Chanukkà – il commento di Rav Pinhas Punturello

Se apriamo le pagine del Talmud nei trattati di Shabbat e Sukkot (rispettivamente 23a e 46a) troviamo che rav Irmiah inserisce un nuovo concetto rispetto all’osservanza del precetto delle candele di Channuka: la benedizione per chi vede le candele accese.

Anche Rambam conferma questa halachà e scrive: “…e colui che vede le candele e non ha ancora benedetto, recita due benedizioni la prima sera, quella che Dio ha compiuto miracoli per i nostri padri e la benedizione per averci mantenuto in vita portato fino a questo momento, le altre sere colui che accende recita due benedizioni e colui che vede le candele accese solo una…” ( Hilchot Meghillà veChannuka 3, 4.)

Rav Ovadya Yosef nel suo Yalkut Yosef mette in ordine questa halachà e ci spiega che colui che vede le candele accese può dire la berachà sui miracoli solo se esistono queste tre condizioni: che egli non abbia ancora acceso le sue candele, che sa che non le accenderà quella stessa sera e che sa che in casa sua nessuno accenderà per lui, né suo padre o sua madre se vive con i propri genitori, né sua moglie o marito se è sposato.

E’ interessante notare che il Rid, Rav Yeshaya di Trani ( 1180-1260) commentando il passaggio del Talmud in Shabbat 23a aveva già sottolineato la necessità dell’esistenza di queste condizioni per poter recitare la benedizione sul vedere le candele altrui.

Al di là della giusta questione halachica, per cosi dire “pratica”, resta aperta la questione del perché i nostri maestri abbiano voluto stabilire una benedizione per chi vede compiuta la mitzvà di Channukà fatta da altri.

Non esiste nessun caso halachico simile: quando io vedo qualcuno che ha indossato i teffilin recito una berachà? Quando vedo qualcuno studiare Torà recito una berachà? Quando vedo qualcuno togliere la decima dalla frutta o verdura recito una berachà? Certamente no, allora perché questa questione esiste per Channukà? Dobbiamo leggere profondamente e comprendere il messaggio di rav Irmiah. Channukà è stato un momento storico di contrapposizione all’interno del nostro popolo tra ellenizzati e non ellenizzati e questa tensione culturale ha portato ad una guerra, che altro non è se non il fallimento di ogni altra strada di incontro. I maestri ci vogliono obbligare ad imparare ad accettare le luci altrui e benedirle, in alcuni casi, come se fossero nostre.

Un popolo con più luci, sebbene diverse, è sempre una benedizione per tutti noi.

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