo e che ovviamente non compie un gesto né moralmente, né ebraicamente, né eticamente valido. Tra le altre categorie non adatte ad una terumà abbiamo coloro che non hanno coscienza di sé ed ovviamente i minori. Perché offrire significa affrontare un processo per il quale ciò che poteva essere mio diventa altro da me, diventa gesto disinteressato, diventa materiale che si innalza a livello spirituale.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.