Parashat Ki Tavo – Onestà verso le proprie origini

Il senso profondo del proprio cammino e l’onestà verso le proprie origini permeano profondamente l’apertura della parashà di Ki Tavo.

La cerimonia dell’offerta delle primizie, bikkurim, che si portavano al Tempio e si consegnavano al cohen era accompagnata da una dichiarazione che era allo stesso tempo un preghiera di ringraziamento, un momento di onestà identitaria e la presa di coscienza dei propri limiti umani.

Deuteronomio 26, 4: “Allora il sacerdote prenderà il paniere dalle tue mani e lo deporrà davanti all’altare dell’Eterno, il tuo DIO; e tu rispondendo dirai davanti all’Eterno, il tuo DIO: “Mio padre era un Arameo sul punto di morire; egli scese in Egitto e vi dimorò come straniero con poca gente, e là diventò una nazione grande, potente e numerosa. Ma gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitú. Allora gridammo all’Eterno, il DIO dei nostri padri, e l’Eterno udì la nostra voce, vide la nostra afflizione, il nostro duro lavoro e la nostra oppressione. Così l’Eterno ci fece uscire dall’Egitto con potente mano e con braccio steso, con cose spaventose e con prodigi e segni; ci ha poi condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorre latte e miele. Ed ora, ecco, io ho portato le primizie dei frutti del suolo che tu, o Eterno, mi hai dato!”.

Il percorso che porta al ringraziamento per i frutti raccolti inizia con una dichiarazione di onestà verso le proprie origini: “ Mio padre era un arameo…”. Non c’è epica, non c’è mito in una sana memoria ebraica, non c’è il racconto di una lupa che allatta due gemelli o di divinità che partoriscono figli semidei: mio padre era un arameo, un nomade, una persona in pericolo di vita. Non era un nobile, non era un banchiere, non era un possidente.

Una volta stabilito un equilibrio sano verso il ricordo di ciò che eravamo, entra il gioco il ricordo di ciò che è accaduto, della persecuzione: l’Egitto.

Nel tragico momento della schiavitù e della persecuzione il nostro grido è stato ascoltato ed arrivata la libertà per mezzo dell’intervento divino ed a Lui che va il nostro ringraziamento e la nostra gratitudine che diviene quindi un elemento identitario che accompagna l’offerta del nostro lavoro.

L’ebreo nel Tempio, nel momento esatto in cui offriva le primizie all’Eterno, idealmente ripercorreva le tappe della propria storia, in maniera trasparente ed onesta, così come onestamente ringraziava Dio per il prodotto del lavoro dei campi, che pur passando per le mani umane, restava e resta un dono di Dio.

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