Gli ebrei del Kurdistan vogliono un maggiore riconoscimento

I discendenti degli ebrei nella regione del Kurdistan iracheno chiedono maggiore riconoscimento. Dopo decenni, durante i quali hanno dovuto nascondere le proprie radici ebraiche, vogliono avere la libertà di potere scegliere la propria identità, come riporta da Irbil Judit Neurink del Deutsche Welle.

“Israele ci dovrebbe accettare” dice Sherko Sami Rachamim, un curdo dalle radici ebraiche, che vive e lavora nel Kurdistan iracheno. Per anni ha cercato di stabilirsi con la sua famiglia in Israele, “ma gli israeliani ci hanno chiuso le loro porte”.

Dice che molti ebrei convertiti all’islam, si sentono come lui. Rachamim è uno delle migliaia degli ebrei del Kurdistan iracheno, i cui nonni si sono convertiti prima e durante le persecuzioni nell’area, a seguito della fondazione dello Stato di Israele. Negli anni 1950, due terzi dei circa 150mila ebrei che vivevano in Iraq sono fuggiti in Israele e altri paesi. Altri si sono convertiti, o sono fuggiti negli anni ’70, quando il dittatore Sadam Husein ha ripreso le persecuzioni.

Anche se alcuni di questi ebrei sono diventati dei musulmani devoti, altri lo sono solo sulla carta. Come Rachamim, che scrolla le spalle quando gli si chiede della sua fede. “Non sono interessato all’islam”. Sua moglie non porta il velo, i figli non sono stati cresciuti da musulmani, poiché si sente ebreo.

“La gente nella cittadina di Koya mi conosce per il mio criticismo verso l’islam; a volte gli amici mi dicono di stare zitto, per il mio stesso bene”, sorride come se fosse uno scherzo. “Considero la religione una questione privata”.

Dopo che la regione curda ha avuto de facto una certa autonomia da Saddam nel 1991, Israele organizzò due operazioni segrete per evacuare gli ebrei e i figli dei convertiti dal Kurdistan. I genitori di Rachamim vennero fatti salire su uno degli aerei.

I figli li visitarono in Israele, ma scoprirono che non era loro permesso il ricongiungimento. Dopo 10 mesi i genitori ritornarono in Kurdistan. Anche se Rachamim aveva venduto la sua casa per trasferirsi in Israele, non venne accettato. “Poiché mio nonno e mio padre erano ebrei non ci accettarono, dice al DW. Per Rachamim è difficile accettare che Israele accetti l’ebraismo solo dal lato materno. Anche la linea ebraica di sua moglie passa dal padre, la cui madre si convertì.

Per anni sono rimasti in contatto con i parenti in Israele, tramite telefoni e chiamando attraverso altri paesi, per la propria sicurezza.

Dallo scorso anno, il ministero per le questioni religiose del Kurdistan, ha un rappresentante per la minoranza ebraica, che ha stabilito buone relazioni con Israele. Tuttavia, l’ufficio non è stato istituito per facilitare la partenza degli ebrei verso Israele, dice Sherzad Mamsani, nominato a capo dell’ufficio.

Sherzad Mamsani
Sherzad Mamsani

“Non siamo un consolato di Israele, né vogliamo riportare gli ebrei curdi in Kurdistan. Ma ambedue i gruppi possono viaggiare avanti e indietro, e saremmo molto felici se alcuni di loro venissero ad investire qui, invece di avere investimenti solo dall’Iran e dalla Turchia” ha detto al DW.

Allo stesso tempo, Mamsani cerca di rivitalizzare il patrimonio ebraico nel Kurdistan iracheno. Recentemente ha fatto un viaggio negli Stati Uniti per parlare al congresso e chiedere supporto nel restauro di tombe dei profeti quali Nahum, Eliezer e Daniel.

Una ricerca di identità

Nella città natale di Rachamim, Koya, un tempo città di mercanti, molti ebrei curdi sono rimasti per costruire l’identità della loro comunità. Si chiamano tra di loro “cugini” e per loro non fa differenza se l’ebraismo passa da padre o madre. I matrimoni misti capitano, ma ci si sposa anche fuori dallo stesso gruppo.

Il patrimonio ebraico a Koya si ritrova ancora nei vecchi quartieri ebraici. La sinagoga venne demolita anni fa, ma la maggior parte degli abitanti di Koya sa ancora dove si trovava. “Ora lì c’è un ristorante”, dice Rachamim.

Inizialmente, Sharzad Mamsani voleva aprire una sinagoga nella regione del Kurdistan, ma ora dice di avere cambiato idea. “Con l’Iran e Daesh (termine per Stato Islamico) così vicino, chi può garantire che la gente in sinagoga sarà protetta? Per 70 anni la gente ha pregato segretamente nelle proprie case, e la vita delle persone è ben più importante dell’avere una sinagoga”.

Mamsani, lui stesso vittima di un attacco islamico negli anni ’90 dove ha perso una mano, dice che ha causa dell’instabilità della regione è difficile predire quale ruolo avrà l’ISIS nel futuro. “Abbiamo già aspettato per 70 anni, allora possiamo aspettare un po’ più a lungo”.

Però Rachamim ci dice che se ci fosse una sinagoga in città, lui ci andrebbe volentieri, e come lui tanti altri.

Molti di loro non hanno una vera conoscenza della religione ebraica, degli usi e delle preghiere, ecco perché Mamsani sta aprendo un centro culturale a Irbil – il Centro Assenath – chiamato in onore della famosa rabbina del Seicento, che fondò una università ebraica nel Kurdistan.

“Nel centro, ai bambini di ogni credo verrà insegnato l’ebraismo. Ci sarà un rabbino, ma si tratta di studio e non conversione” dice Mamsani. Lo scopo è quello di cambiare l’immagine e i pregiudizi sugli ebrei nel Kurdistan che vi sono ancora verso gli ebrei, risultato di anni di persecuzioni.

Questo articolo è apparso originariamente nel Deutsche Welle website.

 

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