Parashà Beshalach

Una delle descrizioni del passaggio miracoloso degli ebrei attraverso il Mar Rosso aperto per loro è che essi camminarono “in mezzo al mare all’asciutto” ( Esodo 14,16). E’ ovvio che le due cose non posso esistere contemporaneamente: o si cammina all’asciutto o si cammina in mezzo al mare. In realtà potremmo dire che questa espressione singolare, questo ossimoro, custodisce il senso profondo di quel miracolo e del percorso verso la libertà che esso indicava agli ebrei.

Il nostro popolo, in quel momento ed in quel cammino verso la libertà, muoveva i propri passi su di un terreno, una spiaggia molto simile a quella con una bassa marea, a metà tra l’asciutto e il bagnato del mare. Un midrash ci racconta che due ebrei, Reuven e Shimon, camminando in quella situazione in bilico tra asciutto e mare, storcevano la bocca ed aggrottavano le ciglia. In fondo, per loro, il fango dei mattoni in Egitto non era poi così diverso dal limo che caratterizzava la strada creata dall’apertura del Mar Rosso.

Reuven e Shimon camminarono tutto il tempo guardando i loro piedi che immersi nella sabbia bagnata e non alzarono mai lo sguardo verso il Cielo. Di fatto se avessero guardato intorno a loro e non solo i loro piedi avrebbero visto le acque del mare “alzate come argini”, avrebbero visto il miracolo, avrebbero visto la realtà di ciò che era irreale proprio perché miracoloso. Di fatto Reuven e Shimon, due semplici ebrei, stavano vivendo una esperienza  religiosa che nessun profeta in futuro avrebbe mai vissuto, ma non se ne rendevano conto. Impegnati, ossessionati, occupati a guardare solo i loro piedi, i loro sandali, le ruote dei loro carri, persero completamente il senso dei passi che stavano compiendo, il senso del loro cammino verso la libertà.  La domanda a questo punto è la seguente: “ Siccome il passaggio attraverso il mare diviso fu il segno dell’acquisita libertà, Shimon e Reuven che camminavano senza questa consapevolezza, furono davvero liberati?” In altre parole, siccome bisogna camminare verso la libertà che sta sempre su di un’altra riva e dato che questa passeggiata è il segno della nostra partecipazione al dono della libertà offerto da Dio, Reuven e Shimon che non ebbero consapevolezza di tutto questo, furono davvero liberati e davvero liberarono se stessi? Vedere i miracoli significa avere coscienza della presenza di Dio nel nostro quotidiano, di contro partecipare al miracolo, essere artefici della nostra stessa emancipazione significa partecipare al miracolo ed entrambi queste caratteristiche mancarono a Reuven e Shimon. Entrambi non colsero un dato fondamentale dell’essenza di Dio: quello di essere l’origine della libertà e da ciò deriva la nostra capacità di vedere i miracoli che è la misura della nostra libertà e della nostra disponibilità a camminare tra acqua ed asciutto.

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