Parashà Noach – Una nuova possibilità

Il racconto del Diluvio Universale è un tema ricorrente in molte culture dalle più antiche, come la memoria biblica dell’Arca di Noè, fino alla storia Indù Puranica di Manu, passando per la storia di Deucalione nella mitologia greca o Utnapishtim nell’Epopea di Gilgamesh della mitologia babilonese.

Sembrerebbe quasi che nella memoria arcaica di molti popoli sia esistita una catastrofe il cui ricordo è giunto fino a noi, sia tramite tradizione orale che testimonianza scritte.

A partire dal 1880, con le prime traduzioni dell’Epopea di Gilgamesh, il mito del Diluvio comincia ad essere rivalutato anche storicamente. Il mondo per così dire “scientifico” laico cominciò a ritenere che dietro il racconto del diluvio ci fosse un evento realmente accaduto, cioè una eccezionale alluvione preistorica avvenuta nell’area mesopotamica.

Nel periodo post-glaciale la Mesopotamia era molto diverso da come si presenta oggi: c’erano molti più fiumi ed un clima molto più umido. L’imponente alluvione ebbe un effetto drammatico sulle popolazioni che vivevano vicino ai corsi d’acqua e solo coloro che riuscirono a navigare ebbero la possibilità di salvarsi.

Nel 1998, William Ryan e Walter Pitman, geologi della Columbia University, pubblicarono le prove che una massiccia inondazione attraverso il Bosforo si verificò intorno al 5600 a.C.

Suggeriscono Ryan e Pitman che intorno al 5600 a.C., il Mediterraneo, il cui livello stava aumentando, finalmente straripò oltre il Bosforo. L’evento allagò 155.000 km² di territorio ed ingrandì significativamente le dimensioni del Mar Nero verso nord ed ovest.

Secondo Kingsley da studi fatti in Israele, sul Carmelo ed in Galilea, il Diluvio biblico potrebbe essere considerato una grossa esondazione partita dal Nord tra il Mar Mediterraneo e il Mar Nero 9000 anni fa (7000 a.C.), dopo l’ultima glaciazione; in conseguenza di ciò, il livello del mare si alzò di 155 metri e le onde coprirono una regione di 150000 km quadrati.

 Il mito greco di Deucalione e Pirra ha un filo narrativo totalmente diverso da quello biblico.

Deucalione e Pirra, rispettivamente figli di Prometeo e Epimeteo, erano due anziani coniugi senza figli. Gli dei permisero loro di salvarsi dal diluvio che si sarebbe abbattuto sulla terra in modo che facessero rinascere l’umanità. Dopo il Dilivio Zeus stesso insegna alla coppia a gettare pietre dietro la loro schiena, e queste non appena toccano terra si mutano in persone, in uomini quelle scagliate da Deucalione, in donne quelle scagliate da Pirra.

Il racconto biblico dell’Arca di Noè presenta delle somiglianze con il mito babilonese dell’epopea di Gilgamesh, che narra di un antico re di nome Utanapishtim che fu aiutato dal dio della giustizia e della saggezza, Ea, a costruire un’imbarcazione, nella quale avrebbe potuto salvarsi dal diluvio inviato dal Enlil.

Gli archeologi hanno trovato un considerevole numero di testi originali in lingua sumera, accadica e assira, redatti in caratteri cuneiformi. La ricerca di nuove tavolette prosegue, come la traduzione di quelle già scoperte.

Attestata una idea storica del diluvio, in cosa si differenzia il racconto biblico dagli altri?

O per meglio dire qual è il messaggio nuovo che la Torà inserisce nel mondo con la propria testimonianza del diluvio?

Prima di ogni cosa il contesto è completamente diverso: nella Torà il rapporto tra Noach e quindi l’umanità e Dio è appunto con un Dio unico. Non c’è la distorsione del politeismo, le gelosie di divinità che vanno corrotte, comprate, tenute buone e che litigano fra di loro.

Messaggio morale di non poca importanza. Noach, Noè, non è un giusto assoluto, è un giusto relativo, lo suggerisce Rashi quando interpreta la parola בדורותיו, ed insegna che possiamo interpretarla in positivo o in negativo: era giusto nonostante la sua generazione o relativamente alla sua generazione.

Tendiamo a preferire la seconda ipotesi, specie se paragoniamo Noach ad Avraham quando proverà in tutti i modi a salvare Sodoma e Amorà, mentre Noach sta zitto. Dio gli dice che sta per distruggere il mondo e lui sta zitto. Però Dio lo salva ugualmente e con lui salva noi, segno che l’Eterno si accontenta anche di un giusto relativo pur di salvare il mondo.

Nel mito greco il mondo si salva perché Zeus concede un dono ai superstiti e questi scelgono di non restare soli, in quello mesopotamico le lotte interne tra gli dei salvano il re e la sua famiglia e lui tiene buoni gli dei “nemici” con offerte.

Nella Torà è l’elemento morale, seppur relativo, a decretare la nostra salvezza.

Nel mito greco ed in quello mesopotamico la decisione di distruggere il mondo è frutto di un capriccio, di impazienza: gli dei sono stufi del comportamento degli uomini.

Nella Torà è chiaro il messaggio che Dio abbia aspettato con pazienza la teshuvà umana e solo quando si è reso conto che non c’era possibilità di ritorno ha decretato la fine dell’umanità o per meglio dire il suo nuovo inizio con Noach.

Al verso 11 del capitolo 6 della Genesi è detto:

וַתִּשָּׁחֵ֥ת הָאָ֖רֶץ לִפְנֵ֣י הָֽאֱלֹהִ֑ים וַתִּמָּלֵ֥א הָאָ֖רֶץ חָמָֽס:

וַתִּשָּׁחֵ֥ת vuol dire che la terra si corruppe di fronte a Dio e si riempì di violenza. “ Si corruppe” ci insegna Rashi, significa che la terra di riempì di incesto ed idolatria, peccati contro Dio e non tra gli uomini.

Al contrario  וַתִּמָּלֵ֥א הָאָ֖רֶץ חָמָֽס che “la terra si riempì di violenza” indica azioni di furto, cioè peccato sociale, tra gli uomini.

Dio decide di dover far ripartire l’umanità annientando quanto avvenuto fino a quel momento solo in virtù della violenza commessa tra uomo e uomo rinunciando al proprio diritto di collera per le trasgressione commesse contro di Lui, infatti è scritto al versetto 13:

“Poiché la terra è piena di violenza ho deciso di distruggerla”.

Così dice Dio, dove la violenza qui intesa è quella da intendersi tra uomini, ovviamente, nel loro vivere sociale.

A questo punto, dovendo rispondere alla domanda in che cosa si differenzi la tradizione biblica del racconto del diluvio dalle altre, la risposta è nell’insegnamento morale, nel richiamo alla responsabilità per la costruzione di una società giusta e nella fiducia di Dio nell’uomo, visto che in fondo, l’Eterno sceglie Noach, il meno peggio della sua generazione, per fare in modo che l’umanità abbia una nuova possibilità.

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