Parashà Ki Tissà – La Responsabilità della conversione

Il brano dell’Esodo 32,7, cioè il versetto con il quale Dio richiama Moshe rispetto agli eventi accaduti con il peccato del vitello d’oro è un colpo al cuore per tutti coloro, educatori e rabbini, che si occupano di kiruv levavot, avvicinamento dei lontani e ghiurim, conversioni.

In Esodo 32,7-14 è infatti scritto:” Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto».

Dio infatti dice a Moshe :”Il tuo popolo, non il popolo”. Cosa vuol dire il tuo? Non è forse il popolo di Israele il popolo di Dio? In questo caso Rashi, il grande commentatore medioevale della Provenza è spietato: “ Si è corrotto il tuo popolo, dice Dio a Moshe, quel gruppo di genti che tu hai voluto accogliere e convertire dicendo che sarebbe stato un bene attaccare gherim alla Shechinà, la presenza divina e proprio quelli si sono ribellati…”

A quanto insegna Rashi la colpa del vitello d’oro è di queste genti accolte da Moshe, in maniera autonoma rispetto al volere divino, che sono entrate in panico data la sua assenza e si sono rifugiate nella vecchia idolatria di provenienza corrompendo anche il popolo ebraico. E’ chiaro che qui Rashi voglia salvare il popolo di Israele da una diretta responsabilità, visto che anche Israele nella sua schiavitu’ egiziana aveva toccato con mano l’idolatria, ma è anche chiaro che questi versetti insegnino molto a noi.

Dio riprende Moshe perchè i suoi gherim non hanno superato la crisi della sua assenza, cioè non sono stati abbastanza forti da restare ebrei anche in assenza del maestro-padre o forse sarebbe meglio dire del maestro-controllore. La loro identità era fortemente legata alla sua presenza, un ebraismo legato alla persona di chi li aveva accolti piuttosto che metabolizzato nel profondo del loro essere. I gherim di Moshe, “ il suo popolo” che si era corrotto non erano ebraicamente autonomi, non erano ebraicamente pronti a camminare da soli, a pensare da soli, ad agire responsabilmente ed ebraicamente da soli. Forse la sfida di chi si occupa di kiruv e di ghiur è questa: portare anime in Israele che siano capaci di essere tali anche in assenza dei maestri, delle regole, dei testi codificati. Genti che siano cosi’ profondamente attaccate alla presenza divina, la Shechinà, da poter stare anche soli al mondo, senza mai esserlo.

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